Keynes fece rinascere l’economia perché la restituì all’umanesimo

di Michele Salvati È nelle librerie un eccezionale Meridiano Mondadori. Eccezionale perché sono pochi i Meridiani non dedicati a grandi autori della letteratura e della filosofia. Ed eccezionale perché l’autore a cui è dedicato è una figura straordinaria, il più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes (1883-1946). Il Meridiano comprende una nuova traduzione […]

Keynes, il costo morale del rischio

di Massimo De Carolis All’indomani di una crisi economica globale, tuttora lontana dall’aver esaurito la sua spinta destabilizzante, non può sorprendere che un’opera come la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta torni oggi alla ribalta, accendendo di nuovo l’interesse non solo degli economisti di professione, ma di chiunque si sforzi di capire cosa stia […]

Non è populismo, si chiama altra politica (una terza via tra establishment e demagoghi)

di Giacomo Russo Spena La battaglia è, innanzitutto, semantica. La tesi di Pierfranco Pellizzetti, saggista ed autore del libro “Il conflitto populista” (138pp, Ombre corte), parte dallo stravolgimento di significato del lemma “populismo”, etichetta ormai utilizzata per espellere dal discorso pubblico le posizioni di chiunque osi criticare i diktat delle oligarchie economico-finanziarie. Peggio ancora, si […]

I tentativi di neutralizzare le idee radicali di Keynes

di Pier Giorgio Gawronski Il 16 aprile è arrivato in libreria la nuova traduzione italiana della Teoria Generale e di altri 28 brillanti saggi di John Maynard Keynes (molti inediti in Italia), curata da Giorgio La Malfa. L’edizione è corredata da 300 pagine di introduzione, biografia e approfondite note (redatte con Giovanni Farese). Filo conduttore […]

Rossana Rossanda

Rossana Rossanda: “Non dobbiamo semplificare il nuovo caso italiano”

di Tommaso Di Francesco

«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali». Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.

Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi?

Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione. In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti.

Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese. Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente.
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“Il lavoro e i suoi sensi”: l’accumulazione flessibile

senzanome

di Gian Marco Martignoni

Da quando il futurologo Daniel Bell ha coniato la definizione di società post-industriale, la tesi della perdita di rilevanza e di centralità del lavoro è diventata dominante nella teoresi di gran parte dell’intellighenzia marxista o post-marxista.

Come è noto la tara dell’eurocentrismo gioca brutti scherzi, sicché scambiando la parte per il tutto si è con estrema rapidità passati dall’«addio al proletariato» di André Gorz alla «fine del lavoro» preconizzata da Jeremy Rifkin, nel mentre Antonio Negri e Michael Hardt recuperavano dal filosofo olandese Baruch Spinoza il termine di “moltitudine”, in concomitanza, a loro avviso, del passaggio epocale al cosiddetto “capitalismo cognitivo”.

Al contempo Jurgen Habermans, ovvero il massimo esponente della “Scuola di Francoforte”, individuando nella scienza «la principale forza produttiva», è giunto al punto di negare validità alla teoria del valore-lavoro.

In questo contesto disorientante è pertanto benvenuta la riedizione aggiornata e ampliata della ricerca Il lavoro e i suoi sensi (Edizioni Punto Rosso: pag 244, euro 15) di Ricardo Antunes, svolta all’Università del Sussex – in Inghilterra – in stretta relazione con Isrvan Meszaros: il sociologo brasiliano affronta con uno sguardo di portata globale la nuova morfologia del lavoro e le sue continue trasformazioni, all’interno di quell’accumulazione flessibile che contraddistingue l’odierna totalità capitalistica.
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Il sapere costituente / 2

Sinistradi Aldo Tortorella

(Qui la prima parte.) Nei paesi che si sono avvantaggiati (con soddisfazione generalizzata) dell’euro per essere entrati nella moneta unica con maggiore capacità competitiva e con maggiore potenza finanziaria prevale il fastidio verso i più indebitati e, dunque, verso un’Europa vista come fonte di spesa e di carico fiscale. E nei paesi più indebitati si estende il malumore (ma con sentimenti distinti e talora opposti) verso chi appare, ed è, il più avvantaggiato e, quindi, verso una Europa vista come matrigna. E, in effetti, la Germania, conquistata una posizione egemonica, mostra, ancora una volta, la incapacità di esercitarla in modo duttile e aperto, dando l’impressione, fondata, di scambiarla per dominio.

Non a caso Habermas ha detto che, con il diktat alla Grecia, «il governo tedesco, compresa la sua fazione socialdemocratica, si è giocato in una notte tutto il capitale politico accumulato dalla migliore Germania in 50 anni». Ma bisogna aggiungere che, in questa impresa, il governo Merkel-Gabriel (presidente della Spd, vicecancelliere, ministro dell’economia) è stato ampiamente sostenuto da un vasto consenso della sua opinione pubblica.

Rinasce, seppure con tutte le ovvie modificazioni, una “questione tedesca” (di cui si parla su queste colonne più avanti). E rinasce, dopo qualche lontano e talora tiepido entusiasmo per la costruzione europea, una diffidenza a livello diffuso – se non ancora una ostilità – tra i diversi paesi, una diffidenza alimentata da chi pensa di poterne profittare. Se è esteso in Germania e nel Nord europeo il fastidio verso quelli che vengono considerati sfaticati e scialacquatori – e cioè i PIGS (maiali) Portogallo, Italia, Grecia, Spagna – non è meno estesa, credo, nel popolo greco la parte che è tornata a vedere nei tedeschi quelli che i più vecchi videro tanti anni fa, al tempo della guerra. Cosa che succede non solo in Grecia.
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Il sapere costituente / 1

Sinistradi Aldo Tortorella

Torna d’attualità in Italia il ricorrente proposito (troppo spesso improvvisato ed evanescente) della costruzione di una sinistra politica adeguata ai tempi attuali e sufficientemente robusta per poter contare qualcosa. Si parte dalla giusta idea, sollevata dalla direttrice del quotidiano il manifesto, che «c’è vita a sinistra» per affrontare i temi di una possibile nuova costruzione e/o di una eventuale nuova coalizione delle molte anime della sinistra più o meno alternativa.

Si avvertono, contemporaneamente, scricchiolii significativi, e abbandoni, nell’area che fu del centro-sinistra e che, trasformatasi nel Partito democratico, ha imboccato la strada del centrismo secondo un modulo già esperimentato e già fallito altrove: fallito, intendo, dal punto di vista dello scopo stesso che veniva dichiarato dalle socialdemocrazie iniziatrici del cammino neoliberista ai tempi di Blair e di Schröder.

Piuttosto che la maggiore equità promessa è venuto un più accentuato distacco tra i più ricchi e la grande maggioranza della popolazione, sia pure con una gradazione in discesa che fa di un ceto medio impoverito nella crisi un impaurito guardiano di quel che gli rimane – contro gli ultimi e i penultimi. Ciononostante, la maggioranza dei partiti della sinistra moderata ha continuato a seguire, in posizione sempre più indebolita e con qualche fragile distinguo, la medesima strada, che è poi quella dei partiti della destra conservatrice europea (con cui spesso si governa in coalizione): una strada che sta portando l’Europa, tra molti drammi, verso chine pericolose.

È perciò che si cerca un nuovo cammino per la sinistra. Ma temo che non sia sempre ben chiaro che la parola “sinistra” non solo ha perso il fascino che ha potuto avere nel passato, ma, per i più, è divenuta priva di significato. Mi si può giustamente obiettare che una tale constatazione, banale e quasi ovvia (e molto abusata a destra) è assai critica anche verso questa stessa rivista che ha iscritto nel motto della sua nuova serie ormai più che ventennale «analisi e contributi per ripensare la sinistra».
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Grecia, crisi e ripresa

Grecia: cos’è accaduto. E ora?

di Andrea Fumagalli

La possibilità che la Grecia e i creditori possano trovare un accordo è oramai del tutto tramontata. All’inizio di questa settimana di travaglio e di passione, l’offerta del governo Tsipras di venire incontro ad alcune richieste della Troika (aumento parziale Iva e dell’età pensionabile, seppur in tempi lunghi) per recuperare i 400 milioni di differenza tra le parti (pari allo 0,002 del Pil Europeo!) aveva fatto credere che fosse possibile giungere a una soluzione. Invece il risultato è stato esattamente l’opposto.

1. L’irrigidimento dei creditori

Abbiamo infatti assistito a un irrigidimento delle posizioni dei creditori. Il primo, tra loro, è stato il Fmi, poi, il 26 giugno, è stato il turno dell’Eurogruppo. Perché tale irrigidimento, quando si era quasi vicino al traguardo di un accordo economico utile a tutti?

La risposta è molto semplice. La trattativa in corso da quanto Syriza ha vinto le elezioni in Grecia non è mai stata una trattativa economica, finalizzata a un accordo che consentisse alla stessa Grecia di rimanere, ufficialmente, all’interno dell’Eurozona e ai creditori di avere la garanzia che gli interessi su un debito – che erano i primi a sapere inesigibile – venissero pagati nei tempi prestabiliti. È stata invece una trattativa squisitamente politica.

In un certo senso, possiamo paragonarla alla trattativa di Versailles all’indomani della Prima guerra mondiale, formalmente avviata per quantificare le riparazioni di guerra da parte della Germania sconfitta, ma di fatto finalizzata a ridisegnare la geopolitica europea in nome della supremazia inglese e francese. Sappiamo bene come l’ottusità dei vincitori di allora, imponendo condizioni capestro alla Germania, abbia innescato i processi storici che avrebbero portato all’ascesa di Hitler e quindi alla Seconda guerra mondiale. Keynes lo aveva ben compreso.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Richard Walker / 2

Richard Walker
Richard Walker
di Noi Restiamo

(Prima parte.) Noi Restiamo: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

Richard Walker: L’economia neoclassica, che da così tanto valore alla “previsione scientifica”, non ha previsto nulla riguardo la crisi o ai risultati dell’austerity. Perciò, sì, dobbiamo porci in forte opposizione all’ortodossia, almeno per quanto riguarda la macroeconomia (sì, la microeconomia ha qualcosa di interessante da dirci, ma quando si prova ad aggregare o storicizzare o socializzare, non ha queasi nulla di utile da dirci che non sia già stato detto senza equazioni).

Ovviamente, è utile combattere la crisi e la sua gestione Il capitalismo in ultima analisi è irriformabile se inteso nel senso di ricerca del profitto, competizione, sovraaccumulazione, mercificazione di tutto, saccheggio del pianeta, ecc. Ma nel frattempo noi dobbiamo vivere nei suoi confini e questi possono essere estesi o limitati in maniera importante. La regolamentazione finanziaria, la tassazione progressiva, l’anti-corruzione, le pensioni e le cure sanitarie e tutto il resto hanno assolutamente importanza per il presente.
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