Beni comuni - Foto di Progetto Rebeldia

Intervista a Joseph Halevi: il fascino discreto della crisi economica / 2

di Vincenzo Maccarrone e Lorenzo Piccinini. Ha collaborato Gemma Gasseau

Prima parte Domanda. In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

Risposta. Bisogna essere consapevoli del dibattito, diciamo così, di economia politica e di politica economica. Bisogna sapere entrare, non per dibattere, ma per capire cosa vogliono (i teorici mainstream, ndr), non solo cosa si cela, ma anche proprio come questi pensano, come ragionano, che criteri, che orizzonti hanno. Quindi, bisogna conoscere il dibattito di politica economica. Però penso che non bisogna entrare in contatto con nessuno di questi. La mia idea, è che qui bisogna fare un gruppo gramsciano, cioè il Gramsci dell’ordine nuovo.

Tu ti studi tutto, ma con loro non parli. Tu ti studi per poi parlare quando compaiono le forze da mobilitare, ma con quelli lì non parli: ai convegni ci vai solo per prendere i documenti (tanto adesso li puoi avere online). Si va a vedere come pensano, non a interagire, perchè non solo è inutile, ma devi anche accettare una grossa base dei loro punti di partenza, per integrarti nel dibattito devi accettare un terreno comune, e loro non accetteranno mai il tuo, devi accettare il loro, almeno parte del loro per poter intervenire. Non bisogna parlare con quelli. Infatti io quando ogni tanto, se mi invitano a fare un discorso, va bene ci vado, tanto sono io a parlare, ma se mi invitano a discutere,dibattere, no, non ci vado.
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Intervista a Joseph Halevi: il fascino discreto della crisi economica / 1

di Vincenzo Maccarrone e Lorenzo Piccinini. Ha collaborato Gemma Gasseau

Con Joseph Halevi iniziamo un ciclo di interviste ad economisti ed economiste sulla perdurante grave crisi economica. Benché la crisi abbia messo in discussione,  il pensiero economico dominante negli ultimi 30 anni, ci sembra che sia mancato finora a sinistra, un dibattito appropriato che provasse a mettere a fuoco le determinanti del crollo e le prospettive future.

In ciò ha avuto un ruolo anche il “Manifesto” stesso, che ha ormai eliminato l’uso di alcune chiavi di lettura del presente, finendo a concentrarsi solo su certi aspetti della crisi (la questione ambientale, i beni comuni). Proviamo quindi a smuovere le acque, intitolando l’ iniziativa “Il fascino discreto della crisi economica”, prendendo spunto da un articolo di Fernando Vianello e Andrea Ginzburg pubblicato su “Rinascita” nel 1973. Benché gli scriventi abbiano una prospettiva teorica diversa dagli autori di quell’articolo, l’intenzione è di rendere omaggio alla tradizione eterodossa italiana (chi scrive si è laureato a Modena, in cui hanno insegnato sia Vianello che Ginzburg), oggi marginalizzata.

Halevi è docente di economia presso la University of Sidney ed è stato per anni collaboratore del “Manifesto”. I suoi interessi di ricerca coprono l’economia politica, le teorie della crescita e del commercio, l’Asia ed il pensiero marxiano e post-keynesiano. Il suo libro più recente è “Modern Political Economics. Making Sense of the Post-2008 World.” (con Y. Varoufakis e N. Theocarakis), mente fra i suoi articoli accademici ricordiamo “Could be raining: The European Crisis After the Great Recession”, scritto insieme a Riccardo Bellofiore.
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