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Landini: “Non mi interessa la sinistra, serve una nuova cultura del lavoro”

Maurizio Landini

di Giacomo Russo Spena

La sua università è stata la fabbrica. I suoi punti di riferimento provengono dal mondo sindacale e hanno le sembianze di Giuseppe De Vittorio, Claudio Sabattini e Bruno Trentin. Per lui il vero nodo è soltanto uno: il lavoro. “Bisogna ricostruire un pensiero nel quale il lavoro torni ad essere il perno centrale per un nuovo modello fondato sulla giustizia sociale”. Maurizio Landini ci accoglie nel cuore di Roma, al terzo piano di un palazzo dove sventolano in cima le bandiere dei sindacati metalmeccanici Fim, Uilm e Fiom. Nella sua stanza un dipinto con scritto “C’è chi dice NO”, sotto una poesia di Bertolt Brecht.

Dal rapporto Tecnè sulla qualità dello sviluppo emerge la fotografia di un Paese in cui la ricchezza tende sempre di più a concentrarsi, la ripresa economica è fragile, cresce la disoccupazione giovanile e la disaffezione nei confronti della politica. Un quadro desolante. Landini, come se ne esce?

Innanzitutto dobbiamo affrontare il nodo della diseguaglianza sociale e per farlo va attuata una rivoluzione culturale. La politica delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni e dell’assenza di qualsiasi vincolo al mercato ci ha portato all’attuale sfacelo tra precarietà esistenziale, compressioni salariali e disoccupazione. Dobbiamo invertire la rotta, attuare nel Paese un’operazione di contenuto politico e sindacale dove si ipotizza un nuovo modello di sviluppo nel quale il lavoro deve riassumere un’importanza centrale, insieme ai diritti di cittadinanza: avere un’occupazione significa poter vivere dignitosamente e partecipare alla vita democratica di un Paese.

Il fallimento del Jobs Act

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di Guglielmo Forges Davanzati

È ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributivi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni.

Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti.

Far lavorare gratis i richiedenti asilo? Bella svolta epocale

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di Iside Gjergji

Luigi Pintor, in un memorabile editoriale di diversi anni fa, scriveva che essere immigrati in Italia era peggio che avere il cancro. Invitava, infatti, i cittadini italiani malati di cancro a sentirsi “fortunati” nella loro condizione, se paragonata a quella degli immigrati. Da allora, il giudizio del noto giornalista si è sostanzialmente confermato veritiero in ogni momento: basterebbe dare una sbirciatina ai provvedimenti normativi nazionali e locali o alle circolari ministeriali e prefettizie che si sono susseguiti nel corso degli anni, oppure sarebbe sufficiente osservare le reali condizioni di lavoro e di esistenza degli immigrati per averne prova.

Mai però come oggi il giudizio di Pintor è apparso così vero e reale e, contemporaneamente, a tratti, quasi un po’ naif. Mai egli avrebbe immaginato, infatti, che sui cancelli dei centri di accoglienza, sparsi in tutta Italia, un giorno avrebbe campeggiato la scritta “Il lavoro gratuito vi darà asilo”. E tutto ciò avviene per opera del governo attualmente in carica, sostenuto dal partito democratico.

È dei giorni scorsi la notizia, pubblicata dal Corriere della Sera, circa una disposizione, contenuta nel nuovo “pacchetto di misure sull’immigrazione” (l’ennesimo), con la quale si intende imporre il lavoro socialmente utile, cioè il lavoro gratuito obbligatorio, per tutti i richiedenti asilo in attesa dell’esito della domanda. Le novità previste nel “pacchetto” sono tante, ma questa “è una delle novità più importanti” afferma Fiorenza Sarzanini, e ha ragione da vendere. L’introduzione per legge (era già stata fatta tramite circolare ministeriale, mascherata come “lavoro volontario”) dell’obbligo del lavoro gratuito, non solo presso gli enti locali pubblici, ma anche presso varie aziende private, come prerequisito per vedersi riconosciuto lo status di rifugiato, è una di quelle novità che segnano una svolta epocale.

Democrazia, se il popolo non conta più nulla

a-democrazia

di Angelo Cannatà

Quanto conta il popolo nella nostra democrazia? Molto sul piano teorico (“La sovranità appartiene al popolo”, non si poteva dir meglio); sul piano pratico, invece, nella politica e nei giochi di Palazzo, nulla, il popolo non conta nulla. Questa orribile dicotomia mostra – più di ogni cosa – la crisi in cui viviamo.

Il popolo non conta nulla 1. Perché diritti, bisogni, proteste – e i Movimenti che li rappresentano – sono tacciati di populismo e ghettizzati nell’irrilevanza: nell’universo politico delle oligarchie che affossano il Paese non c’è posto per il demos. 2. Perché dopo la vittoria del 4 dicembre – per dirla in breve – resta al governo chi ha perso e ha provato (maldestramente) a riformare la Costituzione. 3. Perché, nonostante milioni di cittadini vogliano pronunciarsi sul Jobs Act, otto membri politicizzati della Consulta glielo impediscono: qualcuno può giurare, per dire, che Amato – l’amico di Craxi – non abbia espresso un voto politico dietro lo schermo (ipocrita) del neutralismo giuridico?

A questo siamo. La Repubblica fondata sul lavoro non consente ai cittadini di pronunciarsi sulla legge che nega i diritti del lavoro. Perché? Perché la Consulta fa politica con le sentenze. Bisogna dirlo, gridarlo dai tetti. Una seconda sconfitta – questa volta sull’articolo 18 – avrebbe demolito definitivamente ogni pretesa di Renzi alla guida del Paese.

Piergiovanni Alleva: “Lavorare meno per creare occupazione, altro che Jobs Act”

di Giacomo Russo Spena

“Una settimana lavorativa di 4 giorni, perché solo ridistribuendo il lavoro potremo contrastare il dramma della disoccupazione. E l’introduzione del reddito minimo garantito è un obiettivo da perseguire”. Le proposte del giuslavorista Piergiovanni Alleva – docente universitario e consigliere regionale in Emilia Romagna – appaiono massimaliste, al limite dell’irrealizzabile. Il pensiero va alla copertura economica, dove trovare i soldi? “Nessuna utopia, abbiamo fatto i calcoli e le risorse ci sono: in Emilia Romagna, ad esempio, sono sufficienti quelle locali”.

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Di certo, Alleva non crede che il Jobs Act sia la soluzione per contrastare la precarietà, anzi. Il giuslavorista, dopo esser stato protagonista lo scorso anno della battaglia in difesa dell’articolo 18 poi manomesso dal governo Renzi, si prepara adesso per l’eventuale referendum di primavera: “I lavoratori non hanno più quasi tutele, e le poche che hanno non le rivendicano per paura di venire licenziati. Il Jobs Act ha distrutto la giustizia del lavoro, ma grazie ai tre referendum della Cgil abbiamo una straordinaria occasione di riscatto”.

L’Anno che è appena iniziato: è ora di pensare ai referendum della Cgil

Cgil - Foto di Gianfranco Goria

Cgil – Foto di Gianfranco Goria

di Domenico Gallo

Dopo il Natale, il Capodanno è la festa più sentita. L’avvento dell’anno nuovo viene accompagnato da una serie di riti propiziatori. Ai piedi dell’anno che è appena iniziato si depongono tutte le illusioni, le amarezze e i dolori che ci hanno accompagnato nell’anno appena trascorso col desiderio di sbarazzarsene e iniziare una nuova vita sotto il segno della speranza. Il tema dell’aspettativa esistenziale collegata all’avvento dell’anno nuovo è stato trattato magistralmente da Giacomo Leopardi nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere (1832)…

Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Alleva: «Articolo 18 di nuovo e per tutti. Con un voto»

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

di Antonio Sciotto

«Con Il Jobs Act è crollata la giustizia del lavoro, ma grazie ai tre referendum della Cgil abbiamo una straordinaria occasione di riscatto. E ce l’hanno in special modo tutte quelle persone che sono state assunte con il contratto a tutele crescenti: perché si tornerà all’articolo 18 originario, quello puro ante-Fornero, e varrà per tutti. Anche per loro». Il giuslavorista Nanni Alleva traccia un bilancio delle riforme renziane e indica il possibile destino dei voucher e della tutela contro i licenziamenti alla luce della prossima consultazione popolare. Smontando le ragioni di chi ritiene che la Consulta potrà bocciare i quesiti.

Che bilancio possiamo tracciare del Jobs Act a quasi due anni dalla sua approvazione?

Il Jobs Act è un’impresa malvagia ben organizzata, un po’ come le crociate viste dalla parte degli arabi. Una distruzione sistematica del diritto del lavoro, di cui però apprezzo un solo aspetto, metodologico: ha dato luogo a un testo unico, per cui bastano poche operazioni chirurgiche di emendamento per cambiare completamente di segno. Io li chiamo i 24 “trapianti di cuore” ai 24 istituti principali, e hai tutto un altro contesto del diritto: un’impresa non impossibile dopo il bel risultato del 4 dicembre. Ma bisogna conoscere soprattutto il danno che ha fatto, direi su tre aspetti principali.

Chi ha paura dei referendum sul Jobs Act?

Manifestazione dei lavoratori di Coop Costruzioni - Foto di Radio Città del Capo

di Luigi Mariucci [*]

Circolano vari tentativi di ridimensionare la portata e il significato dei referendum sul Jobs Act promossi dalla Cgil. In alcuni casi si ipotizzano modifiche della disciplina tali da consentire il superamento del quesito referendario. Così in materia di voucher. In questo caso non sarebbe da escludere la congruenza di una modifica legislativa che riportasse l’uso dei voucher alla fisionomia originaria, intesi come forma di compenso per prestazioni davvero occasionali e limitate a specifiche categorie (pensionati, studenti,disoccupati).

La questione dei licenziamenti invece è più spinosa, perché la liberalizzazione dei licenziamenti ingiustificati è stata il cavallo di battaglia del Jobs Act, in nome della paradossale idea secondo cui facilitare i licenziamenti servirebbe a incrementare l’occupazione. Qui si pone una alternativa secca: o si modifica in radice la disciplina del Jobs Act, fondata sulla (misera) monetizzazione dei licenziamenti ingiustificati, oppure non c’è modo di evitare il referendum.

Da qui prendono corpo un insieme di tesi alquanto strumentali sulla (supposta) “inammissibilità” del referendum (Ichino, Sacconi, Cazzola, tra gli altri). Gli argomenti sono molteplici. Qualcuno obietta che il referendum inciderebbe sulla materia fiscale in quanto alle assunzioni con licenziamento libero introdotte dal Jobs Act è stata collegata l’incentivazione contributiva. La tesi non ha fondamento in quanto la stessa incentivazione può ben essere riferita alle assunzioni comunque effettuate anche in regime di tutela reintegratoria, salvo sostenere l’aberrante tesi secondo cui proprio la licenziabilità costituisse il fondamento della defiscalizzazione.

Referendum sul Jobs Act: la coerenza della Corte sotto i riflettori

Jobs act

Jobs act

di Piergiovanni Alleva

All’avvicinarsi dell’udienza della Corte sull’ammissibilità dei tre referendum, prevista per il giorno 11 gennaio, sta crescendo la pressione mediatica perché la Corte dichiari inammissibile il quesito referendario sull’articolo 18. Addirittura gli organi di stampa annunziano che quest’orientamento sarebbe già stato acquisito dalla Corte sulla base di un concetto, banale quanto infondato, che il quesito referendario sull’art. 18 sarebbe inammissibile perché non “abrogativo” ma “propositivo”. Ciò in quanto il restaurato articolo 18 verrebbe esteso, come già detto, alle imprese commerciali ed industriali con più di 5 dipendenti.

Quello che vogliamo allora sottolineare è che un tale argomento non è sostenibile perché già superato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale ed esattamente dalla sentenza N. 41 /2003 che dichiarò ammissibile il referendum che ampliava l’applicabilità della tutela dell’articolo 18 al di sotto dei 16 dipendenti e lo estendeva addirittura fino all’impresa con un solo dipendente.

Lavoratori e lavoratrici votano sul Contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici

Sinistra

di Gianni Rinaldini

Le lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici dopo un lungo periodo, esattamente dal 2008, hanno la possibilità di votare con il referendum il loro nuovo contratto collettivo nazionale di lavoro. L’intesa infatti prevede nel capitolo “percorso di validazione dell’accordo” che “l’intesa si intende validata se la maggioranza semplice delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti si esprimerà a favore” e ancora “successivamente nel caso di esito positivo della consultazione si procederà alla sottoscrizione dell’accordo formale”.

Non si tratta di una dichiarazione o di un impegno sindacale, della cosiddetta e tradizionale firma con riserva (che vuole dire che le organizzazioni sindacali si riservano di svolgere una consultazione) ma è parte integrante dell’accordo condiviso dalla Federmeccanica che prevede inoltre che “le direzioni aziendali mettono a disposizione delle commissioni elettorali l’elenco dei dipendenti aventi diritto al voto nelle singole unità produttive e quanto necessario a consentire il corretto svolgimento della consultazione e del voto” e ancora “Le organizzazioni sindacali territoriali unitariamente invieranno alle associazioni territoriali datoriali l’elenco delle imprese coinvolte dalla consultazione con l’obiettivo di coinvolgere tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori oggetto della presente intesa”.

In sostanza la Federmeccanica sottoscrive che l’accordo è valido se viene appunto dalla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori con il referendum. Qualcuno dirà che questa è una questione di metodo perché quello che conta è il merito. Una enorme stupidaggine che e stata ampiamente utilizzata nel corso di questi ultimi decenni per cancellare i diritti dei lavoratori.