Un Donald Trump da mille e una guerra

di Tommaso Di Francesco

I paragoni si sprecano e si sprecheranno sul discorso di Donald Trump a Riyadh con quello di Obama al Cairo nel 2009. Lì c’erano gli studenti e le giovani generazioni mediorientali come interlocutori, qui i potenti del Medio Oriente solo sunnita, vale a dire le leadership che dipendono dalla centralità regionale e mondiale delle petromonarchie del Golfo, in primo luogo dall’Arabia saudita non a caso location del discorso di Trump.

Perché l’obiettivo del discorso era anche quello, per ammissione dei funzionari della Casa bianca che l’hanno allestito, di «resettare» il modo in cui Trump è recepito da una parte del mondo islamico, soprattutto dopo gli editti presidenziali del Muslim Ban.

Un «reset» propiziato dalla motivazione affaristico-commerciale per l’«America first»: vale a dire il carico di ben 300 miliardi di affari subito, di cui 110 miliardi in armi americane (con la prospettiva in dieci anni di arrivare ad un volume di 350 miliardi di armi Usa) consegnato dall’inquilino della Casa bianca al regime medioevale del monarca saudita Salman.

«Non sono venuto a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere. Ma occorre una coalizione internazionale contro il terrore. Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che si l’America a sconfiggerlo. Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede».
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Théo e gli altri. Ovvero il razzismo istituzionale in Francia

di Annamaria Rivera

Quella dei controlli d’identità au faciès, come si dice nell’Esagono, cioè secondo il “colore”, le sembianze, l’aspetto esteriore, il modo di abbigliarsi, l’origine nazionale o la fede religiosa presunte, è una prassi poliziesca francese (e non solo) così consolidata, abituale, sistematica da reggere a condanne di tribunali, mobilitazioni della società civile, richiami di organismi internazionali, rapporti e inchieste, anche della stessa Unione europea. Sicché non è stata neppure scalfita dal fatto che il 9 novembre 2016 la Corte di Cassazione francese abbia condannato definitivamente lo Stato per questa pratica discriminatoria.

Ed è di un controllo au faciès, particolarmente brutale, che il 2 febbraio scorso è stato vittima Théo, un ventiduenne di Aulnay-sous-Bois, comune del dipartimento di Seine-Saint-Denis (regione Île-de-France), a pochi chilometri da Parigi. I quattro agenti che lo fermano sottopongono il giovane a un pestaggio scandito da insulti razzisti, durante il quale uno di loro arriva a sodomizzarlo con un manganello: provocandogli lesioni così gravi da esigere un intervento chirurgico d’urgenza. A riprova dei fatti c’è un video presto reso pubblico: è quello delle telecamere di sorveglianza, di fronte alle quali Théo si era volutamente spostato non appena fermato dagli agenti. Pur incriminati (le prove sono schiaccianti), uno per stupro, tutti per violenze di gruppo, i poliziotti restano per ora a piede libero, sospesi temporaneamente dal servizio, ma non dallo stipendio.

Théo non è la prima vittima di una tale forma estrema di sadismo da parte delle forze dell’ordine. Il 20 febbraio prossimo è attesa la sentenza per un caso analogo, accaduto il 26 ottobre 2015 a Drancy, anch’esso comune di Seine-Saint-Denis. Un ventottenne viene fermato, ammanettato, brutalizzato da tre agenti municipali, uno dei quali, secondo l’accusa, lo sodomizza con un manganello telescopico.
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Brutali e globali: le nuove armi del terrorismo

di Ignacio Ramonet

Aveva preparato tutto nei dettagli. Chiuso il conto in banca. Venduto l’automobile. Evitato qualunque contatto con l’organizzazione. Niente riunioni sospette. Niente preghiere. Si era procurato l’arma fatale senza che nessuno potesse sospettare l’uso che intendeva farne. L’aveva messa in un luogo sicuro. Aveva aspettato e aspettato. Giunta la data stabilita, ha fatto una prova. È passato e ripassato lungo il futuro itinerario di sangue. Ha studiato gli ostacoli. Ha immaginato il modo di superarli. Arrivato il momento, ha messo in moto il camion della morte.

L’inaudita bestialità dell’attentato di Nizza del 14 luglio si aggiunge ad altri recenti massacri jihadisti, in particolare a Orlando (49morti) e Istanbul (43 morti), e obbliga a interrogarsi ancora una volta su questa forma di violenza politica chiamata terrorismo. In questo caso, per la verità, si dovrebbe parlare di «iper-terrorismo», per indicare il fatto che non è come prima. È stata valicata una soglia impensabile, inconcepibile. L’aggressione è di una dimensione tale da non assomigliare a niente di già noto. Al punto che non si sa come chiamarla. Attentato? Attacco? Atto di guerra? È come se i confini della violenza fossero stati cancellati. E non si potrà tornare indietro. Tutti sanno che questi crimini inaugurali si riprodurranno.

Certo in altri luoghi, e in circostante diverse, ma si ripeteranno. La storia dei conflitti insegna che, quando fa la sua comparsa una nuova arma, questa sarà usata, per quanto mostruosi siano i suoi effetti. Qualcun altro, di nuovo, da qualche parte, lancerà a folle velocità un camion di 19 tonnellate contro una massa di persone innocenti.
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Contro il terrorismo protezione e difesa civile

L'attentato di Nizza
L’attentato di Nizza
di Bruno Giorgini

Quanto ci vorrà perché si capisca che una protezione e difesa civile organizzata di massa può costituire un importante contrasto al terrorismo jihadista. Prima di tutto per tenere sotto controllo la paura, perché l’obiettivo degli attentati è proprio quello di generare, moltiplicare e diffondere la paura fino al panico sociale.

Il panico sociale specie quando s’accoppia alla frustrazione e alla sensazione d’impotenza, può fare impazzire un intero popolo, come già accadde ai tedeschi quando trovarono il capro espiatorio, l’ebreo che doveva essere annientato perché con esso sarebbero morte anche paura, frustrazione, impotenza. Cosicché la guerra hitleriana è tanto figlia dell’ideologia dello “spazio vitale” – la costruzione del grande Reich – quanto della “necessità storica” della soluzione finale al problema ebraico come teorizzata da Hitler nella forma del genocidio, con al seguito puranche il filosofo Heidegger.

Guerra per lo “spazio vitale” e ” soluzione finale” sono le due gambe su cui cammina la macchina totalitaria nazista. Col che ogni totalitarismo ha le sue specificità come ogni follia sociale ha i suoi profili, e quindi il jihadismo pur esibendo alcune dinamiche comuni col nazismo – dai crimini contro l’umanità usati come strumenti di governo all’esaltazione dell’Essere-Allah: mettendo l’Essere hiedeggeriano e il mein kampf, la mia lotta, hitleriano al posto di Allah vedrete disegnarsi impressionanti analogie – andrà studiato e colpito nel suo proprio corpore vivo.
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Non solo Bruxelles, ma anche Lahore: alle radici della jihad

Dopo l'attentato di Lahore
Dopo l'attentato di Lahore
di Alberto Negri

Pensare che il Pakistan sia lontano dall’Europa è un errore che stiamo ancora pagando. La jihad è nata qui. Oscurato dalle atroci imprese del Califfato, un intero pezzo di Asia, ribollente e sanguinoso, era caduto nell’oblio dell’Occidente.

Ma qui si combatte una delle guerre al terrorismo più devastanti del pianeta, lo stesso terrorismo che ha appena colpito a Lahore e destabilizza una vasta regione a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, proiettando l’attività dei militanti fino all’Europa.

Per la verità se ne era ricordato qualche tempo fa il presidente Barack Obama nel suo discorso sullo stato dell’Unione, affermando che Afghanistan e Pakistan sarebbero stati teatro del terrorismo per altri decenni, evitando naturalmente di menzionare le responsabilità americane e saudite o la collaborazione assai ambigua delle autorità pakistane e afghane: come abbiamo visto a Bruxelles, con l’arresto di uno dei complici dell’assassinio di Massud nel 2001, circolano ancora i jihadisti che sono stati allevati qui per decenni. Ma un tempo, negli anni ’80, erano gli eroi della guerra all’Armata Rossa, solo più tardi questi alleati dell’Occidente sono diventati “barbari e fanatici”.

Nell’enciclopedia della jihad, che si acquista per pochi dollari a Islamabad, il Pakistan – con Peshawar, capitale della zona tribale dei Pashtun – occupa un posto speciale.
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Jihad e cyberwar: nulla è come sembra

Jihad e cyberwar: nulla è come sembra
Jihad e cyberwar: nulla è come sembra
di Saveria Capecchi

Internet nasce negli USA durante gli anni della Guerra fredda come sistema di comunicazione decentralizzato avente il fine di resistere a un eventuale attacco atomico russo.

Oggi la possibilità di comunicare, di produrre, diffondere e condividere contenuti tra utenti della rete collegati in quasi ogni parte del mondo sta innescando l’effetto paradossale di un’impossibilità di difendersi da parte dei paesi occidentali da quella che Monica Maggioni (giornalista e Presidente Rai) definisce un’aggressione mediatica violenta perpetrata dal Daesh o Isis (Islamic State of Iraq and al-Sham), il gruppo terroristico guidato da Abu Bakr Al Baghdadi che il 29 giugno 2014 ha proclamato la nascita dello Stato Islamico.

Partiamo dai fatti più recenti. A seguito dell’iniziativa degli hacker di Anonymous, che dopo gli attentati a Parigi il 3 novembre 2015 avevano lanciato l’operazione OpParis cancellando account Twitter riconducibili all’Isis, anche i “colossi della rete” Google, Facebook e Twitter a inizio febbraio 2016 hanno preso posizione dichiarando di stare lavorando a una contronarrazione mondiale: la creazione di un algoritmo capace di identificare quando l’utente cerca siti gestiti dall’Isis in modo da bloccarne l’accesso e al contempo di proporre link alternativi/in contrasto con l’ideologia del terrorismo islamico.
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Il destino di Raqqa ai tempi del califfato

di Alberto Negri

Come si vive in Siria ai tempi del Califfato? Il destino di Raqqa, capitale dell’Isis bombardata da russi e francesi, racconta una storia emblematica della guerra siriana che racchiude prima la paura per la repressione esercitata dal regime di Bashar Assad, poi le speranze sollevate dall’avanzata dei ribelli e infine il cupo terrore imposto da al- Baghdadi. Ma la sorte di Raqqa descrive anche quanto sarà complicato sradicare i jihadisti, sempre che si trovi l’accordo per farlo.

Il 6 marzo 2013 Raqqa era un città in festa che accoglieva gli insorti sventolando bandiere. Per Assad la sconfitta era stata umiliante: questa città di 200mila abitanti, 160 km a Est di Aleppo, era il primo capoluogo regionale a cadere in mano ai ribelli con un’offensiva che aveva visto schierate fianco a fianco le milizie dell’Esercito libero siriano (Els) e quelle di Jabhat al-Nusra. La gioia per la liberazione della città si trasformò in timore quando le brigate Els vennero cacciate dai salafiti di al-Nusra, affiliati di al-Qaeda e fedeli a una versione radicale dell’Islam.

I salafiti di Jabhat al-Nusra pensavano di avere in pugno la situazione: si erano liberati dell’Els, formazione sostenuta anche dalla Turchia che includeva dai disertori dell’esercito di Assad ai laici agli islamisti. L’Els veniva presentato alle conferenze internazionali come il braccio armato dei “moderati” ma stava già perdendo seguaci. In realtà moderati e laici non hanno mai controllato nulla, tanto meno avevano un ruolo i politici siriani che si facevano pagare dagli occidentali i conti degli hotel a cinque stelle.
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Kobane - Foto di Formiche.net

La scelta di Karim: “Ho visto la guerra a Kobane”

di Sergio Sinigaglia

“Essere un rivoluzionario per me significa essere là a condividere quella pratica di resistenza, guardando in faccia la realtà senza distogliere lo sguardo, sconfiggendo la paura. Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero”.

È un passo della lettera con cui Karim Franceschi giovane militante del centro sociale “Arvultura” di Senigallia, tre mesi fa annunciava la scelta di tornare a Kobane, dove era già stato per portare aiuti alla popolazione locale, per combattere a fianco della resistenza anti-Isis. Dopo tre mesi Karim è tornato e ha raccontato la sua esperienza in una conferenza stampa.

“Sono passato, sia all’andata che al ritorno, per il confine della Turchia, cosa non semplice. Come sono arrivato mi hanno interrogato per verificare che non fossi una spia. Poi ho fatto quattro giorni di addestramento e il quinto sono stato mandato al fronte”. Karim naturalmente non aveva mai imbracciato un’arma e si è trovato calato in una dimensione di guerra. “Noi, per fortuna, siamo desensibilizzati rispetto al conflitto militare, avere paura è normale. Ma se non hai paura non hai nemmeno coraggio”. Karim racconta la sua dura esperienza con semplicità, profonda umanità.
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Libertà di religione, una questione oggi più che mai cruciale / 2

Charlie Hebdo
Charlie Hebdo
di Amina Crisma

(Prima parte) 2. Quale pluralismo e quanta libertà religiosa oggi in Italia?

Questa domanda, in particolare, è stata al centro del dibattito all’Università di Padova del 16 gennaio a cui, come sopra accennavo, ho partecipato, dal titolo “Libertà religiosa e pluralismo culturale. Incroci di civiltà e forme di disagio” (lo documenta il sito di Immaginafrica). Come ho detto, gli eventi di Parigi vi hanno conferito una pregnanza del tutto speciale. Promosso da Adone Brandalise e Silvia Failli, direttore e vicedirettore del Master in Studi interculturali, ha visto fra l’altro la partecipazione di Stefano Allievi, direttore del Master sull’Islam in Europa, di don Albino Bizzotto (Beati i costruttori di Pace), della pastora valdese Caterina Griffante, i cui interventi si sono già menzionati, e inoltre degli avvocati Marco Ferrero (Università di Venezia, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Marco Paggi (esperto di diritto degli stranieri e richiedenti asilo), di Don Elia Ferro (responsabile della Pastorale dei Migranti della Diocesi di Padova), di rappresentanti delle comunità immigrate fra cui Mounya Allali (Nuovo Orizzonte) e Chaibia Elafti (Mediatis), dello studioso di Filosofie orientali Marcello Ghilardi, di Vincenzo Pace (direttore del Centro Studi delle Migrazioni e coordinatore del Gruppo di ricerca LABREL, Laboratorio Religioni).

Ne è emersa un’articolata riflessione sulla situazione dell’Italia, un Paese che non è più cattolico – “ormai diversamente cattolico”, come Pace l’ha definito – e che peraltro per molti versi sembra ostinarsi a non volerne prendere atto, insistendo nel rappresentarsi tramite una mappa monocolore che ormai appartiene al passato, e non corrisponde per nulla a una realtà fatta di oltre 650 luoghi musulmani, 37 templi sikh (nella foto in alto quello di Pessina Cremonese), per non dire dei siti buddisti d’ogni sorta, e poi pentecostali, induisti, taoisti… un proteiforme caleidoscopio in continua espansione in cui hanno fra l’altro un significativo spazio i cristiani ortodossi dell’immigrazione dall’Europa orientale, ulteriore e cospicuo tassello che si aggiunge al quadro delle minoranze storiche, ebrei, valdesi, luterani, testimoni di Geova…
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Libertà di religione, una questione oggi più che mai cruciale / 1

Charlie Hebdo
Charlie Hebdo
di Amina Crisma

Che cosa significa oggi per noi “libertà di religione”? Dopo la strage perpetrata a Parigi dal fascismo jihadista, e dopo la manifestazione che ne è stata la grande, bella, plurale e pacifica risposta, dovremmo essere tutti consapevoli della sua cruciale importanza: è una questione vitale che ci riguarda tutti da vicino, che riguarda le forme concrete che vogliamo dare alla nostra civile convivenza di oggi e di domani.

La libertà di religione non è un lusso: è parte costitutiva e ineludibile di un autentico vivere da cittadini in una libera polis, e chiunque a qualsiasi titolo ha responsabilità politiche dovrebbe prendersene debita cura. In questo mio intervento, propongo una riflessione su due aspetti: il nesso fra libertà di religione e laicità, e la problematica situazione della libertà religiosa nel nostro Paese, in questi giorni additata all’attenzione da un dibattito significativo.

1. Libertà di religione è che ognuno possa praticare liberamente la propria, ed è anche libertà di non averne nessuna

Il tema della libertà religiosa è tornato a imporsi con una pregnanza particolare al centro dell’attenzione in questi giorni, in tutta la densità delle sue implicazioni, teoriche e pratiche, politiche e giuridiche e culturali, individuali e collettive, esistenziali e sociali…Dopo la strage perpetrata a Parigi dal fascismo jihadista, torniamo a pensarla non come un’entità scontata, astratta e remota, ma come qualcosa che ci riguarda da vicino, tutti e ciascuno, nel rapporto con l’intimità della nostra coscienza e del nostro destino creaturale come nel legame solidale che ci unisce ai nostri simili, nel nostro rapporto con la polis, con lo spazio pubblico del nostro essere cittadini, come nel vissuto della nostra esperienza individuale.
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