Ius soli: “È dura spiegare ai bambini che sono stranieri”

di Alessandro Principe

Patrizia Zucchetta è maestra di scuola elementare. Come tanti colleghi ha deciso di partecipare allo sciopero della fame a sostegno dell’approvazione della legge sulla cittadinanza, lo “ius soli” nella versione temperata approvata da un ramo del parlamento e poi sacrificata sull’altare della (supposta) convenienza politica.

Patrizia insegna nella scuola Iqbal Masih di Roma, un istituto da sempre molto attento alle tematiche dell’integrazione e del multiculturalismo. E infatti la sua adesione a questa mobilitazione è figlia di un impegno quotidiano, di un lavoro educativo che certo non si ferma alla protesta.

“È un lavoro che cambia a seconda dell’età dei bambini, naturalmente. Io lavoro con bambini di sette anni e ogni iniziativa deve essere adeguata alla loro età. Ci siamo sentite tra colleghe e abbiamo constatato che i bambini non sapevano niente di questo argomento”.

E come hanno reagito?

Sono rimasti veramente stupefatti nel sapere che la loro compagna di banco non è cittadina italiana. Per loro è inammissibile che accada questo nel senso che tutti i giorni noi ripetiamo che siamo tutti uguali e poi improvisamente viene fuori che qualcuno è meno uguale degli altri. Per loro è stata una scoperta.
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L’appello di docenti ed educatori: sì allo ius soli e allo ius culturae

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla «cittadinanza e costituzione», seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo – che sono legge dello stato – sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto. Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza?

Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro. Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti.
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Ius soli, la battaglia di civiltà che la sinistra non vuole combattere

Migranti - Foto di Roberto Pili

di Shady Hamadi

Lo Ius soli è stato affossato al Senato e la colpa è del Pd. Anche se Luigi Zanda, capogruppo del Partito Democratico a Palazzo Madama, è corso ai ripari dicendo che “è mancata la maggioranza”, quella che invece c’era stata alla Camera e che aveva dato il via libera al ddl. Una calata di brache del partito di Renzi nei confronti degli alleati di Alternativa Popolare di Angelino Alfano, contrari alla legge sulla cittadinanza.

Al posto di provare a trovare appoggi in quella galassia che oggi protesta per la mancata calendarizzazione a settembre della legge con gli scissionisti di sinistra, il Pd continua solo a sventolare la bandiera bianca, arrendendosi nel portare avanti una battaglia di civiltà (di civiltà, meglio ripeterlo), a fronte degli interessi a breve termine per garantire la durata del governo.

A gioire – c’è sempre chi gioisce delle disgrazie altrui – sono quelli che sono sempre stati contrari alla legge, colpevole di inquinare la ‘razza italiana’ e di provocare una vera e propria ‘sostituzione etnica’. Insomma, “ottima notizia – esulta un internauta, ricalcando gli umori di una parte politica italiana -, ora per completare l’opera vanno tutti spediti a casa”, conclude.
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Foto di Dietrich Steinmetz

Vorrei non essere più straniera a casa mia

di Amal El Ghifari

La mia storia inizia quando un giovane di vent’anni partì dal Marocco attraversando la Tunisia, verso l’Italia, alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, come fanno oggi tanti giovani nel mondo. Quel giovane era mio padre.

Ho vissuto i miei primi 14 anni in Marocco. Io e i miei fratelli vedevamo pochissimo il nostro papà ma, insieme con nostra madre, attendevamo con ansia il giorno che avremo vissuto tutti insieme sotto lo stesso tetto. Nel 2005 è pronto il nostro visto, così arriva anche per noi il momento di partire. Dopo qualche anno di permanenza ho iniziato a sentirmi parte integrante di questa comunità, fino ad arrivare a sentire la Sardegna come la mia casa, il luogo in cui mi sento me stessa.

Oggi si discute di ius soli e ius culture. Le opinioni sono varie al riguardo ma volevo giusto rispondere ad alcune affermazioni che spesso capita di leggere o sentire sul tema della cittadinanza. La prima è: “non possono aspettare ai 18 anni a chiederla? non hanno nessun diritto in meno rispetto ai bambini o giovani italiani”. Su questa affermazione mi sorgono delle domande: per i caso i figli nati da genitori italiani sono soggetti a rilasciare le proprie impronte digitali? Mi chiedo se tutti i genitori di origine straniera siano portatori di una tendenza a delinquere, altrimenti non mi spiego perché io e i miei fratelli piccoli l’abbiamo dovuto fare.
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Ius soli: la prevedibile convergenza dei Cinquestelle con la Lega

di Eva Garau

A poche ore dall’arrivo in Senato della riforma sulla cittadinanza le prime pagine dei quotidiani nazionali somigliano più a un bollettino medico che alla cronaca politica. Inevitabile, considerata la zuffa andata in scena tra i banchi dell’aula tra spintoni, corse in infermeria e cerotti, attori principali i rappresentanti della Lega Nord. Ma ad alimentare la polemica è soprattutto la posizione del Movimento 5 Stelle, un’astensione che, di fatto, è un voto contrario senza l’effetto collaterale di una parziale perdita di consenso tra gli italianissimi iscritti (tra i requisiti per il tesseramento, infatti, la cittadinanza italiana è indispensabile).

Il punto di vista del M5S sullo ius soli e, in generale sull’immigrazione, non deve sorprendere. Se è vero che l’abolizione del reato di clandestinità è stata proposta nel 2013 da due senatori pentastellati, Maurizio Cioffi e Andrea Buccarella, e poi passata grazie ai voti del PD (332 favorevoli, 124 contrari) già allora Grillo si era espresso sul blog. Il post firmato con Casaleggio sottolineava la distanza del movimento da un’iniziativa personale e “non autorizzata” di due “dottor Stranamore fuori controllo”.

Non si era fatto mistero, allora, del fatto che se inserita nel manifesto programmatico del movimento un’apertura del genere avrebbe avuto conseguenze drammatiche in termini elettorali, dal momento che ancora l’umore della base non si era manifestato in maniera chiara. L’abolizione del reato di clandestinità non è stato accompagnato da un discorso politico che ne mettesse in evidenza il significato.
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Migranti a Ventimiglia

Migranti: l’Italia sarei io

di Sergio Bontempelli

Garantire la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori immigrati. Impedire che giovani venuti al mondo nel nostro Paese, cresciuti accanto a noi e con noi, siano considerati stranieri, magari da espellere se non hanno il permesso di soggiorno. Era questa la sfida lanciata dalla campagna L’Italia sono anch’io, concretizzatasi in due proposte di legge di iniziativa popolare, a loro volta sostenute da 100 mila firme raccolte ai gazebo e ai banchetti sparsi in tutta la penisola.

Sono passati tre anni da quando la campagna ha portato al Parlamento i testi che aveva elaborato. Adesso, finalmente, il 29 luglio è stata depositata, in Commissione Affari Costituzionali della Camera, una proposta di legge di riforma della cittadinanza, prima firmataria la parlamentare Pd Marilena Fabbri. Le novità ci sono e sono sostanziali [qui il testo, confrontato con le norme attuali], anche se si registra un evidente passo indietro rispetto a L’Italia sono anch’io. Vediamo meglio.

Riformare la cittadinanza: la posta in gioco dei minori

Prima di entrare nel merito, vediamo quali sono i nodi che una riforma della cittadinanza deve, o dovrebbe, affrontare. La prima questione – la più sentita – riguarda appunto i bambini nati in Italia da genitori immigrati. Con la normativa attuale, questi ragazzi restano stranieri fino alla maggiore età: poi, compiuti i diciotto anni, possono chiedere la cittadinanza, ma devono dimostrare la residenza legale ininterrotta dalla nascita.
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Estrema destra e lo ius soli: come ci si infiltra nel dibattito politico

Destre - Foto di Corriere Immigrazione
Destre - Foto di Corriere Immigrazione
di Sergio Bontempelli

Una serranda imbrattata di vernice rossa. Un volantino con la scritta «No allo Ius Soli, ministro Kyenge dimettiti». Così si presentava la sezione Pd del quartiere Salario-Trieste, a Roma, dopo l’incursione notturna di Forza Nuova giovedì scorso. Uno spettacolo non troppo diverso da quello di altre città. A Palermo, davanti alla sede Pd del quartiere Noce, una scritta sul muro recitava «l’immigrazione uccide. No ius soli, Kyenge dimettiti». A Bari, i militanti democratici hanno trovato un piccone e vernice rosso-sangue sull’asfalto; a Pesaro, a Pescara e a Pontedera (in provincia di Pisa) una bandiera italiana insanguinata e varie scritte, contro lo “ius soli” e il ministro dell’Integrazione.

Raid notturni, simboli violenti, slogan minacciosi. Così il gruppo di estrema destra cerca di inserirsi nel dibattito politico, cavalcando i sentimenti anti-immigrati e contestando la proposta di introdurre lo “ius soli” nelle norme sulla cittadinanza. L’obiettivo polemico è il Partito Democratico, accusato di voler stravolgere i fondamenti dell’identità nazionale.

C’è una strana convergenza tra le azioni intimidatorie di Forza Nuova e le polemiche contro le dichiarazioni del ministro Kyenge, cui abbiamo assistito in questi giorni. Pur con linguaggi diversi, e soprattutto con mezzi differenti, sono ormai molte le voci che identificano nello “ius soli” una proposta del Partito Democratico: dismesse le attenzioni veltroniane al tema della “sicurezza”, si dice, il Pd sarebbe tornato ad una politica “di sinistra” in materia di immigrazione. Sarà bene, allora, fare un po’ di chiarezza.
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Indagine su una cittadinanza al di sopra di ogni sospetto

Foto di Francesca Mezzadridi Francesca Mezzadri

Tamara ha 25 anni ed è diventata cittadina italiana quest’ultimo mese. Anche se ha studiato qui in Italia e ha sempre vissuto in Lombardia, fino alla settimana scorsa non aveva ancora la cittadinanza italiana, e fino ai suoi 19 anni era addirittura apolide, ovvero senza cittadinanza.

Cosa vuole dire non avere cittadinanza?

Mi sono resa conto di cosa significa veramente la parola cittadinanza solo alle superiori e soprattutto dopo che ho compiuto 18 anni. Io ero apolide, perché ero nata in Turchia (dove vige lo ius sanguinis) ma i miei genitori sono argentini (dove vige lo ius soli) e quindi mi sono trovata a non avere nessuna cittadinanza. Nel concreto ha significato non avere gli stessi diritti e opportunità del gruppo dei tuoi coetanei con cui sei cresciuto e con cui ti riconoscevi pienamente.

Per quanto tempo hai vissuto in Turchia?

Io sono nata a Istanbul perché la mia famiglia era lì per motivi di lavoro, e quando ho compiuto 9 mesi, siamo tornati in Argentina (sempre per motivi di lavoro). Da allora ho messo piede in Turchia solo altre due volte andandoci in vacanza. Per quanto sia affezionata in qualche modo a quella terra, non posso certo dire di sentirmi turca.

Perché non ti hanno concesso subito la cittadinanza italiana visto che hai vissuto e studiato in Italia?

La risposta è molto semplice: burocrazia. L’iter burocratico è stato infinito e ogni volta che mi recavo in qualche ufficio pubblico mi scontravo con persone che spesso non sapevano neanche bene cosa diceva la legge su tale argomento e la mia storia (mi rendo conto, un po’ diversa dal solito) li mandava in confusione. Ma legalmente, non c’era alcun motivo per cui io non dovessi ottenere la cittadinanza italiana, avendo risieduto legalmente in Italia per 23 anni (la legge prevede un minimo di 5 anni per gli apolidi e un minimo di 10 per gli stranieri).
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