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L’effetto Italia e la fine dell’Occidente

di Franco Berardi Bifo

In quale abisso stiamo sprofondando non è chiaro, ma che si tratti di un abisso non c’è dubbio. Il cambiamento politico che è accaduto in Italia deve essere letto nel contesto dell’evoluzione mondiale e della disintegrazione d’Europa, e da questo punto di vista sembra essere il colpo finale alla democrazia liberale occidentale, e quindi la fine del traballante ordine del mondo che abbiamo conosciuto dopo il 1989.

Se vogliamo capire la vittoria dei partiti anti-europei in Italia dobbiamo ripensare al collasso finanziario del 2008 e all’imposizione del Fiscal compact sulla vita sociale dei paesi d’Europa. In quegli anni lo smantellamento dello stato sociale fu perfezionato e la vita sociale impoverita oltre ogni attesa. L’Unione europea si fondava un tempo sulla promessa di pace e di prosperità; dopo la svolta neoliberale di Maastricht, dopo la drammatica riduzione del salario implicita nel passaggio alla moneta comune, la regola austeritaria rappresentata dal Fiscal compact determinò una rottura con la prosperità e la pace del passato.

Nel 2011 la protesta contro l’austerità finanziaria fu guidata da un movimento di indignados che trovò il suo punto più alto nell’acampada spagnola, e continuò fino all’estate del referendum greco.

La Fortezza Europa ringrazia Salvini

di Guido Viale

«Garantiamo una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia». Così il ministro della Repubblica Salvini, nell’atto di negare l’accesso ai porti italiani a una nave di Sos Mediterranée con a bordo con 629 profughi (non tutti «ragazzi»; ci sono anche 7 donne incinte, 11 bambini e 123 minori non accompagnati). Ora ad accoglierli sarà la Spagna e non sarà facile, anzi. Ma poi c’è in vista anche il blocco di una seconda nave, la Sea Watch, in attesa di altri naufraghi salvati da navi mercantili e di decine di gommoni stracarichi che non troveranno più navi delle Ong a raccoglierli, per le quali si prospettano ulteriori e drammatiche strette.

La «vita serena in Africa» che Salvini offre a quei ragazzi è il ritorno in Libia. Con le donne stuprate in modo seriale, gli uomini venduti come schiavi e tutti e tutte torturate, affamati, ricattate, ammazzati come insetti. Quanto a quella garantita ai «nostri figli», anche per loro c’è l’emigrazione; certo in condizioni di maggiore sicurezza, ma per andare a fare i lavapiatti dopo una laurea o un diploma. Così si svuotano i paesi «periferici» – dell’Africa, con il politiche coloniali tutt’altro che finite; ma anche dell’Europa, con l’«austerità» – delle forze migliori; purché quelle peggiori continuino a governare.

Mariano Rajoy scende, Giuseppe Conte sale

di Sergio Caserta

Alla fine Italia batte Spagna 1 a 0, almeno in politica, perché dal primo giugno, esiste da noi un nuovo governo, espressione di una maggioranza scaturita attraverso un accordo tra partiti,dopo le elezioni del 4 marzo. Soluzione che pone fine, almeno temporaneamente, alla crisi politica iniziata effettivamente il 4 dicembre 2016, quando Matteo Renzi capo del governo e segretario del maggior partito, fu battuto al referendum voluto per confermare la sua riforma costituzionale, dimettendosi da Presidente del Consiglio ma restando segretario del partito fino al rovescio elettorale.

In Spagna invece le dimissioni di Mariano Rajoy, scoperchiano la lunga crisi istituzionale e politica soffocata da oltre tre anni. In Spagna il potere di Rajoy, leader del partito popolare di destra, era già stato messo a dura prova dai procedimenti giudiziari iniziati nel 2011 ma ciò non gli ha impedito di reggere il governo anche dopo ripetute sconfitte elettorali che però non avevano consentito la formazione di maggioranze alternative al partito popolare.

Sulla base del sistema elettorale spagnolo ha governato pur non avendo i numeri e soprattutto il consenso, fino alla sfiducia votata a maggioranza che l’ha costretto alle dimissioni, aprendo la porta al governo di Pedro Sanchez segretario del PSOE che è andato al governo in quanto primo firmatario della mozione di sfiducia. In questi mesi la Spagna ha vissuto una delle peggiori crisi politico-istituzionali nel conflitto con la Catalogna desiderosa di esercitare con un referendum dichiarato illegale, secondo la costituzione spagnola, la sua autonomia, trasformandola in una vera e propria indipendenza.

Italia e la crisi: la democrazia dell’algoritmo

di Andrea Baranes

Lo spread è la differenza tra il rendimento dei Btp a 10 anni e quello degli analoghi titoli tedeschi. In pratica misura quanto l’Italia sia considerata a rischio. La Germania è presa a riferimento perché ultra-sicura. Se i mercati pensano che l’Italia sia solida e possa ripagare il proprio debito senza problemi, il governo potrà offrire un basso tasso di interesse. Se al contrario siamo percepiti come rischiosi e inaffidabili, il rendimento sui titoli, ovvero lo spread, salirà.

A differenza di quanto potrebbe sembrare leggendo i titoli allarmistici sui media, un aumento dello spread non implica un rischio immediato per lo Stato o un brusco peggioramento dei conti pubblici. Bot o Btp hanno una durata (mesi o anni rispettivamente). Quando stanno per scadere, se il debito pubblico non cala il governo deve emettere titoli nuovi per sostituire quelli in scadenza. Se lo spread è alto, questi nuovi titoli avranno un rendimento maggiore, ovvero solo su quelli lo Stato dovrà pagare interessi più alti. Progressivamente più soldi pubblici vanno quindi a pagare gli interessi sul debito e peggiorano i nostri conti, ma l’impatto di uno spread alto o basso si manifesta su periodi medio-lunghi.

Impatti su banche e imprese

Gli impatti a breve si hanno per le banche. Se sale lo spread e lo Stato deve emettere titoli con un alto rendimento, quelli analoghi e già in circolo perdono di valore. Per semplificare, se domani arrivano BTP che rendono il 5%, quelli che ho acquistato l’anno scorso e che rendevano solo il 2% valgono meno. Ancora prima il valore cala, e bruscamente, se con l’aumento dello spread circolano voci di un possibile default. Può essere un problema per i risparmiatori, ma lo è prima di tutto per le nostre banche. Queste, anche se negli ultimi tempi hanno progressivamente ridotto l’esposizione, hanno comunque a bilancio centinaia di miliardi in titoli di Stato.

Il Paese è altrove: questo governo è diretta espressione del voto del 4 di marzo

di Marco Revelli

Da ora, come si suol dire, «le chiacchiere stanno a zero». Nel senso che le nostre parole (da sole) non ci basteranno più. D’ora in poi dovremo metterci in gioco più direttamente, più “di persona”: imparare a fare le guide alpine al Monginevro, i passeur sui sentieri di Biamonti nell’entroterra di Ventimiglia, ad accogliere e rifocillare persone in fuga da paura e fame, a presidiare campi rom minacciati dalle ruspe. Perché saranno loro, soprattutto loro – non gli ultimi, quelli che stanno sotto gli ultimi – le prime e vere vittime di questo governo che (forse) nasce.

Dovremmo anche piantarla con le geremiadi su quanto siano sporchi brutti e cattivi i nuovi padroni che battono a palazzo. Quanto “di destra”. O “sovranisti”. Forse fascisti. O all’opposto “neo-liberisti”. Troppo anti-europeisti. O viceversa troppo poco, o solo fintamente. Intanto perché nessuno di noi (noi delle vecchie sinistre), è legittimato a lanciare fatwe, nel senso che nessuno è innocente rispetto a questo esito che viene alla fine di una lunga catena di errori, incapacità di capire, pigrizie, furbizie, abbandoni che l’hanno preparato. E poi perché parleremmo solo a noi stessi (e forse non ci convinceremmo nemmeno tanto). Il resto del Paese guarda e vede in altro modo. Sta già altrove rispetto a noi.

Forse resta dubbioso sulla realizzabilità dei programmi, forse indugia incerto per horror vacui, ma non si sogna neppure di usare le vecchie etichette politiche del Novecento per qualificare un evento fin troppo nuovo e nel suo contenuto sociale inedito, come inedita è la struttura della società in cui è maturata la svolta.

Come sarà l’Italia in mano ai razzisti

di Guido Viale

Come sarà l’Italia in mano a partiti razzisti? Bisogna cominciare a chiederselo. Combattere la solidarietà verso profughi e “stranieri” non la rafforza tra i “nativi”, ma distrugge anche quella: promuove il sospetto, l’invidia, l’insensibilità per le sofferenze altrui, la crudeltà.

E affida “pieni poteri” a chi governa: non solo per reprimere e tener lontane le persone sgradite, ma anche per giudicare sgradite tutte quelle che non obbediscono. La società che respinge e perseguita gli stranieri non può che essere autoritaria, intollerante, violenta. La storia del secolo scorso ci ha insegnato che questo è un piano inclinato da cui è sempre più difficile risalire.

Ma che risultati possono raggiungere i governi impegnati a fare “piazza pulita” di profughi e migranti? Nessuno. La pressione dei profughi sull’Europa continuerà, perché continueranno a peggiorare le condizioni ambientali dei paesi da cui centinaia di migliaia di esseri umani sono costretti a fuggire a causa del saccheggio delle loro risorse e dei cambiamenti climatici che colpiscono soprattutto i loro territori.

Rossana Rossanda: “Non dobbiamo semplificare il nuovo caso italiano”

Rossana Rossanda

di Tommaso Di Francesco

«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali». Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.

Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi?

Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione. In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti.

Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese. Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente.

Paura e povertà: l’Italia del dopo-voto

Povertà estrema

di Mario Pianta

La mappa dell’Italia che ha votato ritrae soprattutto due fenomeni: paura e povertà. Il centro-nord (Lazio compreso) si è affidato a un nuovo Centrodestra a egemonia leghista: nel nord della Lombardia e del Veneto è oltre il 50%, con la Lega che arriva a punte tra il 33 e il 38% nelle sue zone di insediamento tradizionale; nel Piemonte lontano da Torino il Centrodestra è vicino al 50%, con la Lega meno forte; nel resto del Nord è quasi ovunque oltre il 40%; in Emilia, Toscana e Umbria la percentuale è oltre il 35%; nel Lazio che esclude Roma è al 40%.

Il centro-sud (Marche comprese) vede dilagare i Cinque stelle: sfiorano il 50% in Sicilia e nel nord della Campania, sono oltre il 40% in Calabria, Basilicata, Puglia, Molise e Sardegna. Più articolata è solo la fotografia dei collegi uninominali delle grandi città. Il Centrodestra ha vittorie in collegi a Torino, Milano, Venezia, Palermo. I Cinque stelle conquistano alcuni collegi a Torino, Genova, Palermo, Roma e hanno Napoli. Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma lasciano qualche circoscrizione al Pd.

Il 37-38% (rispettivamente alla Camera e al Senato) ottenuto dal Centrodestra viene dal successo della Lega, passata dal 4% delle elezioni politiche del 2013, al 6% delle elezioni europee del 2014, al 18% di oggi, mentre Forza Italia scende dal 22% del 2013 al 17% del 2014 e al 14% attuale. Il 32-33% (rispettivamente al Senato e alla Camera, con un elettorato più giovane) dei Cinque stelle va misurato con il 26% delle politiche del 2013 e con il 21% delle europee del 2014. La partecipazione al voto è stata analoga a cinque anni fa, intorno al 75%, mentre alle europee era scesa molto, al 57%.

Social Justice Index, l’Italia agli ultimi posti

di Bruno Montesano

Quest’anno la pubblicazione del Social Justice in the EU. Index Report 2017, curato da Daniel Schtraad-Tischer e Christof Schiller, è avvenuta il giorno prima del vertice di Goteborg, dove si è discusso del Pilastro sociale europeo. Nel rapporto elaborato dalla Bertelsmann Stiftung – un think tank legato alla Bertelsmann GA, colosso mondiale dell’informazione – si plaude alla proposta della Commissione di istituire un Pilastro sociale europeo, sostenendo che, assieme al rapporto stesso, il pilastro potrebbe fungere da guida per permettere ai governi di affrontare i problemi sociali dei rispettivi paesi.

Il Pilastro sociale europeo dovrebbe essere basato su pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, condizioni di lavoro eque e inclusione sociale. Tra le principali proposte c’è il salario minimo in ogni paese dell’Unione Europea, a cui Emma Marcegaglia, presidente di Business Europe (l’associazione delle imprese europee), si è subito detta contraria sentenziando che “Non è con nuovi interventi legislativi a livello europee che si possono creare nuovi posti di lavoro”. Al contrario, la Confederazione europea dei sindacati (ETUC), pur nell’attesa di vedere come verrà messa effettivamente in pratica, ha accolto positivamente la proposta.

Lavoratori, sindacato e sinistra in Italia oggi Roma: le conclusioni di Aldo Tortorella / 8

Concludiamo con la pubblicazione degli interventi dell’incontro promosso dall’ARS e da Critica Marxista sul futuro della politica italiana attraverso la sinistra e il sindacato. Dopo l’intervento di Aldo Tortorella, Alfiero Grandi, Stefano Fassina, Roberto Speranza, Anna Falcone, Maurizio Landini e Vincenzo Colla, ecco le conclusioni affidate di nuovo a Tortorella.