Italia: una rivoluzione apparente al servizio dell’egemonia neoliberale

di Stefano Palombarini

Il neoliberismo, espressione della sovranità nazionale

L’azione del governo italiano è al centro dell’attenzione in Europa, in primo luogo a causa della “disobbedienza” alle indicazioni della Commissione UE. Le ragioni del conflitto tra le istituzioni europee e la coalizione che si è formata dopo le elezioni di marzo meritano riflessione. Ma va immediatamente sottolineato come questo scontro abbia una forte valenza simbolica, in quanto convalida il racconto di una sovranità schiacciata dai trattati comunitari: indipendentemente dalla sua connotazione politica, l’alleanza M5S-Lega attira le simpatie di chi concepisce l’Unione europea come una camicia di forza anti-democratica che impedirebbe alla volontà popolare di determinare le politiche pubbliche.

Il precedente della Grecia, vittima di un vero ricatto fondato sulla necessità per quel paese di ottenere i prestiti di Fmi e Bce, è citato spesso, ma a torto. L’Italia si finanza sui mercati, dispone ancora di un forte risparmio interno e non corre il rischio di insolvenza. Cosa rischia disobbedendo alla Commissione? L’apertura di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo, che nel peggiore dei casi potrebbe concludersi con una multa certo considerevole, ma che non potrà eccedere lo 0.5% del Pil.
Leggi di più a proposito di Italia: una rivoluzione apparente al servizio dell’egemonia neoliberale

Inattivi non per caso: la disoccupazione nascosta

Disoccupato e inattivi
Disoccupato e inattivi
di Ciccio De Sellero

A fine ottobre due dati hanno risvegliato un po’, ma solo per un po’ e comunque mai abbastanza, l’attenzione dei media sull’elevato peso degli inattivi in Italia. Il primo è stato diffuso da Eurostat. Secondo l’ufficio di statistica della comunità europea – che per dirlo ha usato i dati rilevati dai singoli istituti nazionali – l’Italia ha un prevedibile record: per ogni 100 individui che risultavano disoccupati nel primo trimestre di quest’anno si stima che ben 35 siano di fatto usciti dal mercato del lavoro nel trimestre successivo collocandosi fra gli inattivi.

Quei 35 non solo non hanno trovato un lavoro ma – diversamente da altri 48 che sono rimasti disoccupati pur continuando a cercare lavoro – hanno anche smesso di cercarlo attivamente, il che poi vuol dire che non lo hanno fatto per almeno quattro settimane precedenti l’intervista. Secondo le definizioni internazionali, per questo motivo non sono né occupati né più disoccupati: siccome non cercano attivamente lavoro entrano a far parte dei cosiddetti inattivi, non sono di fatto sul mercato del lavoro, sono “non forza di lavoro”, e in quanto tali il tasso disoccupazione non li deve per definizione tenere in conto. Se, purtroppo solo per paradosso, quei 35 neo-inattivi avessero per esempio avuto sotto mano dei servizi per l’impiego pubblici ben diffusi e attivi sul territorio (e sui quali dunque si fosse investito bene) molti di loro almeno una azione di ricerca l’avrebbero probabilmente fatta e, a parità di altre condizioni, sarebbero entrati a far parte della misura dei disoccupati.
Leggi di più a proposito di Inattivi non per caso: la disoccupazione nascosta

Sciopero generale - Foto di Roberto Giannotti

Economia reale e cittadini: la deprivazione del Mezzogiorno

di Margherita Billeri, Mario Centorrino e Pietro David

Un articolo di Claudio Gnesutta [1] ha analizzato i dati relativi al crollo dei consumi in Italia nel 2012, elaborati dal Rapporto Annuale dell’Istat e da un report (5 luglio 2013), sempre dell’Istat, dedicato ai consumi delle famiglie. Ne viene fuori, sostiene l’autore, la fotografia di una fase di transizione verso un modello sociale nel quale, senza interventi correttivi di tipo strutturale, la divaricazione tra settori sociali favoriti e le famiglie in condizioni più disagiate è destinata ad allargarsi.

Il crollo dei consumi in Italia, lo conferma uno studio commissionato dall’Unione Europea (Gini-Growing inequality impact), citato da G. Ruffolo e S. Sylos Labini [2], ha messo in evidenza come l’Italia sia tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e che, nel suo caso, la diminuzione dei consumi si è associata ad un divario nella distribuzione della ricchezza accentuatosi durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale in Italia è in mano al 10% delle famiglie mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.

In un ideale album della crisi, alla fotografia di Gnesutta vorremmo aggiungere un’altra istantanea: il divario dei consumi nel Mezzogiorno, penalizzato peraltro dalla presenza di più alti indici di povertà, rispetto alle altre grandi aree del paese. Cominciamo dalla ricognizione di quest’ultimi.
Leggi di più a proposito di Economia reale e cittadini: la deprivazione del Mezzogiorno

1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

Primo maggio, il riscatto del lavoro. Se non ora, quando?

di Marco Revelli

Non è giorno di festa, questo Primo Maggio 2013. Giorno di mobilitazione, questo sì. E di bilancio. Occasione d’incontro. E di riflessione. Ma di festa no. Per la brutale ragione che non c’è nulla da festeggiare. Mai come oggi, per lo meno nell’ultimo mezzo secolo, il lavoro è stato umiliato e offeso. Mai è stato così ignorato, nelle sue esigenze materiali e nelle sue ragioni ideali, nella società e nelle istituzioni. Nel mercato del lavoro e sui posti di lavoro.

Il tasso di disoccupazione – lo rivela l’Istat – è arrivato a sfiorare l’11%, quasi il doppio rispetto alla fine degli anni 70, quando incominciò la guerra dei potenti contro il lavoro. Ma il dato è sottostimato, perché se si tenesse conto anche della massa sterminata di ore di Cassa integrazione e al suo equivalente in posti di lavoro, dovremmo aggiungervi altri due o tre punti percentuali. E in alcune aree del paese arriva a sfiorare addirittura il 20 per cento.

Né si può ignorare che c’è un’intera generazione costretta a restare fuori dalla porta del mondo del lavoro. Un’immensa coda virtuale di centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze, davanti a virtuali uffici di collocamento, che non si vede, che non provoca lo shock del 1929 e non ne evoca l’incubo solo perché se ne rimangono a casa, a spedire curricula inutili, ma ci sono, e non riescono a immaginare un proprio futuro: è disoccupato il 35,7% dei giovani tra i 15 e i 24 anni, che nel Meridione diventa il 46,9%, quasi la metà di quelli che si attivano sul mercato del lavoro.

A cui va aggiunta una buona parte dei quasi tre milioni di «scoraggiati», che non figurano nella statistica della disoccupazione perché non studiano e non cercano neppure un lavoro. È lo scenario di una catastrofe sociale, ma anche culturale e antropologica – perché un paese non può perdersi un’intera generazione, buttata fuori dal tempo per assenza di futuro -, che solo l’inguaribile cecità della politica non permette di porre al primo posto dell’agenda nazionale.
Leggi di più a proposito di Primo maggio, il riscatto del lavoro. Se non ora, quando?

Povertà estrema

Bologna, in mille senza dimora. L’Istat fotografa l’umanità che vive in condizioni di povertà estrema

di Leonardo Tancredi

Le persone senza dimora in Italia sono 47.648 (0,2% della popolazione), è il dato che emerge da una ricerca sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema condotta dall’Istat in convenzione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la Federazione degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e la Caritas. Chiunque conosca il fenomeno sa che fornire un dato preciso sulle presenze di senza dimora è impossibile, anche in questo caso, infatti, si tratta di una stima basata sul numero di persone che nei mesi di novembre e dicembre 2011 ha utilizzato un servizio di mensa o accoglienza notturna (370 mense e 434 dormitori) nei 158 comuni presi a campione. L’approssimazione è buona, al 95% il numero è compreso tra 43.425 e 51.872.

Elementi significativi emergono dallo scorporo dei dati: il 59% dei senza dimora è straniero; il 61% ha perso un lavoro stabile; il 63% ha vissuto in una casa. L’età media è 49,9 anni per gli italiani, 36,9 per gli stranieri. Questi numeri ci danno una prima impressione della povertà estrema frutto dell’attuale situazione sociale ed economica. Casa e lavoro sono parte del passato, spesso prossimo, di tante persone che oggi vivono in strada e che hanno subito inaspettate deviazioni dal loro percorso di “normalità”.

La migrazione in Italia genera esclusione, se è vero che la maggioranza dei senza dimora sono migranti (soprattutto rumeni, marocchini e tunisini) e che la loro condizione di poveri è meno strutturale (sei mesi di permanenza media in strada contro i 4 anni degli italiani). I dati sulle donne non si discostano di molto: sono solo il 13% del totale, il 43% italiane, le straniere vengono soprattutto dall’Est, Bulgaria, Romania, Polonia, Ucraina.
Leggi di più a proposito di Bologna, in mille senza dimora. L’Istat fotografa l’umanità che vive in condizioni di povertà estrema

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi