Tag Archives: israele

Il ricalco “ebraico” dell’antisemitismo: la capitale della vergogna

di Gian Luigi Deiana

Ritengo l’antisemitismo una cosa oscena, sia esso inteso come dottrina, come costume o come pulsione, forse la più oscena delle multiformi manifestazioni della condotta umana; l’antisemitismo sa orientare in una specifica direzione singoli individui, psicologie di massa e politiche degli stati dilatandosi fino a una espansione planetaria, e può marchiare di infamia singoli passaggi storici o circoscritte geografie, come fu per le epurazioni di ebrei in Spagna o per i pogrom nei paesi slavi, come può segnare per sempre una successione di secoli (come quasi tutta l’era cristiana) o l’allucinazione di un futuro depurato (come è stato per la Germania hitleriana): non c’è bisogno di dimostrare la chiarezza di questo abominio;

ma c’è un ricalco oscuro dell’antisemitismo su cui è tassativamente proibito riflettere e che è assolutamente vietato svelare: non è un ricalco onnipresente o storicamente perenne, non è un riflesso psichico generato dalla millenaria turpitudine antisemita, è invece la condizione storicamente recente di una zona franca del delitto, edificata da una ideologia totalitaria: questo ricalco è la santa trinità di tre cose uguali e distinte: sion come dottrina, Israele come stato e lo “stato ebraico” come nazione pura; la dottrina sionista fa appello al suo preteso “destino”, lo stato israeliano fa appello alla colpa sconfinata generata dalla “shoah” e la nazione pura fa appello all'”ebraismo”; cittadinanza, costituzione, universalità dei diritti sono pezzi di carta o semplice ciarpame dei non ebrei;

Ha vinto Israele, la Palestina è morta. Ma è adesso che cominciano i guai veri

di Fulvio Scaglione

Non ci sono molti modi per dirlo e l’unico che abbia senso è il più diretto e brutale: la causa palestinese è finita. Non si tornerà alla Linea Verde e agli pseudo-confini in essere tra il 1949 e il 1967, Gerusalemme Est non sarà mai la capitale dello Stato di Palestina anche per la semplice ragione che non ci sarà mai uno Stato di Palestina. Benjamin “Bibi” Netanyahu, primo leader del Governo a essere nato nello Stato di Israele, quattro volte primo ministro e secondo premier più longevo dopo il padre della patria David Ben Gurion, ha vinto.

Ha ridotto l’opposizione armata dei palestinesi a un problema di ordine pubblico, ha incrementato la politica degli insediamenti (oggi il 10% della popolazione israeliana vive nelle “colonie”), il suo partito Likud ha proposto l’annessione diretta di tutti gli insediamenti di Giudea e Samaria (chiamate “aree liberate”), lui si è presentato agli elettori con la promessa che lo Stato palestinese non sarà mai creato (e l’hanno rieletto), si è fatto dare soldi e armi da Obama e Gerusalemme da Trump.

Ieri bastava guardare su Internet per averne la dimostrazione plastica. A Gerusalemme, il vice presidente Usa Mike Pence si diceva felice di essere “nella capitale di Israele”. E quando alla Knesset, il Parlamento, i deputati arabi ha provato a contestarlo, la sicurezza li ha ramazzati via dall’aula tra gli applausi dei loro “colleghi”. Nelle stesse ore, Abu Mazen, a Bruxelles, chiedeva alla Ue di riconoscere lo Stato di Palestina in maniera definitiva, e non solo “in linea di principio” come già fatto nel 2014.

Prigionieri politici palestinesi: dopo 40 giorni di digiuno strappano un accordo

di AssopacePalestina

Ci sono voluti quaranta giorni di sciopero della fame di 1500 prigionieri che giorno dopo giorno sono diventati 1800; ci sono volute centinaia di manifestazioni in tutta la Cisgiordania e a Gaza, prese di posizioni e attestazioni di solidarietà in tutto il mondo, un fermo intervento della croce rossa internazionale, persino la pressione negli ultimi giorni degli stessi servizi di sicurezza israeliani, preoccupati per le avvisaglie di una protesta di massa contro l’occupazione, per costringere il governo israeliano a lasciare che dirigenti del Servizio Carcerario Israeliano aprissero un negoziato con Marwan Barghouti e altri leader della protesta. La trattativa si è svolta nella prigione di Ashkelon con la partecipazione della Croce Rossa Internazionale. è durata 20 ore e si è conclusa con un accordo firmato da Issa Karake e Qadura Fares, esponenti dell’Autorità Nazionale Palestinese e responsabili per l’assistenza ai prigionieri.

dell’accordo ha dato immediatamente notizia con una propria dichiarazione la “Campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi” dalla quale si apprende che l’accordo prevede l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e la possibilità di accedere con gli apparecchi televisivi installati nelle celle ad un maggior numero di canali in modo da potersi informare meglio su quanto accade fuori dei penitenziari.

Sciopero della fame dei prigionieri palestinesi: “Per la pace e la dignità”

di Marwan Barghouthi, parlamentare palestinese

Cari colleghi parlamentari, se ricevete questa lettera è perché Israele, anziché andare incontro alle legittime richieste dei detenuti palestinesi, ha scelto di continuare nella sua politica provocatoria di persecuzione collettiva. Insieme ai compagni che portano avanti con me lo sciopero della fame sono stato di nuovo messo in isolamento. Ma non staremo per questo in silenzio, né ci arrenderemo.

Lo sciopero della fame è uno strumento pacifico e legittimo di protesta contro la violazione dei più elementari diritti dei detenuti, garantito dal diritto internazionale. I detenuti palestinesi, sebbene in balia della forza occupante – e per questo protetti dalle leggi internazionali sui diritti umani – non sono per questo privi di volontà e risorse.

Abbiamo iniziato lo sciopero della fame perché le richieste che portiamo avanti da mesi rimangono inascoltate. Noi chiediamo ragione degli arresti arbitrari di massa dei palestinesi, delle torture, dei maltrattamenti e delle misure punitive nei confronti dei detenuti. I nostri diritti – alla salute, alle visite dei famigliari, i contatti con le persone care, all’istruzione – vengono deliberatamente ignorati. E questi sono diritti umani fondamentali.

L’attivista riluttante, dentro il labirinto israelo-palestinese

di Giovanni Iozzoli

Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina è un racconto di viaggio pieno di storie, facce e umanità. Ma ad essere protagonista del libro è l’idea del Confine e l’attrazione fatale che esercita sull’autore: il confine come espressione materiale e simbolica allo stesso tempo – nella divergente suggestione dell’appartenenza e dell’attraversamento. E quale luogo può esaltare il mistero polisemico del Confine, se non il Medioriente israelo-palestinese?

È un libro denso di vite concrete, dicevamo, ma tutte queste vite – le identità, i bisogni, le aspettative, i poteri – sono ordinate e informate dal sistema complesso dei confini plurimi che si sovrappongono nella Palestina occupata. E i confini non rappresentano tanto linee di divisione tra territori, quanto dispositivi che gerarchizzano e disciplinano la vita e decidono i destini: degli implacabili produttori di senso.

Il narratore non racconta molto di sé – si intuisce che è uno dei tanti cooperanti-attivisti-solidali che da decenni si recano in Cisgiordania per sostenere progetti di sviluppo e schierarsi dalla parte della causa palestinese. Ma è un’attivista riluttante, per così dire, dotato di uno sguardo acuto e disincantato, poco propenso a farsi arruolare alla causa senza “conoscere” realmente: e conoscere significa condividere, toccare, attraversare i mondi inconciliabili e sovrapposti che nell’arco di poche decine di chilometri determinano il viluppo di quella che definiamo “questione palestinese”.

Israele: un altro colpo fatale alla democrazia

Il generale Ya'ir Golan

Il generale Ya'ir Golan

di Uri Avnery, 21 maggio 2016, Gush Shalom, traduzione di Cristiana Cavagna

“Per favore, non scrivere di Ya’ir Golan!” mi ha pregato un amico. “Qualunque cosa scriva uno di sinistra come te non farà che danneggiarlo!” Così per alcune settimane ho evitato di farlo. Ma non posso tacere oltre.

Il generale Ya’ir Golan, vice Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, ha tenuto un discorso in occasione del Giorno della Memoria dell’Olocausto. Indossando la sua uniforme, ha letto un testo preparato in anticipo e ben ponderato, che ha provocato uno scalpore non ancora sopito.

Decine di articoli sono stati pubblicati su di lui, alcuni di condanna, altri di lode. A quanto pare, nessuno ha potuto rimanere indifferente. La frase principale è stata: “Se qualcosa mi terrorizza della memoria dell’Olocausto, è la consapevolezza dei terribili sviluppi verificatisi in generale in Europa, e particolarmente in Germania, 70, 80, 90 anni fa, e il ritrovarne traccia qui in mezzo a noi, oggi, nel 2016.”

Ideologia e propaganda nell’istruzione: è solo israeliana?

La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell'istruzione

La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell'istruzione

di Silvia R. Lolli

Il libro della professoressa israeliana Nurit Peled-Elhanan che è stato presentato di recente presentato alla Sala Imbeni del Comune di Bologna a cura dell’AssoPacePalestina, ci potrà descrivere come sono rappresentati i palestinesi nei testi scolastici israeliani. Titolo del libro è La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione (Edizioni Gruppo Abele, 2015).

La docente insegna alla facoltà di Scienza dell’educazione linguistica dell’università ebraica di Gerusalemme e ha scelto un’eloquente frase dell’etologo e biologo britannico Richard Dawkins, per introdurre l’argomento:

“La psiche umana conosce due grandi mali: il bisogno di vendicarsi lungo il corso delle generazioni e la tendenza ad attribuire appellativi di gruppo agli esseri umani, piuttosto che quella di considerarli degli individui”.

La prefazione è introdotta da un altro incipit, della storica inglese Keith Jenkins:

“La storia non la si racconta né la si legge mai con innocenza perché essa è sempre per qualcuno”.

Nurit Peled-Elhanan contestualizza subito la situazione, avvertendoci:

“In Israele i testi scolastici sono destinati a ragazzi che a diciott’anni si arruolano nel servizio militare obbligatorio per attuare la politica israeliana di occupazione dei territori palestinesi”.

Sono tante le verità che possiamo non conoscere e che quindi bisogna scoprire di persona attraverso le testimonianze, i libri, mai dimenticando la tendenza odierna dell’informazione dei mass media per lo più incapaci di descrivere la realtà senza falsificarla. Qui non ci si sofferma solo all’analisi dell’informazione, ma dello studio della storia di queste terre, dove è in atto un conflitto in cui non si riconosce la storia millenaria di popoli nomadi, anche palestinesi, su territori oggi occupati da Israele con l’arroganza del più forte. Perché può avvenire questo disconoscimento?

Sempre in prefazione scrive l’autrice:

“Il mio particolare interesse per questo tipo di libri discende da una convinzione condivisa con diversi ricercatori, non solo in Israele: nonostante tutte le altre fonti di informazione, i testi scolastici costituiscono potenti mezzi mediante cui lo Stato può configurare le forme di percezione, classificazione, interpretazione e memoria necessarie a determinare identità individuali e nazionali”.

La nostra memoria collettiva non dovrebbe aver dimenticato questo tipo di educazione, in cui non solo i libri di storia, ma anche di matematica formavano ad un pensiero unico e spesso gli altri libri erano bruciati! Anche oggi le biblioteche e le scuole sono le prime ad essere attaccate nei conflitti.

Non crediamo purtroppo che la presentazione del libro di Nurit Peled-Elhanan possa essere di monito solo per l’educazione israeliana; il libro ci può avvisare e a comprendere che in troppi paesi europei stiamo vivendo un ritorno verso identità etnocratiche nazionali, in nome di false certezze e del racconto di una storia spesso di parte.

La scuola, l’educazione e quindi i giovani sono normalmente le prime vittime di questi poteri sempre meno democratici. Ma la democrazia non dovrebbe essere per tutta l’umanità e per il suo futuro?

Sì, Israele sta commettendo esecuzioni extragiudiziarie

Demolizioni a Khirbet Susiya - Foto della famiglia Nawa'jah

Demolizioni a Khirbet Susiya - Foto della famiglia Nawa'jah

di Gideon Levy, traduzione di Amedeo Rossi

Potremmo dirlo così: Israele giustizia persone senza processo praticamente ogni giorno. Ogni altra definizione sarebbe una menzogna. Se una volta c’era qui una discussione sulla pena di morte per i terroristi, ora sono giustiziati anche senza processo (e senza che se ne discuta). Se una volta c’era un dibattito sulle regole d’ingaggio, oggi è chiaro: spariamo per uccidere ogni palestinese sospetto.

Il ministro della Sicurezza Pubblica, Gilad Erdan, ha illustrato chiaramente la situazione quando ha detto: “Ogni terrorista deve sapere che non sopravviverà all’attacco che sta per compiere,” e praticamente tutti i politici lo hanno seguito con nauseabonda unanimità, da Yair Lapid [fondatore del partito di centro “Yesh Atid” (C’è un futuro), Ndt] in su. Non erano mai stati rilasciati tante licenze di uccidere, né il dito era stato così nervoso sul grilletto.

Nel 2016, non c’è bisogno di essere Adolf Eichmann [criminale nazista rapito in Argentina, processato e giustiziato in Israele. Ndt] per essere giustiziati, basta essere un’adolescente palestinese con delle forbici. I plotoni d’esecuzione sono attivi ogni giorno. Soldati, poliziotti e civili sparano a quelli che hanno accoltellato israeliani, o hanno cercato di farlo o sono sospettati di averlo fatto, e anche a coloro che hanno investito israeliani con la loro auto o sembra che lo abbiano fatto.

Palestina: storie di ordinaria violenza

Palestina - Foto di Silvia R. Lolli

di Silvia R. Lolli

Solo da pochi giorni siamo tornati da viaggio di conoscenza e solidarietà in Israele e Palestina con l’associazione AssopacePalestina e, prima ancora di metabolizzare ciò che abbiamo visto, ascoltato e meditato, ci arrivano quotidianamente resoconti che confermano le violenze contro le persone. I militari continuano a compierle sotto la tutela di organismi internazionali sempre più disarmati ed incapaci di affrontare la legge del più forte, piuttosto che imporre una mediazione politica e giuridica chiamata diritti umani.

Mentre il Brasile rifiuta l’ambasciatore israeliano, perché colono, e il relatore speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, l’indonesiano Makarim Wibisono, darà formalmente le dimissioni presentando il suo ultimo rapporto nella trentunesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a marzo 2016, continuano i soprusi e le crudeltà contro la popolazione.

Incapacità evidente dunque per un intervento a favore di una popolazione sempre più assediata sulle sue terre da un paese che sta dimenticando i principi universali di dialogo fra i popoli, a causa di una paura collettiva creata dalla stessa volontà di dominio che la sua politica sta imponendo al mondo. In questa complessa e difficilissima situazione, che è mondiale, stanno poi le storie delle singole persone, delle famiglie, e dei lavoratori palestinesi.

Dicembre 2015: viaggio in Palestina

Dicembre 2015: viaggio in Palestina

testo e foto di Silvia R. Lolli

Nella dignità delle persone palestinesi incontrate nei giorni di viaggio con AssopacePalestina, negli occhi dei bambini, delle donne e degli adulti, sono pochi i vecchi, si leggono appunto dignità, attesa, non certo curiosità, forse ancora un po’ di speranza rivolta a noi cittadini del mondo che parliamo dei diritti umani.

Nei villaggi, nei campi profughi, ormai definitivamente nella zona B o C, ma anche nelle stesse città palestinesi di zona A, vive una popolazione ormai assediata, accerchiata che fa della sua esistenza la forza per sopravvivere sul suo territorio sempre più frammentato dai muri, dai check point, dalle zone militari ed ambientali volute e definite unilateralmente dal governo israeliano.

“La prima vittima delle guerre è la verità”, diceva qualche secolo fa Erasmo da Rotterdam; è sulla ricerca della verità che dobbiamo riflettere e farci, come ci hanno chiesto le persone di questi luoghi, testimoni della loro verità quotidiana.

Viaggio di conoscenza e solidarietà in Palestina (28 dicembre 2015-4 gennaio 2016) di Lutz Kühn