Strage di Orlando, altro che Islam: è l’omofobia a renderci complici

La strage di Orlando
La strage di Orlando
di Tiziana Ciavardini

Chissà per quale strano motivo i 50 morti di Orlando non hanno suscitato la rabbia degli altri attacchi terroristici. Chissà perché nemmeno agli Europei se li sono filati, non dedicando nemmeno la metà di un minuto di silenzio alle vittime. Fossero stati altri morti, tutte le tv oggi avrebbero acceso i riflettori sulla strage e invece si parla di altro. Fosse stato qualcuno di importante, avremmo visto in mondo visione anche qualche lacrimuccia in grado di commuoverci. E invece niente, oggi si parla di Brexit, delle elezioni politiche, anche le botticelle romane hanno avuto più risonanza di 50 vite perse.

Alla tragedia di Orlando abbiamo avuto subito tutti la risposta pronta: è stato l’Islam. Il killer era musulmano, forse affiliato all’Isis, ma forse no, tanto che anche le confuse dichiarazioni dell’Fbi ci lasciano perplessi. Ma nelle nostra Italia, così dedita alle facili conclusioni, dire che è stato l’Islam è una sorta di alleggerimento della coscienza. Non ci siamo soffermati a sufficienza sul problema delle armi facili da acquistare in America, la nostra attenzione si è concentrata sul fatto che Omar Mateen fosse un musulmano.

A noi italiani piace vedere il mostro ‘l’Islam’ e non passa giorno che accada qualcosa per convincercene di più. Ci siamo soffermati su ‘chi ha ucciso’ invece che sul ‘chi è stato ucciso’. A due giorni dalla strage abbiamo scoperto un’Italia omofoba come non ci aspettavamo.
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Tunisia, è giunto il momento della seconda rivoluzione?

Tunisia e la sua primavera araba
Tunisia e la sua primavera araba
di Giuliana Sgrena

A cinque anni dalla rivoluzione che aveva contagiato molti paesi arabi, la Tunisia torna a infiammarsi. Le immagini che arrivano da Sfax, dove un giovane commerciante mercoledì si è dato fuoco dopo che la sua merce era stata confiscata dalle autorità, ci ripropone l’immolazione di Bouazizi, avvenuta a Sidi Bouzid il 17 dicembre 2010.

La protesta è partita questa volta da Kasserine, nel centro della Tunisia poco lontano da Sidi Bouzid, dopo che un ragazzo di 24 anni, Ridha Yahyaoui, che minacciava di suicidarsi perché il suo nome era stato cancellato da una lista di assunzioni, salendo su un palo della luce era rimasto folgorato. Una protesta per l’ennesimo sopruso si trasforma in un’ondata di rivolte che si sta estendendo a tutto il paese: Gafsa, Jendouba, Touzeur, Gabes, Medenine, fino a Tunisi.

Ovunque la polizia reprime, ma anche un poliziotto è rimasto ucciso negli scontri dei giorni scorsi. Tornano con forza le parole d’ordine di cinque anni fa: lavoro, libertà, dignità. Perché sebbene la transizione sia ancora in corso è troppo lenta e non sembra andare nella giusta direzione. Dopo cinque anni la delusione è molto forte, soprattutto nei giovani. «È tempo di agire. O niente potrà impedire lo scoppio di una seconda rivoluzione», ha detto il presidente Beji Caid Essebsi, il 17 dicembre, quinto anniversario dell’inizio della rivoluzione.
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Il destino di Raqqa ai tempi del califfato

di Alberto Negri

Come si vive in Siria ai tempi del Califfato? Il destino di Raqqa, capitale dell’Isis bombardata da russi e francesi, racconta una storia emblematica della guerra siriana che racchiude prima la paura per la repressione esercitata dal regime di Bashar Assad, poi le speranze sollevate dall’avanzata dei ribelli e infine il cupo terrore imposto da al- Baghdadi. Ma la sorte di Raqqa descrive anche quanto sarà complicato sradicare i jihadisti, sempre che si trovi l’accordo per farlo.

Il 6 marzo 2013 Raqqa era un città in festa che accoglieva gli insorti sventolando bandiere. Per Assad la sconfitta era stata umiliante: questa città di 200mila abitanti, 160 km a Est di Aleppo, era il primo capoluogo regionale a cadere in mano ai ribelli con un’offensiva che aveva visto schierate fianco a fianco le milizie dell’Esercito libero siriano (Els) e quelle di Jabhat al-Nusra. La gioia per la liberazione della città si trasformò in timore quando le brigate Els vennero cacciate dai salafiti di al-Nusra, affiliati di al-Qaeda e fedeli a una versione radicale dell’Islam.

I salafiti di Jabhat al-Nusra pensavano di avere in pugno la situazione: si erano liberati dell’Els, formazione sostenuta anche dalla Turchia che includeva dai disertori dell’esercito di Assad ai laici agli islamisti. L’Els veniva presentato alle conferenze internazionali come il braccio armato dei “moderati” ma stava già perdendo seguaci. In realtà moderati e laici non hanno mai controllato nulla, tanto meno avevano un ruolo i politici siriani che si facevano pagare dagli occidentali i conti degli hotel a cinque stelle.
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13 novembre 2015, gli attentati di Parigi

Siamo in guerra? Riflessioni dopo gli attentati di Parigi

di Susanna Kuby

Domenica 15 novembre ci volevano i primi commenti sul manifesto di Samir Amin, di Tommaso di Francesco e Giuliana Sgrena, i dati forniti da Antonio Mazzeo sul crescente impegno militare della Francia in Africa, utili a fornire all’osservatore sgomento davanti all’attualità parigina un sistema di coordinate per non abbandonarsi all’angoscia della “guerra al terrorismo” proclamata dagli USA ormai 14 anni fa, e ora di nuovo sulla bocca di politici europei e della ‘intellighenzia” rappresentata da Eugenio Scalfari.

Non sanno coloro che questa strategia ha provocato finora solo altro terrore e molte altre centinaia di migliaia di morti nel mondo? Perseverare mi sembra diabolico, significa giocare col fuoco oltre accettare la provocazione dei terroristi.

Se si vuole veramente spezzare la spirale della violenza a livello globale che ha chiuso il vecchio e aperto il nuovo millennio bisogna cambiare non solo politica, ma anche la nostra economia che crea e approfondisce le disegualianze e le contrapposizioni nel mondo. È dalla fine del mondo bipolare (1989/90) che il capitalismo occidentale ha intensificato la sua ingerenza bellica nei paesi dell’ex “Terzo mondo” per assicurarsi il controllo sulle zone medio-orientali ed asiatiche dell’ex-URSS con le principali risorse naturali. E già prima, durante gli anni Ottanta, la guerra Iraq-Iran, quando gli USA sostenevano un Saddam Hussein, fu una guerra “nostra”, condotta per procura. L’attualità è vecchia.
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Dopo Parigi giovani musulmani in marcia - Foto Gazzetta di Modena

Modena: dopo Parigi giovani musulmani in marcia

di Dante Farricella

«Ci riuniamo tutti oggi per dare la nostra solidarietà alle famiglie che soffrono per la perdita di un proprio caro, morto ingiustamente, perché qualcuno egoisticamente ha deciso che i propri diritti valgono di più di quelli di qualcun altro». Con queste parole, a nome dei Giovani Musulmani d’Italia, Takwa Haddad ha aperto la Marcia silenziosa che a Modena la sera di venerdì 16 Gennaio, ha voluto ricordare quanto avvenuto la settimana scorsa a Parigi. Takwa, 20 anni nata a Modena, con la sua leggera cadenza emiliana continua:

«Siamo qui per dire no alla violenza, siamo qui perché vogliamo un mondo migliore, in cui tutti abbiano gli stessi diritti, siamo qui perché vogliamo che la libertà di una persona non calpesti quella di un’altra; siamo qui per dimostrare che nessuna religione, etnia o partito possa approvare la violenza».

Takwa, Salma, Osama, Azalea, Hafssa, Kadija, Zacharia fanno parte dei Giovani Musulmani d’Italia, vengono da Modena, Reggio, Sassuolo, Carpi, vengono per dire no alla violenza e anche a questa mentalità che omologa l’Islam al terrorismo. La parola che più si sente ripetere è l’Islam è pace, le religioni devono essere pace, non esiste prevaricazione nella religione.
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La civiltà di Charlie Hebdo, la barbarie del razzismo, dell’islamofobia, del nazionalismo

Matteo Salvini e Beppe Grullo - Fotomontaggio di Micromega online
Matteo Salvini e Beppe Grullo - Fotomontaggio di Micromega online
di Annamaria Rivera

Non sempre mi sono sentita in sintonia con Charlie Hebdo, che pure sin dalla giovinezza è stato tra i segni distintivi del mio habitus: quasi come le sigarette, il manifesto, il caffè zuccherato, i vestiti di color viola o verde, la borsa a tracolla, i monili d’argento, il trucco agli occhi, la bibliofilia… Dico “quasi” perché era un vizio che si poteva soddisfare in modo intermittente, quando si andava in Francia e ci si precipitava a comprarlo. Un vezzo i cui germi erano nel ’68, che amava Linus e le bandes dessinées, Wolinski come Reiser, Crepax e altri grandi disegnatori (più tardi, a perpetuare quel vezzo ci sarebbero stati Il Male e Cuore).

È stato, quello per Charlie Hebdo e in particolare per Charb, un amore tormentato. Mi son sempre piaciuti l’irriverenza e incompatibilità assolute, il gusto dello sberleffo trasgressivo e outré, l’insolenza scandalosa verso ogni potere e ideologia costituiti. E mai ho preteso, da loro, il politicamente corretto. Ma, quando, nel 2005, sopraggiunse l’affaire delle vignette danesi, che presto sarebbe diventato sanguinoso, mi disturbò un poco che Charlie pubblicasse non le sue ma quelle “caricature”, di cui alcune ricalcavano stilemi propri dell’iconografia antisemita. Che finisse per tener bordone, di fatto, al Jyllands Posten: cioè al quotidiano, dall’orientamento decisamente anti-immigrazione e anti-musulmano, che era la voce ufficiale del partito conservatore, allora al governo. E che in tal modo contribuisse – il mio Charlie! – a trasformare una vicenda minore in una controversia internazionale di portata esplosiva: centinaia di persone arrestate e decine uccise nel corso di manifestazioni di protesta.

Ad avermi riconciliata con Charlie, dopo questa parentesi, è stata l’ammirazione per il fatto che, pur detestati da reazionari, benpensanti, politici vari, pur minacciati per un decennio da islamisti fanatici, tutti loro avessero conservata intatta l’irriverenza verso fanatismi di ogni genere, anche verso quelli apparentemente laici, compresi i dogmi del profitto e del neoliberismo.
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A Parigi non c’è la spiegazione

Manifestazione di Parigi
Manifestazione di Parigi
di Giulietto Chiesa

Valanghe di retorica dolciastra e fuorviante, attorno alla gigantesca manifestazione di Parigi, mentre l’Europa dei potenti (ma ricattati e ricattabili leader del vecchio continente) si appresta a varare a Bruxelles misure di emergenza anti-terroristica che ricopieranno fedelmente il Patriot Act di George Bush nei giorni che seguirono l’11 settembre 2001. Il caravanserraglio mediatico dei servitori del potere sta già archiviando la prima pagina di questa tragedia: la versione (anzi le versioni) ufficiali dell’attentato sanguinoso contro Charlie Ebdo sono date per acquisite. Come se sapessimo ciò che è accaduto.

Invece non sappiamo niente di niente. A meno di non pensare che tutto questo immenso Circo Barnum di emozioni, lacrime false, e vere, paure, bugie, chiacchiere più o meno insulse, che ha fatto muovere tutti i governi d’Europa, più Netanyhau e Abu Mazen, sia stato provocato dalla follia di due giovanotti (che, per altro) erano sotto controllo da molti anni da parte dei servizi segreti francesi. La minaccia c’è, e quelle facce, molto simili al bronzo, che aprivano il corteo di Parigi, lo sanno.

È lo Stato islamico”? Certo: “anche” lo Stato islamico, ma bisogna chiedersi cos’è lo Stato Islamico, da dove viene, chi lo ha creato, pagato, organizzato. E chi lo guida, sfruttando l’enorme forza motrice di immense masse diseredate del pianeta. A Parigi è stato compiuto un “atto di guerra” contro i popoli europei. Il secondo dopo la vera e propria aggressione che gli Stati Uniti e i dirigenti europei hanno scatenato contro la Russia, in Ucraina, all’inizio del 2014.
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Contro la subalternità etnica e di classe: je ne suis pas Charlie

Je ne suis pas Charlie
Je ne suis pas Charlie
di Marina Nebbiolo e Fabio Mengali

Venti morti, un attentato, sei attacchi compresi quelli militari, tre giornate di guerra. I nemici? Terroristi pronti ad immolarsi insieme alle loro vittime. L’ “11 settembre della Francia”? Come titola Le Monde all’indomani della sanguinaria incursione nella sede del giornale Charlie Hebdo. Parigi come le Twin Towers e la spietata battaglia contro il feroce esercito islamico interno, alle frontiere del Paese e dell’Europa. No, in Francia non siamo in guerra, almeno non è quella guerra che vogliono farci combattere con le armi repubblicane dell'”unità nazionale” e del rivoltante umanesimo di facciata ignorato quando si tratta di immigrati, di oggi o di prima, seconda e terza generazione. Choc , certo per chi si era abituato ai Sarkozy e ai Valls, più realisticamente assistiamo ad un traumatico risveglio.

Il “nemico” in ogni caso oltre che di kala e di slogan raccapriccianti è armato anche di immaginario e parla in rete di futuro. Una visione non identificabile, o inesistente, nella vita dei giovani francesi, donne e uomini, che vivono nelle cités oppure nelle zone rurali, in uno dei Paesi occidentali più ricchi, dotati di ottimi servizi e di un eccellente sistema educativo. Per capire che non siamo in quella guerra lì ma in tutt’altro terreno minato bisognerebbe prima curare l’amnesia politica che colpisce i governi francesi dopo ogni febbre dagli anni Novanta, sintomo sociale ed economico che esplode nelle aree periferiche metropolitane ma anche nei quartieri popolari di sempre più numerose città francesi; poi ricordare la sindrome postcoloniale e la successione di leggi per difendere la laicité républicaine.

E infine osservare come si esercita il controllo sociale e la punizione istituzionalizzata sui poveri e impoveriti in alternativa all’ esercito di occupazione se il rapporto di forza si gioca in quei territori ormai disseminati ovunque e non solo nelle periferie urbane che si profilano come banlieues. E l’islam in tutto questo? L’islam è un veicolo, ci si salta sopra ad un certo momento, musulmani o convertiti, dai 15, 16 anni, poi si tenta il viaggio iniziatico nelle zone di guerra, Iraq, Afghanistan, Pakistan o Siria dove ci si arruola contro un regime sanguinario che ha ucciso duecentomila persone e ne ha costretti alla fuga altri milioni, tuttora impunito per le barbarie contro la popolazione.
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Charlie Hebdo

Io ho paura: contro la falsa esibizione di orgoglio per valori ormai bruciati

di Loris Campetti

Al dolore e alla rabbia per la strage di Parigi si associa il fastidio che provo per la retorica che ne guida la narrazione. Che nessuno, qui in Occidente, provi paura è una falsa esibizione di orgoglio per dei valori ormai da tempo bruciati da una pratica opposta generata dalla globalizzazione neoliberista. Solo per dirne una, che ne è del modello sociale europeo? Così, fatta questa premessa, vi ripropongo un articolo che scrissi a caldo dieci anni fa sul “manifesto” dopo un’altra strage nel cuore dell’Europa.

Io ho paura. Ho paura che tra il massacro di Falluja e quello di Londra ci sia un nesso. Ho paura di chi massacra la popolazione civile in Iraq, con le bombe o le autobomba. Ho paura di chi massacra i civili a New York, a Madrid, a Londra. O a Kabul. Ho paura di chi uccide e si uccide in nome di un dio ma ho paura anche di chi dice di farlo in nome del suo dio ma lo fa in nome del danaro o del petrolio. O per esportare la democrazia, la sua democrazia. Ho paura di chi giura che il suo modo di vita non sarà cambiato dagli attacchi nemici mentre io questo modo di vita vorrei cambiarlo a prescindere dal nemico.

Chi è il nemico? Ho paura che non si debba guardare troppo lontano per individuarlo e una volta individuato, potremmo scoprire che assomiglia a quell’altro nemico che scorrazza in motocicletta nelle montagne tra l’Afghanistan e il Pakistan. Ho paura che una buona parte della civiltà superiore che vogliamo difendere dalla barbarie sia già morta, a Guantanamo, ad Abu Graib, a San Foca. Ho paura che per un palestinese nato in un campo profughi la speranza e la gioia siano sentimenti sconosciuti. Temo che il filo che divide la vita dalla morte, per lui sia troppo sottile.

Ho paura di chi pensa che prima vengono gli interessi del suo paese e poi quelli del pianeta Terra e per difendere il suo presente uccide il futuro, nostro e suo. Ho paura di chi dice che il nemico economico ha il muso giallo e il nemico sociale o religioso ha il muso nero, o la barba lunga, o il velo. Ho paura di chi ha la barba lunga o il velo e pensa che io sia il suo nemico. Ho paura che la guerra non sia scoppiata l’11 settembre ma che l’11 settembre il fronte si sia allargato fino al mio giardino.
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L’ambiguità delle piazze francesi

Charlie Hebdo
Charlie Hebdo
di Rossana Rossanda

Le sole parole equilibrate nel diluvio di dichiarazioni di orrore e di angoscia anche della stampa italiana per l’assassinio dei disegnatori e del direttore di “Charlie Hebdo” le ha scritte Massimo Cacciari, riportando la questione alla sua dimensione temporale e politica. La grande emozione e protesta che ha subito riempito in modo spontaneo le piazze francesi non è mancata infatti di qualche ambiguità. Si è potuto manifestare legittimamente, e quasi accogliendo l’invito del presidente Hollande, il rifiuto del fondamentalismo e la difesa della repubblica e il “no” ai problemi posti dalla grande immigrazione musulmana in Europa.

Facilitata in Francia dal troppo coltivato richiamo alla colonizzazione francese in Africa del Nord e nel Medio Oriente. Da molti decenni si è dimenticato che un accordo fra un alto funzionario inglese, Sykes, e uno francese, Picot, disegnò la spartizione dell’impero ottomano fra Francia e Gran Bretagna. La Gran Bretagna poi ha prevalso e ancora più recentemente hanno prevalso le politiche degli Stati Uniti. Ma le recenti scelte di Holland di intervento nel corno d’Africa e nell’Africa centrale hanno, senza volerlo, ripristinato l’immagine di una gloria coloniale che dà fiato a Marine Le Pen.

Ugualmente le parole del presidente Holland subito dopo l’attentato, richiamando tutto il paese all’unità contro il terrorismo, sono parse legittimare la richiesta del Fronte nazionale di partecipare alla grande manifestazione ufficiale antifondamentalista di domenica prossima, che lo ha messo non poco in imbarazzo davanti allo slancio con il quale Marine Le Pen ha annunciato la sua partecipazione. Non si possono infatti portare avanti due politiche opposte – l’accarezzare vecchie e ingiustificabili tendenze coloniali e la difesa dei valori repubblicani – come ha fatto il governo socialista, nel tentativo di mettere in campo un diversivo allo scontento popolare in tema di diritti dei lavoratori e di politica economica.
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