Piazza Fontana

A 46 anni da Piazza Fontana: ricordare le stragi di ieri, fermare le guerre di oggi

di Licia Pinelli, Pia Valpreda, Claudia Pinelli, Silvia Pinelli, Memoria Antifascista, Ponte della Ghisolfa, Comunità Curda Milanese, Rete Kurdistan, Partigiani in Ogni Quartiere, ZAM Zona Autonoma Milano, Csoa Lambretta, CS Cantiere, Soy Mendel, Sinistra Anticapitalista – Milano, Partito della Rifondazione Comunista – Fed. Di Milano, Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre, Amici e Compagni di Luca Rossi, Associazione Amici e Familiari di Fausto e Iaio, Associazione Per Non Dimenticare Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, Associazione di Amicizia Italia – Cuba, Teatro della Cooperativa, Zona 3 per la Costituzione, CASC Lambrate, Rete Studenti Milano, Collettivo Bicocca, Collettivo Universitario the Take – CUT, Coordinamento dei Collettivi Studenteschi – CCS, LUME, Dillinger Project, Rojava Calling Milano, Spazio di Mutuo Soccorso – SMS, Comitato Abitanti San Siro, Adesso Basta, Fronte Palestina di Milano, PRC sez.Casaletti di Paderno Dugnano, Redazione di Lotta Continua, SI Cobas, Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti, Link – Sindacato Universitario, ACT Milano, Fronte Popolare, Centro Culturale Concetto Marchesi, ANPI Crescenzago, ANPI Assago, Comitato NO Muos milano, Parallelo Palestina, Associazione antirazzista Le Radici e Le Ali, Sondrio Antifascista, Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito, Sestodemocratica, Collettivo Berchet, Rete Milano senza frontiere, L’Altra Europa con Tsipras, Partito Comunista dei Lavoratori, Casa Rossa Milano, Comitato Contro la Guerra Milano, Circolo ARCI 26×1 – Offensive democratiche, ARCI area Carugate, Associazione ARCI Ponti di Memoria, Martesana libera e antifascista, Partito Comunista d’Italia – Milano, Azione Civile Nazionale, Azione Civile Lombardia, Azione Civile Milano, Ross@ Milano, COSP – Collettivo Scuola Pasolini

Il 12 dicembre 1969, una bomba scoppiava in Piazza Fontana. Una bomba, che facendo 17 morti e decine di feriti unita alla morte di Giuseppe Pinelli assassinato tre giorni dopo nella Questura di Milano, inaugurava la “Strategia della Tensione”, ovvero la costruzione sistematica di paura volta a criminalizzare i movimenti sociali e le richieste di diritti e libertà che in quegli anni riempivano le strade.

Oggi, 46 anni dopo, vediamo come, in Italia e in altre parti del mondo, la strategia della paura, della criminalizzazione verso chi pretende diritti per un futuro e una vita migliore, non sia cambiata: dalle piazze xenofobe di Salvini & co, ai muri di Orban, alle sparizioni forzate in Messico, alle stragi ad Ankara, Suruç e Dyarbarkir.

Come 46 anni fa, i poteri politici, economici e militari hanno tutto l’interesse a bloccare ogni spinta e autorganizzazione dal basso che metta ulteriormente in crisi un modello economico globale basato sulle speculazioni, l’espropriazione di terre e diritti, lo sfruttamento di miliardi di persone e territori in tutto il mondo.
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Parigi e lo stato d’Ordine Mondiale

Parigi 2015
Parigi 2015
di Luca Mozzachiodi

Avevo deciso di non intervenire e di non scrivere nulla riguardo i recenti fatti di Parigi, non per un religioso rispetto del silenzio sui morti ma per non aggiungere una voce di più all’orrendo chiacchiericcio che impediva qualsiasi riflessione seria, con orrore ascoltavo i dibattiti televisivi precipitare nello sciovinismo, con orrore assistevo ai comizi improvvisati di chi ama riempirsi la bocca con frasi dettate dalla ben rotonda (e confortante) verità di uno scontro di civiltà e della difesa dell’Occidente, sempre con orrore vedevo alla televisione schiere multicolori di bambini e ragazzini intonare la Marsigliese.

Certo davvero impuro, pensavo, sarà il sangue di questi miliziani se deve irrigare la Francia in nome della pace di un bambino, la vita offesa esige una vendetta e una difesa, tentare un’argomentazione razionale e politica contro questo bisogno non si sa nemmeno, sotto sotto, quanto abbia mai messo conto nella storia dell’umanità e non ci resta che il disgusto di un’innocenza violata ed il timore per una radicalizzazione dei conflitti secondo logiche, diciamolo tranquillamente, di destra.

Poi passarono le immagini dei bombardieri, come un sipario tra il primo e il secondo atto di questo dramma che per molti aveva i tratti della tragedia e per pochi malpensanti già i contorni della farsa. Il secondo atto si è aperto con un coro piangente e per arredo scenico aveva cupi manifesti che recitavano: siamo in guerra; molti si saranno svegliati male, ma confido che almeno un francese, o un belga, o un qualsiasi europeo si sarà grattato perplesso il capo pensando, non lo eravamo già prima? Sembrava insomma un copione un po’ frusto, desolante certo, ma per nulla nuovo.
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Parigi, oh cara: le (deplorevoli) reazioni politiche

Parigi 2015
Parigi 2015
di Lidia Menapace

Colpitissima per lo scempio che ha colpito di nuovo e più duramente la più amabile e amata capitale europea, desidero mettere su carta una breve serie di considerazioni politiche in proposito, che si sommano alle numerosissime e quasi sempre giuste che ho trovato nella posta, di ritorno da un giro di dibattiti che mi ha tenuto lontana da casa.

Ho voluto osservare come hanno reagito i personaggi politici da una parte e le popolazioni dall’altra. Incomincio dal segretario generale delle Nazioni Unite. Si è limitato a esprimere dolore per le vittime e vicinanza alla Francia, tono umanitario. Non ha aggiunto altro, evidentemente ben sapendo di poter esere smentito da vari appartenenti alle Nazioni Unite.

Infatti subito Obama, come se non fosse membro delle N.U. è intervenuto villanamente, sorpassando nonché le N.U. anche la sovranità della Francia e Hollande dichiarandosi suo sostenitore e alleato nel distruggere con la forza e le armi il terrorrismo. Si tratta di una posizione irresponsabile che si somma e accresce le responsabilità di Hollande per aver fatto una politica colonialista e dissennata. Hollande è rimasto oscillante e incerto, e non è davvero un bel fatto che la Francia così colpita abbia vertici politici vaghi. E che non rifiuti Obama come alleato nella guerra per distruggere con la forza il terrorismo. A questo punto , dati i precedenti a me pare che la prima cosa da fare sia di chiedere che Obama restituisca il Nobel per la pace.
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Parigi, Europa, dopo il massacro del 13 novembre

I fatti di Parigi
I fatti di Parigi
di Amina Crisma

Parigi, Europa. Place de la République, un anno fa

A fine dicembre di un anno fa, chi passava per Place de la République poteva vedere, poco distante dal grande monumento, una piccola giostra, manège gratuit, una di quelle che la municipalità di Parigi mette a disposizione dei bambini durante le feste di Natale, e intorno una folla multicolore – di genitori e figli, di nonni e nipoti – un caleidoscopio di parigini della più varia ascendenza, senegalese, maghrebina, vietnamita, cinese, askenazita, sefardita, rumena, tailandese e quant’altro, tutti ugualmente presi dalla serietà del gioco, tutti insieme a godersi il lusso imprevisto di uno sprazzo di sole invernale. Tutti insieme offrivano ai passanti una scena di quello straordinario spettacolo che è la vita quotidiana della città e della sua gente.

Di tante cose diverse che è, e delle quali ciascuno ha il suo personale catalogo, Paris tel qu’on l’aime credo sia soprattutto momenti e spazi come questo, in cui la grande metropoli si fa festa paesana, scena condivisa di vita familiare, pluralità cordiale e corale.

Soltanto pochi giorni dopo, dopo il 7 gennaio, la semplice normalità di quella piccola scena sembrava appartenere a un racconto d’altri tempi, a una favola diventata ormai irreparabilmente lontana. A poca distanza, la strage nella redazione di Charlie Hebdo, e poi nella strada Ahmed massacrato, e poi ancora strage a Porte de Vincennes nel negozio kosher. A colpi di kalashnikov si faceva fuoco sugli inermi.
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Le “guerre occidentali”, gli attentati di Parigi e i mondi asimettrici

13 novembre 2015, gli attentati di Parigi
13 novembre 2015, gli attentati di Parigi
di Mauro Zani

Non volevo aggiungere il mio sproloquio analitico al cumulo di più o meno sofisticati esami geopolitici compiuti in questi giorni dopo la mattanza di Parigi. Non voglio farlo neppure adesso.

Però. Mi son commosso guardano le immagini delle persone che uscivano dallo stadio cantando la marsigliese. Però. Prima, nel corso della notte di venerdì, mi son ritrovato a immaginarmi un linciaggio, lungo e doloroso, dei fanatici maiali che hanno fatto il tiro al bersaglio contro una folla inerme. Però.

Son poi rimasto deluso perché i maiali si son fatti saltare privandomi della possibilità di farli fuori seppur per interposta testa di cuoio. Dopodiché “l’attacco al nostro modo di vivere” (Renzi ma non solo), l’attacco alla nostra civiltà (Mattarella ma non solo) mi portano a ricordare.

Come cominciò e perché cominciò la mattanza. Storia lunga. L’epoca dei neoliberisti.

Quando. Uno dei principali guru dei think tank repubblicani made in USA spiegava che: “Siamo in grado di condurre due guerre contemporaneamente a distanza di duemila chilometri”.

Quando. “È nostra responsabilità tener in ordine il mondo”.
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Il destino di Raqqa ai tempi del califfato

di Alberto Negri

Come si vive in Siria ai tempi del Califfato? Il destino di Raqqa, capitale dell’Isis bombardata da russi e francesi, racconta una storia emblematica della guerra siriana che racchiude prima la paura per la repressione esercitata dal regime di Bashar Assad, poi le speranze sollevate dall’avanzata dei ribelli e infine il cupo terrore imposto da al- Baghdadi. Ma la sorte di Raqqa descrive anche quanto sarà complicato sradicare i jihadisti, sempre che si trovi l’accordo per farlo.

Il 6 marzo 2013 Raqqa era un città in festa che accoglieva gli insorti sventolando bandiere. Per Assad la sconfitta era stata umiliante: questa città di 200mila abitanti, 160 km a Est di Aleppo, era il primo capoluogo regionale a cadere in mano ai ribelli con un’offensiva che aveva visto schierate fianco a fianco le milizie dell’Esercito libero siriano (Els) e quelle di Jabhat al-Nusra. La gioia per la liberazione della città si trasformò in timore quando le brigate Els vennero cacciate dai salafiti di al-Nusra, affiliati di al-Qaeda e fedeli a una versione radicale dell’Islam.

I salafiti di Jabhat al-Nusra pensavano di avere in pugno la situazione: si erano liberati dell’Els, formazione sostenuta anche dalla Turchia che includeva dai disertori dell’esercito di Assad ai laici agli islamisti. L’Els veniva presentato alle conferenze internazionali come il braccio armato dei “moderati” ma stava già perdendo seguaci. In realtà moderati e laici non hanno mai controllato nulla, tanto meno avevano un ruolo i politici siriani che si facevano pagare dagli occidentali i conti degli hotel a cinque stelle.
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