L’appello di Zerocalcare: “Non possiamo voltare le spalle ai curdi”

di Gabriella Colarusso «Quando senti “Ratatata”, è Isis. Quando senti “Tum.Tum.Tum”, siamo noi». Era il 2015, i fanatici dello Stato Islamico davano l’assedio a Kobane, la città simbolo della resistenza curda, e Michele Rech da Rebibbia, l’artista Zerocalcare, era a pochi chilometri da lì, prima a Mesher poi fino Ayn al-Arab, nel cuore del Rojava […]

E se al posto del “Punta Canna” di Chioggia ci fosse il “Punta Qan”?

di Elettra Santori

Agosto 2025. La bandiera nera dell’Isis sventola orgogliosa all’ingresso di Playa Punta Qan, lo stabilimento balneare di Chioggia messo recentemente sotto indagine con l’accusa di apologia dell’ex Stato islamico. Nerovestito da capo a piedi, il gestore dei bagni, Ibn Abd Abaoud, accoglie i clienti in posa minacciosa da Jihadi John: sfilano sotto il suo sguardo saettante uomini in T-shirt col logo Isis e costume rigorosamente lungo dall’ombelico alle ginocchia, seguiti da donne sigillate in lunghi niqab dalle falde ondeggianti. Abaoud li scruta uno ad uno da capo a piedi: «Questo costume non è halāl, fratello, non vedi che ti lascia scoperta l’awra? Vai a casa e cambiatelo». «E tu, sorella, sciacquati quel rimmel dagli occhi, dove credevi di essere, a Mediaset?».

Oggi Abaoud è felice: i magistrati di Venezia hanno chiesto l’archiviazione per il reato di propaganda jihadista: tutti i memorabilia dell’Isis esposti alla reception dello stabilimento – le foto dei miliziani sui pick-up in marcia nel deserto, il merchandising di vestiario “jihadi-cool” inneggiante allo Stato islamico, la statuetta in bronzo patinato di al-Baghdadi che dichiara il Califfato nella moschea di Mosul – sono state ritenute dai magistrati «un’articolazione del pensiero» di Abaoud, semplici «stravaganze», forse un po’ sopra le righe, ma non certo minacciose né sovversive nei confronti delle Istituzioni italiane. Così oggi Abaoud può tranquillamente riprendere ad arringare i suoi bagnanti dal megafono della torretta sopra il punto ristoro: «Al-Baghdadi è stato un grande statista!», «La democrazia occidentale mi fa schifo!», «Sterminate gli infedeli, perché essi sono nel male ed essi sono il male!».
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Barcellona: sfidare la paura dell’orrore

di Fabio Mengali

Ogni volta che vedi l’orrore girare per le città del tuo continente, degli altri paesi a Est o a Ovest dell’Europa che siano, un retro-pensiero si affaccia sempre sul tuo conscio per dirti: “sono comunque eventi lontani, dove stai sei al sicuro”. Basta quel briciolo di riflessione in più per renderti conto del contrario, nonostante una marea di fattori aumenti o diminuisca la probabilità che ciò accada in una città piuttosto che un’altra. Pensiamo davvero che anni di guerre esterne, segregazione razziale e discriminazione etnica interne non abbiano ricadute collaterali dappertutto?

Non lo nasconderò, anche a costo di rivelare una mia certa ingenuità: Barcellona era una delle ultime città in cui mi sarei immaginato che un attacco jihadista potesse avere luogo. Ovviamente, non sono così sciocco da pensare che una sorta di bolla protettiva ed ermetica la rendesse immune: a quanto sembra negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi mesi, in Catalogna sono stati sventati diversi nuclei affiliati al fascismo nero della jihad. L’allerta posta sulla capitale catalana dai servizi segreti e dalle autorità della pubblica sicurezza era a livelli alti da diverso tempo. Eppure, conoscendo meglio Barcellona e la Catalogna dopo aver iniziato a viverci, ero convinto che la griglia interpretativa usata per analizzare i fenomeni della cosiddetta “radicalizzazione” dei cittadini europei verso il fascismo nero potesse valere.

Da quando è iniziata tre anni fa l’onda lunga del terrorismo la rivendicazione di Daesh e degli affiliati all’ideologia mortifera ha colpito i luoghi della socialità e della produzione delle città, piccole o metropoli che fossero, in particolare dei paesi del Nord Europa (senza contare, ovviamente, tutti quelli accaduti al di fuori del vecchio continente).
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Attentato a Berlino. Il terrorismo in cinque punti

di Diego Fusaro

Ed è subito terrore. Ancora una volta. Secondo modalità che ritornano sempre invariate, sempre le stesse. Quasi come se si trattasse di un copione già scritto, un orrendo copione da mettere in scena a cadenza regolare. Questa volta è stato il turno di Berlino. Permettetemi, allora, di svolgere alcune considerazioni generalissime sul terrorismo e sulla sua funzione nel quadro storico post 1989.

  • 1) Gli attentati si abbattono sempre e solo sulle masse subalterne, precarizzate, sottopagate e supersfruttate. L’ira delirante dei terroristi non si abbatte mai, curiosamente, sui luoghi reali del potere occidentale: banche, centri della finanza, ecc. I signori mondialisti non vengono mai nemmeno sfiorati. I terroristi avrebbero dichiarato guerra e poi attaccherebbero solo le masse schiavizzate, rendendo – guarda caso – un buon servizio ai signori mondialisti della finanza sradicata: i quali vedono il loro nemico di classe (le masse sottoproletarie, precarizzate e pauperizzate) letteralmente bombardato e fatto esplodere da agenzie terze;
  • 2) Il terrorismo produce un grandioso spostamento dello sguardo dalla contraddizione principale, il nesso di forza classista finanziarizzato. A reti unificate ci fanno credere che il nostro nemico sia l’Islam e non il terrorismo quotidiano del capitalismo finanziario (guerre imperialistiche, ecatombi di lavoratori, suicidi di piccoli imprenditori, popoli mandati in rovina);

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Flores d’Arcais: “L’Occidente fa affari con i fondamentalisti. La chiave è il ritorno alla laicità”

La strage di Nizza
La strage di Nizza
di Mattia Feltri

Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega e autore per le edizioni Raffaello Cortina di un saggio molto interessante (La guerra del sacro) sul fondamentalismo islamico, oggi ci dice che «purtroppo gran parte della sinistra e tutta la destra si rifiutano di vedere che c’è una guerra dichiarata non ai governi occidentali bensì ai valori rivoluzionari dell’eguaglianza, della laicità e delle libertà civili. È una guerra dichiarata con la strage di Charlie Hebdo ormai un anno e mezzo fa. Ma tutti hanno fatto finta di nulla».

Per quale motivo?

«Perché l’Occidente degli establishment è complice, visto che fa affari faraonici con l’Arabia Saudita e gli Emirati: non si può combattere l’Isis, cioè il fondamentalismo islamico che vuole farsi Stato, quando si è alleati di Stati islamici già fondamentalisti, in cui vige la sharia; non si può quando il nostro spiritoso ministro degli Esteri vuol fare entrare la Turchia di Erdogan nelle istituzioni europee; non si può quando si concedono spazi enormi a istituti islamici che sono brodo della cultura fondamentalista».
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Luciana Castellina

Luciana Castellina: “La crisi della democrazia mette in crisi la sinistra”

di Raffaele Liguori

«Se non affrontiamo seriamente il problema della spoliticizzazione come causa della crisi della democrazia, e quindi della sinistra, non ne verremo fuori». Lo dice Luciana Castellina, ospite oggi a Memos.

Castellina, 86 anni, è protagonista di una parte importante della storia della sinistra italiana. Militante nel Pci fino al 1970, quando fu radiata dal partito insieme al gruppo del manifesto; la sua militanza politica ha attraversato diversi partiti della sinistra: il PdUP, Rifondazione comunista, Sel, la lista Tsipras. È stata parlamentare a Roma e a Strasburgo. Oggi è presidente onoraria dell’Arci.

La conversazione di Memos inzia dal caso Regeni. Luciana Castellina è stata tra coloro che in queste settimane si sono mobilitati per chiedere verità sull’uccisione di Giulio Regeni. “Non permetteremo che venga calpestata la dignità dell’Italia”, ha detto ieri il ministro degli Esteri Gentiloni. Perché il capo della diplomazia italiana parla di “dignità dell’Italia”?

«L’espressione “dignità dell’Italia” viene usata troppe volte, a proposito e a sproposito. Gentiloni sembra voler dire che non è possibile che un Paese accetti che un suo cittadino venga ucciso con la connivenza di un altro Stato».
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Appunti su sinistra e politica estera

Isis
Isis
di Gianluigi Trianni

Quanto segue non è l’ennesima analisi sulle azioni terroristiche in Europa e sulle origini delle attuali vicende belliche in medio oriente ed in Africa (tra i tanti ne ha scritto ottimamente T. Di Francesco su “il Manifesto” del 23.03.2016), pur se sono convinto che il terrorismo sul suolo europeo sia una tecnica militare usata, con manovalanza fondamentalista autoctona, da contendenti che cercano di allargare il campo di battaglia medio-orientale e condizionarne gli esiti.

Quello che segue è un sintetico, e certamente incompleto, appello ad una iniziativa più incisiva delle sinistre sui temi di politica estera che, per la sinistra, sono i temi della politica per la pace e per la cooperazione internazionale.

“Sento”, infatti, che manca nelle prese di posizione delle sinistre, soggetti politici partitici e non, il tentativo (almeno) di proporre elementi, ed obbiettivi di lotta politica qui ed oggi, per una politica estera alternativa a quella del governo Renzi.

Faccio riferimento ad un chiaro e sufficientemente definito programma politico “da sinistra di governo”, o quantomeno “da opposizione di sinistra” condizionante le maggioranze di governo “neoliberiste”, per una politica estera centrata:
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Non solo Bruxelles, ma anche Lahore: alle radici della jihad

Dopo l'attentato di Lahore
Dopo l'attentato di Lahore
di Alberto Negri

Pensare che il Pakistan sia lontano dall’Europa è un errore che stiamo ancora pagando. La jihad è nata qui. Oscurato dalle atroci imprese del Califfato, un intero pezzo di Asia, ribollente e sanguinoso, era caduto nell’oblio dell’Occidente.

Ma qui si combatte una delle guerre al terrorismo più devastanti del pianeta, lo stesso terrorismo che ha appena colpito a Lahore e destabilizza una vasta regione a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, proiettando l’attività dei militanti fino all’Europa.

Per la verità se ne era ricordato qualche tempo fa il presidente Barack Obama nel suo discorso sullo stato dell’Unione, affermando che Afghanistan e Pakistan sarebbero stati teatro del terrorismo per altri decenni, evitando naturalmente di menzionare le responsabilità americane e saudite o la collaborazione assai ambigua delle autorità pakistane e afghane: come abbiamo visto a Bruxelles, con l’arresto di uno dei complici dell’assassinio di Massud nel 2001, circolano ancora i jihadisti che sono stati allevati qui per decenni. Ma un tempo, negli anni ’80, erano gli eroi della guerra all’Armata Rossa, solo più tardi questi alleati dell’Occidente sono diventati “barbari e fanatici”.

Nell’enciclopedia della jihad, che si acquista per pochi dollari a Islamabad, il Pakistan – con Peshawar, capitale della zona tribale dei Pashtun – occupa un posto speciale.
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Karim Franceschi, l’italiano che ha difeso Kobane

Karim Franceschi
Karim Franceschi
di Radio Popolare

“Il combattente – storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’Isis” è il racconto di una storia speciale. La storia di Karim Franceschi, ventiseienne di Senigallia (Ancona) che nel gennaio 2015 decide di unirsi ai miliziani curdi che resistono a Kobane, la cittadina nel Kurdistan siriano assediata dagli uomini del Califfo. Una decisione maturata durante un viaggio in cui Franceschi portava aiuti umanitari al confine tra Siria e Turchia e, vedendo la guerra da vicino, decideva di passare clandestinamente la frontiera per offrire il suo apporto alla resistenza curda.

“Ho sentito che dovevo fare una scelta, e una parte di me sarebbe morta se non l’avessi fatto”, ha raccontato Karim a Radio Popolare. “Mi hanno addestrato in quattro giorni e spedito subito sulla linea del fronte. Fino a quel momento avevo sparato molte volte, sì, ma nei videogiochi”.

“Sono andato completamente impreparato. Avevo un borsone pieno di cose inutili, tra cui un calzino pieno di caramelle”, ricorda Karim sorridendo. “Ma quando arrivai a Kobane scoprii che erano tutti impreparati: molti partigiani e partigiane erano ragazzini che non avevano mai nemmeno fatto sport. Insomma, decisi di andare sul fronte per primo, perché per quanto inadeguato fossi, lo ero meno di molti miei compagni”.
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Giulietto Chiesa

Giulietto Chiesa: “Credere che i valori dell’Occidente siano dominanti ci rende più deboli”

Loris Campetti

“Vogliono farci credere che il terrorismo dell’Isis sia un fenomeno islamico, inquietante ma estraneo. È una falsità, un’ipocrisia dell’Occidente: l’Isis è stato creato dall’Occidente e dagli Usa, e siccome non è una creatura autonoma dev’essere analizzato come effetto di una strategia ad ampio raggio”. Per chi non si accontenta della verità propinata dal pensiero unico, una chiacchierata con Giulietto Chiesa può essere stimolante. Scrittore, giornalista militante (l’abbiamo intervistato alla vigilia di una mobilitazione contro la Nato di cui è tra i promotori) con una lunga storia da inviato e corrispondente nell’Urss e poi in Russia, Chiesa “fa scandalo”, cita Marx e Paul Craig Roberts, rimanda il lettore al passato ricordando il ruolo della Trilateral o della P2 di Gelli per leggere il presente. Da qui le accuse un po’ facili di dietrologia.

Nelle tue analisi sembra che tutto si tenga e ogni evento di politica internazionale risponda a un unico progetto per il dominio del mondo. Un progetto magari complesso, con molti attori (e servizi segreti, o parte di essi) ma il cui centro è sempre a Washington.

I nessi esistono, non li ho inventati io, semmai io li svelo. Anche restando agli ultimi eventi tragici, da Parigi a Colonia, quel che emerge è che essi rispondono a un unico progetto. Un progetto Usa per mettere in ginocchio l’Europa. Persino fatti che sembrano totalmente estranei, come lo scandalo della Volkswagen e della Renault, rispondono al medesimo progetto. Colpiscono e indeboliscono i gruppi dirigenti dei Paesi occidentali, alleati ma non più totalmente allineati. Gli Usa vogliono solo vassalli, e con Paul Craig Roberts possiamo dire che colpiscono chiunque ostacoli la dottrina militare Usa per evitare l’insorgere di ogni sia pur timido tentativo di conquistare un’autonomia. È la dottrina Wolfovitz.
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