Matera 2019: si ricomincia, sempre con ritardo purtroppo, a riparlare delle ferrovie

di Michele Fumagallo Demagogia è affrontare quest’anno di Matera capitale europea della cultura parlando soprattutto d’altro. Ma parlare solo di cultura senza affrontare gli altri nodi dello sviluppo della città è cadere nella trappola opposta dell’astrazione. La cultura, che indubbiamente va analizzata nel suo specifico, ha senso se è dentro la civiltà complessiva di un […]

L’Anac chiede al governo di essere europeo

di Vincenzo Vita

Ancorché abbia fama di abilità tattica, il ministro Franceschini ha fatto uno strano uno-due. Da una parte ha voluto a tutti i costi una modestissima legge sul cinema (n.220 del novembre 2016) in cui l’universo degli autori e delle esperienze indipendenti è stato maltrattato a favore delle produzioni più potenti, dall’altra ha varato un coraggioso decreto legislativo sulla promozione delle opere europee e italiane che abbisognerebbe proprio del sostegno attivo delle categorie indebolite. Infatti, la valorizzazione delle “quote” contraddice in parte lo spirito conservatore della norma-madre.

E così, l’abile Dario ha trovato freddezza e voglia di rinvio a palazzo Chigi, rafforzate dalla plateale ostilità delle emittenti televisive, pressoché tutte. Rai, Mediaset, La7, Sky, Discovery e così via hanno chiesto lo stop del provvedimento, forti del loro enorme potere di influenza sul ceto politico. C’è aria di trattativa, ora. Forse il testo approderà nel consiglio dei ministri della prossima settimana. Ma, c’è da giurarci, l’articolato nel frattempo si stempererà. Salvo miracoli laici.

Del resto, il tema delle quote è attraversato da un forte conflitto sul controllo delle risorse. I broadcaster hanno l’interesse a riempire i palinsesti di programmi chiavi in mano curati dai “procuratori” (vedi la polemica al riguardo in seno alla commissione parlamentare di vigilanza) e di talk seriali. Il mondo dell’industria culturale chiede, invece, qualità e spazi originali, che certamente renderebbero migliori i contenuti. Anzi.
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Napoli in ripresa: non è un fuoco fatuo

di Sergio Caserta

Chi come me – partenopeo che non vive più a Napoli da molto tempo – tornandoci periodicamente per insopprimibile amore, non può non registrare con soddisfazione un costante cambiamento della città e soprattutto dei napoletani. Siamo abituati alla cautela e collaudati dalle tante delusioni: flussi e soprattutto riflussi in quest’ultimi trentanni ne abbiamo visti tanti, perciò nessuna esaltazione, né lodi a ennesimi rinascimenti.

Napoli in realtà muore e rinasce ogni giorno: questa nuova fase, che coincide con il secondo mandato di Luigi De Magistris, mi sembra mostri chiari elementi di evoluzione. In primo luogo e alla base, c’è il consolidamento del flusso turistico imponente ancor più per qualità che per la notevole quantità. Turismo straniero, ma anche tantissimo italiano cui corrisponde una crescita di servizi, ristorazione, arte, artigianato, cultura non più come fenomeni marginali ed effimeri.

No, sta crescendo una cultura imprenditoriale autoctona, rivolta a soddisfare domande più esigenti e diversificate, basti osservare l’offerta gastronomica e gli apprezzabili miglioramenti nell’imponente rete museale e culturale.
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Difesa del territorio, difesa della democrazia

di Paolo Ortelli

Le parole dell’iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi
La forma di una città cambia più in fretta – ahimè – del cuore degli uomini.
Charles Baudelaire

A commento del successo internazionale della Grande bellezza, Raffaella Silipo scriveva sulla Stampa: «Gli americani si immaginano l’Italia esattamente così: splendide pietre e abitanti inconcludenti». E se invece non fosse così? Se l’Italia decadente degli ultimi decenni fosse anzi l’opposto di quella imbelle, invecchiata e rassegnata, che si consola contemplando dall’alto le proprie bellezze imperiture, ritratta nel film di Sorrentino?

L’Italia è piuttosto un paese in cui sempre più persone e associazioni si ergono a difesa del bello, lottano per una riscossa civile contro la prepotenza distruttiva del cemento, rivendicano il diritto a un territorio sicuro, confortevole, funzionale; e in cui altrettante persone e associazioni, più semplicemente, si prendono cura di angoli del paese dimenticati dalle istituzioni. Si moltiplicano i comitati locali, Fai, Italia Nostra e Legambiente registrano sempre maggior seguito, l’opposizione al saccheggio del territorio è folta e coraggiosa e non teme le speciose etichette di sindrome Nimby (Not In My BackYard). I giovani rispolverano espressioni come «la bellezza salverà il mondo», figure come Tomaso Montanari e Massimo Bray divengono punti di riferimento per chi spera ancora in una rinascita della sinistra, e fra le tante contraddizioni grilline prova a farsi largo (con qualche difficoltà, basti pensare alla vicenda di Paolo Berdini a Roma) la parte migliore del Movimento cinque stelle, quella che propone una gestione del territorio più democratica e avanzata.
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Corno alle Scale, Abetone e Doganaccia: impianti sciistici e i soliti mega progetti folli

Corno alle Scale

di Claudio Corticelli

In questi giorni si parla di rilancio turistico dell’Appennino, attraverso un progetto sovra regionale che vuole unire le tre stazioni sciistiche di Corno alla Scale, Doganaccia e Abetone, rispolverando un’idea del 1963 che prevedeva una funivia Doganaccia-Scaffaiolo e un impianto di seggiovia con partenza da Tavola del Cardinale ed arrivo sotto al vecchio rifugio del lago.

Quindici milioni di euro la spesa prevista per la realizzazione delle opere, di cui 11 milioni reperibili da un possibile finanziamento nazionale con fondi destinati al rilancio dell’Appennino Tosco-Emiliano, gli altri 4 da trovare chissà dove. «Il percorso per il finanziamento di queste opere è cominciato qualche giorno fa, ora si tratta di realizzarlo in tempi brevi» è, secondo i presenti, l’annuncio fatto dal dirigente del settore Turismo della Regione Emilia Romagna a Vidiciatico, in occasione di un convegno tenutosi negli scorsi giorni.

In pieno periodo di cambiamenti climatici, di tagli ai bilanci pubblici e di riflessione sull’economia verde appare assurdo che a cavallo di Emilia Romagna e Toscana si stia parlando di un progetto di implementazione della rete di seggiovie e funivie per sviluppare il turismo sciistico invernale. Se si dà uno sguardo a piovosità e temperatura media dal 1961 al 2008 a Lizzano in Belvedere, si nota come la temperatura media annuale sia aumentata di 1 grado e la piovosità media annuale sia diminuita di 117 mm all’anno.
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Matrica

La chimica verde in Sardegna è una balla e Matrìca un miraggio

di Nello Rubattu

La chimica verde in Sardegna è una balla, e Matrìca un miraggio. Questo stabilimento dell’Eni, inaugurato nel 2014 in pompa magna da tutte le autorità anzionli, regionali e locali, è ormai in via di smobilitazione. Matrìca, nata fra i capannoni e le ferraglie in via di demolizione dell’esausto petrolchimico nella zona industriale di Porto Torres, che doveva occupare nel giro di due anni almeno 500 persone, oltre al fatto di dare vita ad un florido indotto, è in una fase di chiara ed evidente agonia.

Era tutta una balla quello stabilimento e non ci voleva molto per capirlo. Era una balla e noi lo avevamo detto su queste pagine. I fatti di questi giorni – con operai che non ricevono lo stipendio e l’Eni che si sta precipitosamente allontanando prima che crolli questo loro castello dalle fondamenta di argilla – lo dimostrano senza ombra di dubbio. Ed era una balla, perché quando l’Eni parlava di chimica verde, tutto il loro discorso non reggeva dal punto di vista industriale.

Purtroppo per la Sardegna, questo ennesimo sogno di rinascita e si è dimostrata una tragica commedia ai danni di una popolazione come quella del nord ovest della mia isola, stremata ormai da decenni di licenziamenti e cassa integrazione. “Certo che se l’Italia non ci fosse, bisognerebbe inventarla”. La battuta era un classico dell’avanspettacolo del primo dopoguerra, un modo come un altro per fare dell’ironia sui casini che stavano venendo fuori fra governi, ministeri e funzionari voraci che già dalla fine degli anni quaranta e i ruggenti anni cinquanta della rinascita del Nord, cominciavano a spuntare come cioccolatini in giorno di battesimo.
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Per favore, non parliamo più delle “quattro banche”

Banca Etruria
Banca Etruria
di Andrea Baranes

La colpa è dei risparmiatori che dovevano informarsi. Oppure è delle banche, che hanno piazzato titoli spazzatura. È di chi doveva vigilare, Banca d’Italia in testa. È del governo e del pasticcio del decreto salva­banche. È dell’UE e delle sue regole. Negli ultimi giorni è esploso il dibattito sul salvataggio di CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti, per cercare di individuare responsabilità e colpe.

Certo è che una banca non dovrebbe vendere a clienti inesperti prodotti come delle “opzioni certificates su sottostanti cartolarizzati”. Difficile anche solo capire di cosa si tratta, figuriamoci investirci i propri risparmi. Per questo esiste una normativa europea – la Mifid – che prevede che le banche, prima di vendere un prodotto, facciano quella che si chiama la profilatura del cliente, ovvero verifichino la conoscenza degli strumenti finanziari, la propensione al rischio, gli obiettivi dell’investimento.

Peccato poi che si scopra che il 75% della clientela – anche chi aveva un’istruzione media inferiore – è risultato figurare sui tre livelli più alti di conoscenza ed esperienza finanziaria. Dati a dire poco strani, ma che trovano una spiegazione se si viene a sapere quanto le strutture commerciali vengano pressate per raccogliere volumi e incentivi. Se da un’indagine della Consob risulta “il costante e penetrante controllo delle performance di rete” e “forme di pressione per raggiungere i budget”; se, come rivelato dalle parole di un dirigente: “forse non mi sono spiegato: vanno fatti i numeri”. Come dire vendita di prodotti in conflitto di interesse; forme di marketing scorrette; fissare obiettivi in funzione delle esigenze della società, privando l’investitore di alternative; e chi più ne ha più ne metta.
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Fiat - Foto di Martin Abegglen

Perché la Fiat non investe in Italia?

di Giuliana Commisso e Giordano Sivini, centro ricerche sulla governance dei processi economici, università della Calabria

“Tagliare gli investimenti su nuovi prodotti è una delle cose che una casa automobilistica non deve mai fare. Risparmiare non fa che protrarne l’agonia, perché il suo futuro si basa solo sui nuovi prodotti che i consumatori possono acquistare” [2]. Partendo da questa affermazione cerchiamo di capire perché Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha perseguito una strategia di contenimento degli investimenti entro i limiti dei flussi di cassa, portando l’azienda all’attuale collasso. Tra il 2007 e il 2011 le auto Fiat immesse sul mercato sono passate infatti in Europa da 1 milione 200 mila a 750 mila, con un andamento negativo più pronunciato di quello della Renault e della Peugeot, mentre la Volkswagen ha mantenuto le sue posizioni (figura 1).

Figura 1 - Auto registrate in Europa (valori assoluti)
Figura 1 - Auto registrate in Europa (valori assoluti)

Marchionne sostiene che in un periodo di crisi è inutile investire su nuovi modelli. In realtà, anche prima della crisi la sua strategia è stata di contenere gli investimenti. “Prima dell’ultima crisi finanziaria, la Fiat aveva presentato alcuni modelli che avevano avuto successo in termini di mercato e/o di profitto. Il gradimento degli acquirenti è attribuibile ai significativi miglioramenti nella progettazione che, con un abbassamento dei costi di sviluppo e di produzione, si sono riflessi sulla percezione della qualità.
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Green economy - Foto di WDM Manchester

La green economy e la scoperta del vapore

di Roberto Romano

La green economy deve affrontare una svolta di struttura. Gli investimenti mondiali hanno registrato una contrazione tra il 2011 e il 2012, mentre per il 2013 sembra manifestarsi lo stesso trend. Tutti i settori delle rinnovabili (vento, sole, idro, eccetera) hanno lo stesso trend, ma questo trend è diverso da area economica ad area economica. Da una parte abbiamo Cina e alcuni Paesi africani che continuano a investire, dall’altra parte Paesi come Eu e Usa che riducono gli investimenti. La Cina e l’Africa sono diventati improvvisamente dei driver delle rinnovabili? L’Europa comincia a perdere terreno nel consesso internazionale?

Molto probabilmente il trend degli investimenti è legato a strategie profondamente diverse. Da un lato la Cina ha scelto di emancipare la propria crescita economica dalla produzione di energia da fonti fossili; emanciparsi nel senso di non far dipendere la propria crescita dai prezzi del petrolio, assicurando il proprio sistema produttivo dalle oscillazioni di prezzo del petrolio che potrebbe rallentare la sua crescita e, soprattutto, renderla dipendente da fattori esterni. Lo sviluppo di energia da fonti rinnovabili, via Ide e investimenti autonomi, permette a questo paese di attutire il saldo della bilancia commerciale elettrica e, nel contempo, sviluppare con alcuni Paesi europei le economie di scala adeguate per rendere efficiente la produzione di energia rinnovabile. Quindi, la crescita degli investimenti ha una finalità di struttura. In altre parole programma e anticipa il proprio sviluppo.
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