Ma quanti anni ha davvero Internet?

di Vincenzo Vita Cinquant’anni di Internet. Lo scorso 29 ottobre si è celebrata la ricorrenza della nascita del primo collegamento tra due computer in California. L’esperimento aveva, ovviamente, una valenza scientifica ed accademica e nessuno dei protagonisti di allora poteva immaginare quello che sarebbe successo. In verità, rapidamente il salto tecnologico fu sussunto dal dipartimento […]

Autonomia differenziata: una rete a pois, a pois

di Vincenzo Vita «Una zebra a pois», cantava Mina negli anni sessanta. Se si cambia la parola zebra con «rete», si ha la dimensione esatta di quello che accadrà nell’universo delle comunicazioni se passerà l’autonomia differenziata. Il quattordicesimo capitolo dei ventitré inerenti alla scelta di attribuire «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» alle regioni […]

Di Maio e il copyright. Una lotta giusta

di Vincenzo Vita

Il rapporto presentato alla camera dei deputati dall’agenzia Italia e dal Censis sull’universo di Internet e della rete («L’insostenibile leggerezza dell’essere digitale nella società della conversazione», Kundera for ever) offre diversi spunti, frutto di un utile lavoro del direttore dell’Agi Riccardo Luna svolto insieme al condirettore Marco Pratellesi e al segretario generale dell’istituto di ricerca Giorgio De Rita.

La diagnosi è chiara: l’età dell’innocenza è finita da un pezzo e cresce la consapevolezza su diritti e doveri. Tuttavia, una parte cospicua degli utenti non considera le indicazioni del recente Gdpr (il regolamento europeo sulla privacy e la protezione dei dati personali) e il 15-20% non adotta neppure le cautele minimali come il ricambio delle password. Mentre è forte il fastidio per le fake news e per i profili coperti dall’anonimato. Tutto ciò avviene nel contesto di una persistente arretratezza, se è vero che «l’errore più grave degli ultimi 10-15 anni è stato girarsi dall’altra parte».

I mutamenti profondi della società digitale, a cominciare dalla struttura del lavoro, non sono entrati davvero nelle scelte dei gruppi dirigenti e, ancor meno, in quelle della pubblica amministrazione. E permane un consistente divario nell’accesso alla banda larga (solo un’abitazione su otto dispone di 30 mega).
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Quella svista a favore dei signori degli algoritmi

di Vincenzo Vita

Fumata bianconera (nessun riferimento calcistico) dopo l’incontro tra il Garante dei dati personali Antonello Soro e una delegazione ufficiale di Facebook guidata dalla responsabile europea per la privacy Yvonne Cunnane. Fumata bianca, perché la società di Zuckerberg ha dovuto cedere su taluni punti importanti: chiarimenti sulle società cui sono stati affidati o venduti i dati degli utenti, qualche trasparenza promessa sulle tecnologie utilizzate in particolare riguardo al riconoscimento facciale, adeguamento spergiurato al dettato del Regolamento europeo che sarà pienamente operativo dal 25 maggio.

Fumata ancora nera sul futuro, i cui contorni sono opachi, vista l’enorme ampiezza del potere accumulato dal principe degli algoritmi: misure e confini tuttora ignoti, con parti dark sfuggenti ad ogni controllo. È iniziato, però, un percorso di civilizzazione giuridica, in cui l’ufficio del garante italiano sta svolgendo un ruolo significativo.

Gli Over The Top non possono rimanere una terra di nessuno, in cui una vicenda come quella di Cambridge Analytica non è una mera patologia. Il mercimonio delle e sulle identità digitali è uno dei maggiori affari del secolo e gli impegni presi sono solo un primo passaggio, cui dovrà seguire una visione finalmente adeguata all’era che stiamo vivendo. C’è un’impressionante arretratezza nel dibattito pubblico.
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Internet secondo il censo: è solo l’inizio

di Vincenzo Vita

La potente e trumpianissima Federal Communications Commission (Fcc), vale a dire l’autorità mediale degli Stati uniti, ha deciso a maggioranza di eliminare il vincolo della Net neutralità, deciso nel 2015. Attenzione, non è affare per pochi specialisti. La “neutralità della rete”, infatti, è l’architrave dell’assetto democratico e non classista dell’infosfera. Si tratta, per dirla in breve, del principio giuridico in base al quale non possono essere determinate restrizioni ad accesso e connessione alle reti.

Ciò riguarda i dispositivi tecnici come la stessa libera fruizione degli utenti. È un punto cruciale, fortemente voluto dall’amministrazione di Obama e oggetto di discussione anche in Europa. Pure in Italia, ma con scarso successo, essendo da due legislature che si trascina senza esito il tema, pur con buone proposte (nell’attuale quinquennio a prima firma Quintarelli).

Lo stop incandescente (con la riunione persino sospesa ed aggiornata, per le evidenti tensioni) voluto dall’organismo americano suona, così, da fischio d’inizio della lotta finale tra vecchi e nuovi media. Il potere antico delle aziende delle reti fisiche di telecomunicazione (le telco, che fecero affari colossali con il telefono), oggi assediato dalla capillarità veloce dei vari Google Facebook Twitter e – in generale – degli aggregatori dei dati, reagisce. Meglio tornare alla comoda divisione di censo.
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Il lato “maledetto” della Rete contro le donne

di Vincenzo Vita

Sulla scelta, condivisibile, della presidente della camera dei deputati Laura Boldrini di denunciare coloro che insultano on line si è già scritto molto. E qui non sono in gioco giudizi politici. Il manifesto ha affrontato il tema generale, con gli articoli di Bia Sarasini e di Guido Viale (18 e 22 agosto). Si pone a questo punto, però, il lato «maledetto» del problema, da tempo in incubazione, oggetto di infiniti dibattiti, e tuttavia poco affrontato in termini davvero operativi.

Vale a dire il nodo dei limiti della libertà nella e della Rete. Ovviamente, guai solo a pensare che Internet possa essere imbavagliato, magari con nobili intenzioni.

Hanno ragione coloro che sottolineano come la nuova «realtà allargata» valichi i vecchi confini analogici ed esprima zone di conflitto che qualche grida non rimuove. Come le solite proposte di istituire specifiche «autorità» o di estendere i compiti delle attuali istituzioni di garanzia. Ciò non toglie che l’incitamento all’odio («hate speech»), attraverso le diverse forme con cui si esprime, configuri una degenerazione inquietante, tale da chiudere anche simbolicamente l’era dell’innocenza del web.
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Per una critica dell’ideologia neoliberista di Internet

di Evgeny Morozov

La sinistra non è mai stata un asso nel creare eccitanti narrazioni a sfondo tecnologico, e infatti anche in questo caso non ha alcuna eccitante narrazione da offrirci. Peggio ancora: non ne avrà mai una se non riscriverà la storia di internet – l’humus intellettuale della Silicon Valley – come una storia di capitalismo e imperialismo neoliberista.

Già come concetto, internet non è una nitida fotografia della realtà. Somiglia più alla macchia d’inchiostro del test di Rorschach, e di conseguenza chi la guarda ne trarrà una lezione diversa a seconda della sua agenda politica o ideologica. Il problema di internet come concetto regolativo su cui basare una critica alla Silicon Valley è che la rete è così ampia e indeterminata – può contenere esempi che portano a conclusioni diametralmente opposte – che lascerebbe sempre alla Silicon Valley una facile via di fuga nella pura e semplice negazione. Dunque qualsiasi sua critica efficace dovrà anche sbarazzarsi del concetto stesso.

Persino progetti come Wikipedia si prestano a questa lettura duplice e ambigua. Nel sinistrorso ambiente accademico americano la tendenza dominante è leggere il suo successo come prova che le persone, lasciate a se stesse, sono in grado di produrre beni pubblici in modo del tutto altruistico e fuori dal contesto del mercato. Ma da una lettura liberista (o di destra) emerge un’interpretazione diversa: i progetti spontanei come Wikipedia ci dimostrano che non serve finanziare istituzioni perché producano beni pubblici come la conoscenza e la cultura quando qualcun altro – la proverbiale “massa” – può farlo gratis e per giunta meglio. […]

La nostra incapacità di smettere di vedere ogni cosa attraverso questa lente internet-centrica è il motivo per cui un concetto come la sharing economy risulta così difficile da decifrare. Stiamo assistendo all’emergere di un autentico post-capitalismo collaborativo o è sempre il buon vecchio capitalismo con la sua tendenza a mercificare tutto, solo elevata all’ennesima potenza? Ci sono moltissimi modi di rispondere a questa domanda, ma se partiamo risalendo agli albori della storia di internet – è stata avviata da una manica di geni intraprendenti che smanettavano nei garage o dai generosi fondi pubblici delle università? – difficilmente troveremo una risposta anche solo vagamente precisa. Vi do una dritta: per capire l’economia della condivisione bisogna guardare – indovinate un po’… – all’economia.

Da una prospettiva culturale, la questione non è se internet favorisca l’individualismo o la collaborazione (o se danneggi o agevoli i dittatori); la questione è perché ci poniamo domande così importanti su una cosa chiamata internet come se fosse un’entità a sé stante, separata dai meccanismi della geopolitica e dal contemporaneo capitalismo iperfinanziarizzato. Finché non riusciremo a pensare fuori da internet, non potremo tracciare un bilancio corretto e attendibile delle tecnologie digitali a nostra disposizione.

[…]Ci siamo fossilizzati sulla tesi della centralità di internet per spiegare la realtà (a seconda delle volte fosca o edificante) attorno a noi, e così continuiamo a cercare aneddoti che confermino la correttezza della nostra tesi; il che non fa che convincerci ancora di più che la nostra tesi preferita debba essere centrale in qualsiasi spiegazione dei nostri problemi attuali.

Ma cosa significa in pratica pensare fuori da internet? Be’, significa andare oltre le favolette fabbricate dal complesso industrial-congressuale della Silicon Valley. Significa prestare attenzione ai “dettagli” economici e geopolitici relativi al funzionamento di molte società hi-tech. Scopriremmo così che Uber – grande promotore della mobilità e della lotta alle élite – è un’azienda che vale più di 60 miliardi di dollari, in parte finanziata da Goldman Sachs. Allo stesso modo, ci renderemmo conto che l’attuale infornata di trattati commerciali come il TiSA, il TTIP e il TPP, nonostante siano ormai falliti, mira a promuovere anche il libero flusso di dati – scialbo eufemismo del ventunesimo secolo per “libero flusso di capitali” -, e che i dati saranno sicuramente uno dei pilastri del nuovo regime commerciale globale. […]
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Le baby star di Youtube: intrattenimento redditizio per chi?

Baby star di Youtube e i potenti - Foto LaStampa.it
Baby star di Youtube e i potenti - Foto LaStampa.it
di Noemi Pulvirenti

Contenitore di miliardi di “contenuti” e colosso consolidato di una nuova forma di intrattenimento. Stiamo parlando di Youtube, nato nel 2005 dalla mente di Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim che per primi caricarono un video che ritraeva Jawed in uno zoo. A distanza di 10 anni, questo canale si è trasformato insieme a Google (non a caso è ormai un suo figlio) per diventare il più grosso depositario di filmati di qualsiasi genere: dal tutorial che ti insegna a fare di tutto, alla musica e reperti cinematografici, all’egocentrismo di massa, alla storia e ai ricordi visivi degli ultimi ottant’anni.

In questo mare ci sono alcuni pesci che riescono a catturare l’attenzione e il consenso del pubblico. Parliamo infatti dei youtubers che raggiungono cifre di iscritti ai lori canali da capogiro. Diversi tra loro nei generi hanno però in comune alcune cose; sono giovanissimi e di età compresa fra i 17 e i 25 anni, ragazzi che sono nati e cresciuti nel pieno dell’era digitale. Totalmente diversi dalla generazione di noi trentenni che hanno avuto il loro primo cellulare (i più fortunati) all’incirca nel 1998 con i primi nokia 5110 dalle cover interscambiabili e colorate. Nonostante lo scarto anagrafico con questi ragazzi non sia molto, loro hanno avuto un impatto più veloce con la tecnologia. Già all’età di 15 anni sono capaci di creare video, di usare programmi avanzati di montaggio, e si lanciano così alla ricerca della popolarità.
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Internet, l’illusione della libertà secondo il collettivo Ippolita

La Rete è libera e democratica. Falso
La Rete è libera e democratica. Falso
di Carlo Formenti

Già autori di feroci quanto argomentate requisitorie contro i “signori del Web” (memorabili le dissacrazioni di Google e Facebook), nonché di puntuali ridimensionamenti di altri miti cari al “Popolo della Rete” (vedi la disincantata analisi dei limiti dell’ideologia dell’open e del free) i ragazzi e le ragazze del collettivo Ippolita (una comunità di hacker libertari) tornano a colpire con un nuovo pamphlet (“La Rete è libera e democratica”. FALSO!) appena uscito per i tipi di Laterza (nella collana Idòla).

In questo caso, tuttavia, il bersaglio non è solo un’applicazione, come un motore di ricerca o un social network, né una comunità di prosumer, come gli sviluppatori di software open source, bensì la Rete in quanto tale che, come ricordano opportunamente gli autori, non si riduce al Web o ad altre piattaforme informatiche, ma è fatta dell’insieme di tecnologie “hard” (computer, cavi, satelliti, router, ecc.), “soft” (protocolli, programmi, codici, ecc.) e “bio” (programmatori, utenti, imprese, ecc.) che convergono in quell’immane e supercomplesso ambiente di relazioni umane e macchiniche che è Internet.

In altre parole, con questo intervento, Ippolita alza decisamente il tiro, con l’obiettivo di smontare due luoghi comuni che per la stragrande maggioranza sono divenute veri e propri dogmi: 1) la Rete è uno strumento intrinsecamente (cioè per natura) democratico; 2) disporre di più informazione significa automaticamente essere più liberi. A tale scopo gli autori ricorrono a tre argomenti (che corrispondono ad altrettanti capitoli del libro) che definiscono, rispettivamente, ontologico, epistemologico e storico geopolitico (implicita confessione del fatto che i loro percorsi formativi hanno seguito piste accademiche oltre che tecnopolitiche).
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Vent’anni fa nasceva l’epoca della musica download

di Nicola Selliti

La rivoluzione digitale cominciava esattamente venti anni fa. Un clic e l’industria discografica andava nel pallone. Mentre oggi si legge del boom della musica in streaming, con YouTube che lancerà a breve un servizio a pagamento. La Geffen Records, una delle etichette più famose negli anni Novanta – produttori per esempio dei Guns N’Roses – piazzava on line il 27 giugno 1994 Head First, brano degli Aerosmith tratto dall’album Get a Trip, successo da otto milioni di copie vendute, numero uno su Billboard. Un donwload gratuito, per intero, tre minuti e 14 secondi di musica a disposizione degli utenti per un periodo di tempo limitato. E oltre diecimila internauti si affollavano a scaricare la canzone attraverso CompuServe, il service in Rete più utilizzato con due milioni di iscritti.
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