Bertolucci, gli intellettuali e la debolezza della sinistra

di Luciana Castellina

Toronto, 11 settembre 2001. Erano all’incirca le 8 del mattino e stavo consumando una frettolosa colazione in albergo prima di correre a una riunione (erano i tempi in cui ero presidente dell’Agenzia per il cinema italiano ed ero in Canada per uno dei più importanti festival/ mercato di film del mondo), quando, guardando distrattamente lo schermo sempre acceso della TV in un angolo della sala, vidi le immagini di un incidente aereo. Nelle vicinanze delle altissime torri costruite da poco a New York. Mi alzai senza dar troppo peso a quella notizia, di incidenti aerei ce ne sono tanti. Fu Bernardo Bertolucci – anche lui a Toronto per il Festival – che, poco dopo, mentre nessuno aveva ancora capito cosa era accaduto e io stavo tranquillamente raggiungendo la mia riunione, ad avvertirmi che, forse, non si trattava di un comune incidente. Era infatti accaduto l’«11/9», una svolta epocale.

Passai insieme a Bernardo e a sua moglie Claire l’intera giornata appiccicati allo schermo TV della loro stanza ascoltando e guardando per ore le notizie e le immagini in diretta che arrivavano da New York, stesso fuso orario di dove noi ci trovavamo. Se non fosse stato per lo sbigottimento e l’orrore della vicenda che ci si snocciolava dinanzi agli occhi, e soprattutto per le terribili conseguenze che quell’evento ha poi prodotto, potrei dire che quella giornata è stata per me una straordinaria esperienza. Ore e ore a discutere del mondo insieme a Bernardo, vale a dire a qualcuno che del mondo era stato un interprete lucidissimo e assai precoce. Per questo, assistere con lui allo stravolgimento che si annunciava aveva un valore particolarissimo.
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Bauman e la decadenza degli intellettuali

Zygmunt Bauman
Zygmunt Bauman

di Diego Fusaro

Se ne è andato anche Zygmunt Bauman. Abbiamo perduto un altro protagonista indiscusso del pensiero del Novecento e di questo nuovo scorcio di millennio. Un pensatore, peraltro, noto anche al grande pubblico, data la sua frequentissima presenza a festival letterari e rassegne aperte ai non addetti. Un autore amato dal grande pubblico, l’emblema di una cultura che, gramscianamente, si sedimenta in senso comune.

Contrariamente a quanto a reti unificate hanno ricordato tv giornali e sacerdoti del politicamente corretto, Bauman non è stato solo il teorico della società liquida. Certo, quello è il concetto a cui, a torto o a ragione, è e resterà legato il suo nome. E ciò grazie anche alla sua insistenza maniacale sul tema, divenuto, a dire il vero, una sorta di passepartout, un prodotto reclamizzato dall’industria culturale come chiave ermemeutica onnicomprensiva. Tutto diventa liquido nella tarda modernità, dalla paura all’amore. E così, paradossalmente, la categoria critica di liquidità si capovolge in un dogma rassicurante e cessa di svolgere, appunto, la sua funzione demistificante.

Ma Bauman non è stato solo questo. Per fortuna, aggiungerei. È stato anche il fine analista della coscienza di classe e della “economicizzazione del conflitto”: così nell’indimenticabile “Memorie di classe”, saggio nel quale è studiata con immenso acume l’anestetizzazione della coscienza rivoluzionaria dei subalterni.
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Mauro Di Vittorio

Di Vittorio e il ’56 ungherese: la resa dei conti

di Ilaria Romeo, responsabile archivio storico Cgil nazionale

Il 23 ottobre 1956 a Budapest un largo corteo popolare di solidarietà con la rivolta di Poznań, in Polonia, degenera in scontri tra polizia e dimostranti. La notte stessa il governo, presieduto dagli stalinisti Gerö e Hegedüs, viene sciolto. La formazione del governo Nagy non impedisce il divampare della rivolta nella capitale e nel resto del Paese.

Il 27 ottobre, di fronte alla decisione dei sovietici di intervenire militarmente in Ungheria, la segreteria della Cgil assume una posizione di radicale condanna dell’invasione, destinata a stroncare nel sangue la domanda di democrazia e di partecipazione reclamata dalla rivolta operaia e popolare ungherese e sostenuta dal governo legittimo di Imre Nagy. La condanna non è soltanto dell’intervento militare: il giudizio è netto e investe tanto i metodi antidemocratici utilizzati dai governi dei Paesi dell’Est Europa, quanto l’insufficienza grave delle stesse organizzazioni del movimento sindacale.

Nella stessa giornata del 27, Di Vittorio rilascia a un’agenzia di stampa una dichiarazione del tutto personale nella quale non solo vengono ribadite le cose dette nel comunicato della segreteria, ma vi si aggiungono parole di piena e convinta solidarietà con i ribelli di Budapest: “In ordine al comunicato emesso oggi dalla segreteria della Cgil sui fatti di Ungheria che tanto hanno commosso i lavoratori e la pubblica opinione – commenta il leader della confederazione -, credo di poter aggiungere che gli avvenimenti hanno assunto un carattere di così tragica gravità che essi segnano una svolta di portata storica. A mio giudizio sbagliano coloro i quali sperano che dalla rivolta tuttora in corso, purtroppo, possa risultare il ripristino del regime capitalistico e semifeudale che ha dominato l’Ungheria per molti decenni”.
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Intellettuali del Belpaese dove il sì suona e dove si tenta di soffocare il no

Referendum - Comitato per il no
Referendum – Comitato per il no

di Fausto Pellecchia

Con l’avvicinarsi del 4 dicembre, il confronto tra gli opposti schieramenti del Sì e del No alla domanda referendaria si fa sempre più aspro. Alcuni intellettuali che godono ancora di un notevole prestigio nelle fila disperse della sinistra italiana, si sono espressi per il Sì con argomentazioni di diverso tenore.

Il giudizio più tranchant è quello di Eugenio Scalfari per il quale il dibattito televisivo “all’americana” tra Zagrebelsky e Renzi «si è concluso con un 2 a 0 a favore di Renzi». Il motivo principale per accreditare questa netta vittoria ‘calcistica’ deriverebbe non tanto dalle deludenti tattiche comunicative adottate dal noto costituzionalista [o piuttosto dalla sua disarmante ingenuità nell’affrontare il medium televisivo, rispettandone le regole “spettacolari” e i ritmi serrati], ma da un grave fraintendimento di natura teorico-analitica; e cioè dalla “falsa” contrapposizione tra democrazia e oligarchia che ha ispirato la sua critica alla revisione renziana.

Secondo Scalfari, infatti, Zagrebelsky «non sa cosa significa oligarchia e come si è manifestata nel passato prossimo e anche in quello remoto» (sic!). Perciò, il fondatore di la Repubblica, legittimandosi all’uopo come maestro in forza della veneranda senectus, non ha esitato a salire in cattedra per impartire al negligente discepolo un succinto excursus storico, contenente una sommaria rassegna – che dalla filosofia politica di Platone e dall’Atene di Pericle giunge fino ai partiti di massa del ‘900 (DC e PCI), passando per le repubbliche marinare e i Comuni del sec.XIII- dei più evidenti exempla a sostegno dell’affermazione che «oligarchia e democrazia sono la stessa cosa».
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Prima che buona, la scuola è a disagio

La buona scuola che non vogliamo
La buona scuola che non vogliamo
di Barbara Floridia

La scuola è a disagio. Non le viene più riconosciuta la funzione costruttrice che porta in sé o, se riconosciuta, non le viene più richiesta e, se le viene richiesta è svalutata. La scuola è a disagio in questo fare e in questo dire sommario e veloce, pieno di slogan anglofoni e privo di sostanza, che vediamo applicato in qualunque canale informativo, dal mezzo di comunicazione di massa fino alla stesura delle Leggi. La scuola, che insegna anche la lentezza, che legge e vuole capire, che insegna a costruire il dialogo, ad ascoltare le opinioni altrui quindi a elaborare e a disfare pensieri, è a disagio perché la Politica invece, sembra volerla allontanare da questo modo di costruire la società.

Tutto quello che in pratica la scuola aiuta ad elaborare appare fuori moda o meglio fuori tempo; non ha una spendibilità immediata né economica quindi non ha valore.

Crediamo che sia tempo di condividere il disagio che provano gli insegnanti a ricoprire un ruolo che non è più riconosciuto socialmente né economicamente e bisogna condividere il disagio che provano ad insegnare saperi e stuzzicare intelligenze per poi vedere gli stessi giovani promettenti, entusiasti a lezione che, dopo qualche anno, devono andare via dal nostro Paese.
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Intorno agli “intellettuali”. Nota su di un articolo di Marco Revelli

Intellettuali - Foto di Giovanni Picuti
Intellettuali - Foto di Giovanni Picuti
di Michele Fumagallo

In un recente articolo apparso su “Il manifesto” dal titolo “L’argomento di Callicle” Marco Revelli demolisce tutta la retorica sui “professoroni”, sul mito del “fare sul pensare”, sull’attacco agli “intellettuali”, sulla “velocità” contrapposta alla “riflessività”, eccetera. Lo fa in modo eccellente, del tutto condivisibile, richiamando alcune degenerazioni storiche del nostro paese (da Mussolini a Craxi, da Berlusconi a Renzi) a proposito di autoritarismo che cammina insieme all’anti-intellettualismo.

Sembra tutto perfetto nell’articolo di Revelli e tuttavia c’è qualcosa che non funziona. Non citerò i passi, ripeto condivisibili, dell’articolo per non dilungarmi (chi lo volesse può cercarlo su “Il manifesto” del 9 aprile scorso). Preferisco notare immediatamente ciò che non mi convince, soprattutto perché “non detto” nell’articolo. Qual è questo “non detto” che viene fuori dall’articolo?

È l’idea che le invettive “anti-intellettuali” siano sbagliate in linea di principio, quasi fossero “sempre” espressione di crisi e anticamera dell’autoritarismo. Eh no, caro Revelli, non è così. Le invettive “anti-intellettuali” non sono sbagliate in linea di principio ma sono sbagliate in linea pratica e contingente, cioè a causa della mistificazione che contengono: in questo caso (si parla ovviamente nell’articolo anche dell’ultimo “manipolatore” in ordine di tempo, Matteo Renzi) perché non è vero che loro “fanno” e gli altri “parlano”, perché non è vero che loro “velocizzano” mentre gli altri “rallentano”, infine perché non è vero che loro “conoscono” il mondo pratico mentre gli altri soltanto quello teorico.
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