Il governo gialloverde non abolisce la Fornero

di Giorgio Cremaschi

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di Bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia – annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione – il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e la rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi: la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini; quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.
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I contratti di solidarietà espansiva: ecco di cosa si tratta

di Sergio Palombarini

Capita di sentir parlare di un ammortizzatore sociale poco noto: i contratti di solidarietà. Mentre il 18 aprile il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali fa sapere agli italiani che i fondi destinati per il 2018 sono già tutti impegnati, gli operai di Emarc S.p.A annunciano 3 ore di sciopero negli stabilimenti di Chivasso e Vinovo, poiché i propri contratti di solidarietà sono in scadenza ad ottobre, nel silenzio della dirigenza.

Il giorno dopo un’altra dirigenza, quella della multinazionale americana Arca Group, dichiara la sua apertura ai contratti di solidarietà come contrappeso al programmato licenziamento di 102 operai nello stabilimento di Ivrea. Non si sottrae all’attualità dell’argomento nemmeno la Guardia di Finanza di Parma, che il giorno prima aveva arrestato 7 professionisti che, per mezzo dei contratti di solidarietà, avevano truffato i contribuenti per ben 2,3 milioni di euro.

Cosa sono i contratti di solidarietà? La storia dell’istituto inizia con la legge n. 863 del 19 dicembre 1984 ed oggi la disciplina dei contratti di solidarietà è contenuta nel d. lgs. n. 148 del 2015, attuativo del c.d. Jobs Act. La solidarietà di cui si parla è indubbiamente fra i lavoratori, ma in realtà questi contratti vengono stipulati fra i datori di lavoro e le rappresentanze sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale per due fini principali:
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Dimissioni per giusta causa: cosa sono e quali tutele sono previste?

di Sergio Palombarini

Sono molte le cause che portano il lavoratore a dimettersi per giusta causa. Si ha diritto a un’indennità, e come procedere per ottenerla? Il lavoratore o la lavoratrice può rassegnare le dimissioni per “giusta causa”, quindi senza preavviso, quando il datore di lavoro mette in atto un comportamento talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro, neanche in via provvisoria. In questo caso, a differenza del licenziamento per giusta causa, in cui il datore di lavoro si trova costretto a licenziare in tronco il dipendente per grave inadempimento, è quest’ultimo ad aver subìto un “torto” ed ha diritto anche alla disoccupazione.

Come recita l’art 2119 del Codice Civile: “Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l’indennità indicata nel secondo comma dell’articolo precedente. Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell’imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell’azienda”,

Secondo la legge, quindi, il lavoratore con contratto a tempo indeterminato che si dimette “per giusta causa”, ha diritto a percepire un indennità equivalente all’importo della retribuzione che gli (o le) sarebbe spettata per il periodo di preavviso, come recita il secondo comma dell’art. 2118 del Codice Civile, in materia di recesso dal contratto a tempo indeterminato:
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Lavoratori Electrolux - Foto di Milano Today

“Nessuno in Italia pensa al futuro, tra 40 anni sarà un disastro”

di Lidia Baratta

Pensare al futuro non è lo sport più amato dagli italiani. Siamo puntualmente travolti dalle “emergenze”, dall’immigrazione al dissesto idrogeologico alla precarietà. Che vuol dire che non siamo in grado (o non vogliamo) prevederle, anche quando i sintomi sono sotto gli occhi di tutti. Ogni annuncio o decisione sono fatti per avere effetti elettorali immediati. Qui e ora. Che ce ne frega dell’Italia tra dieci anni. Altrimenti non si spiegherebbe perché diamo 500 euro ora a una mandria di 18enni, dei quali quattro su dieci non troveranno un lavoro.

Guardare le dinamiche demografiche in corso, però, aiuta a capire dove stiamo andando. E l’immagine dell’Italia che ci arriva dal futuro è quella di un Paese dominato dai capelli grigi. Entro il 2030 ci sarà una regione in più, grande quanto la Toscana, composta solo da over 65. Che saranno ancora al lavoro, mentre i 40enni manderanno ancora curriculum. «La popolazione italiana diventa anziana. E anche l’immigrazione, che finora ha in parte bilanciato l’invecchiamento, va via via diminuendo per via della crisi economica», dice Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano. «Qui nessuno pensa al futuro. Non ci pensano i politici, e i giovani per forza di cose hanno sospeso il giudizio. Ma tra quarant’anni sarà un disastro».

Professore, quali sono le principali tendenze demografiche in corso in Italia?

La popolazione italiana invecchia. Questo è il frutto di due fattori. Da un lato, viviamo sempre più a lungo: insieme al Giappone siamo tra i più longevi al mondo. Dall’altro, assistiamo a un declino costante delle nascite (1,39 bambini per donna nel 2014, ndr).
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Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Un mercato del lavoro drogato

di Marta Fana

L’ultima pubblicazione dell'”Osservatorio sul precariato” dell’INPS relativa ai contratti di lavoro di dicembre chiude definitivamente il quadro dell’anno appena trascorso.

A dicembre, il numero di assunzioni a tempo indeterminato (al netto delle cessazioni) è aumentato vertiginosamente, facendo registrare un più 71.236 rispetto agli 8.118 contratti medi nei mesi precedenti. Sull’intero anno, il numero di nuovi rapporti “indeterminati” è 186.376 con una distribuzione territoriale assai variegata: il Lazio è la regione con più contratti netti a tempo indeterminato (51.492), seguito da Campania (41.894) e, con distacco, dalla Lombardia (19.571). In Veneto e Trentino Alto Adige le attivazioni di contratti sono inferiori alle cessazioni, presentando quindi un saldo annuale negativo.

La distribuzione per tipologia oraria mostra che le attivazioni di contratti a tempo indeterminato sono per il 58% contratti part-time. Sul fronte delle cosiddette stabilizzazioni, le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo “indeterminato” raggiungono nel solo mese di dicembre le 104.275 unità, il triplo rispetto alla media (30.840).
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In Italia diventare poveri è più facile che nel resto dell’Europa

Pensioni e pensionati
Pensioni e pensionati
di Roberta Carlini

La povertà scoperta. In senso letterale: nel nostro paese, la povertà non è quasi per niente coperta dal sistema di protezione sociale pubblico, e siamo in questo diversi dal resto d’Europa. Lo sapevamo, lo “stress test” della crisi lo ha brutalmente confermato: la crisi del 2008-2014 ha fatto aumentare di un terzo il tasso di povertà e ci ha consegnato in eredità quattro milioni di “poveri assoluti” in più.

Negli altri paesi europei, i sistemi di protezione sociale hanno riparato di più dai colpi della crisi. Esordisce con la povertà, la prima relazione annuale dell’Inps gestione Boeri. E chiude con la povertà, ossia con le misure proposte per riformare il sistema previdenziale e sociale: tra cui un “assaggio” del reddito minimo riservato alle persone sopra i 55 anni e una penalizzazione delle pensioni più alte maturate con i sistemi previdenziali precedenti all’attuale (e le loro varie declinazioni per categorie specifiche).

Pensionati poveri e poveri senza pensione

Perché il presidente dell’Inps si occupa dei poveri? In parte, perché tra i suoi utenti ha molti pensionati poveri (l’istituto copre, con la sua attività, oltre i due terzi delle persone residenti in Italia). Lo dicono le tabelle sulla distribuzione delle pensioni: il 12 per cento dei pensionati prende meno di 500 euro al mese – l’importo medio in questa fascia è di 286,9 euro mensili – e dunque riceve, in percentuale della spesa complessiva, solo il 2,6 per cento.
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Lavoro - Foto di Daniela

La bufala dei posti fissi, mentre l’Italia resta precaria

di Piergiovanni Alleva

Avanza con gran rumore, la mac­china media­tica sugli asse­riti suc­cessi del governo Renzi-Poletti, in tema di rilan­cio occu­pa­zio­nale. Un rilan­cio – si afferma – già rea­liz­zato in que­sti primi due mesi dell’anno 2015, con la sti­pula di 79.000 con­tratti di lavoro a tempo inde­ter­mi­nato e con pro­spet­tiva di ulte­riore cre­scita nell’immediato futuro. Il tutto, nono­stante la bru­sca fre­nata regi­strata ieri con un nuovo aumento della disoccupazione.

Il governo Renzi avrebbe “rimesso in moto l’Italia” ed il suo mer­cato del lavoro con due stru­menti: da una parte con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori, e, dall’altro, la Legge di Sta­bi­lità 2015 che ha intro­dotto un totale sgra­vio con­tri­bu­tivo per ben 3 anni per i nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato con­clusi nel 2015.

Ma pro­prio stando ai dati che il governo ha dif­fuso con tanto cla­more non si tratta affatto, a ben vedere, di un suc­cesso, quanto piut­to­sto di un fal­li­mento del piano di rilan­cio occu­pa­zio­nale (costo­sis­simo e, per i mezzi usati, anche illegale).

L’operazione posta in essere dal governo pro­duce una occu­pa­zione mera­mente sosti­tu­tiva e non aggiun­tiva ed anche di pro­por­zioni minime, rispetto al lavoro pre­ca­rio “tra­sfor­ma­bile”. E lo fa, infine – quel che peg­gio – distri­buendo o pro­met­tendo ingenti risorse finan­zia­rie a sog­getti che quasi sem­pre non lo meri­tano in quanto i rap­porti di lavoro pre­ca­rio che ver­reb­bero ora tra­sfor­mati erano, 9 volte su 10, ille­git­timi e dun­que per legge in realtà già auto­ma­ti­ca­mente a tempo indeterminato.
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Scuola, per alcuni prof niente contributi negli anni Settanta e Ottanta

di Silvia Sperandio

I contributi previdenziali del prof? Non ve n’è traccia nei terminali dell’Inps. Punto e basta. Una scoperta shock, quella fatta da alcuni insegnanti della provincia di Milano che – visto l’approssimarsi della pensione – si sono recati agli sportelli dell’Istituto di previdenza per farsi fare i conteggi globali dei versamenti. Risultato? Zero contributi per alcune supplenze effettuate all’inizio della carriera presso scuole pubbliche dell’area metropolitana. Supplenze temporanee (per periodi brevi ma anche incarichi annuali) effettuate in periodi lontani nel tempo: in particolare tra l’inizio degli anni Settanta e il 1987.

Il caso, a Milano, «interessa centinaia di docenti», conferma il direttore scolastico provinciale, Giuseppe Petralia, ma il numero «potrebbe lievitare nei prossimi mesi, quando altri docenti si troveranno a fare i calcoli in vista del pensionamento». In ogni caso, tiene a precisare l’ex provveditore, «il problema va ben oltre la dimensione locale: si tratta di una questione nazionale che dunque può riguardare un numero ben più ampio di docenti».

Cgil: «buchi contributivi, anche consistenti»

A lanciare l’allarme è stata la a Cgil di Milano che – basandosi su segnalazioni pervenute direttamente al sindacato e sui dati del patronato Inca Cgil – ha rilevato un preoccupante crescendo di casi in provincia di Milano. «Abbiamo riscontrato buchi contributivi, anche consistenti, relativi al periodo compreso tra il 1970 e il 1987», spiega Caterina Spina, segretaria generale Flc Cgil di Milano. Il problema «è stato subito segnalato all’Ufficio scolastico regionale, e l’ex provveditorato ha riconosciuto effettive difficoltà a trovare la copertura contributiva. Ora il fenomeno è in crescita, urge una soluzione», incalza Spina.
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Invalidità civile: le pratiche vessatorie ereditate dall’era Mastrapasqua

Cidha - Centro Informazione e Documentazione Handicap
Cidha - Centro Informazione e Documentazione Handicap
di Cidha – Centro Informazione e Documentazione Handicap

Difficilmente la vicenda Inps potrà ritenersi chiusa con le dimissioni del presidente Mastrapasqua. La sua prolungata e autoritaria gestione non esaurisce i suoi effetti più nefasti con le indagini della magistratura per truffa ai danni dello Stato. Questo esito, tutto sommato atteso, è solo la manifestazione esteriore di una mala gestio che attraversa e invade le strutture profonde dell’istituto.

Le dimissioni del “presidente monocratico” non basteranno a ripristinare un quadro di trasparenza e di legittimità all’interno dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, che appare ormai come la “terra dei fuochi”, un grande paesaggio inquinato. Dalla fine del 2010 questo Centro di Informazione e Documentazione Handicap di Roma raccoglie proteste da parte di medici, di cittadini e utenti che chiedono chiarimenti su procedure e criteri introdotti dall’Inps nella gestione della Invalidità civile.

Malati in gravissime condizioni di salute si chiedono perché l’Istituto li abbia forzosamente inseriti nelle liste di verifica straordinaria che, annullando la visita di revisione già fissata presso la ASL, di fatto impediscono il riconoscimento della loro effettiva condizione di malattia o di handicap, costringendoli ad inoltrare ricorsi in un assurdo iter burocratico che mortifica i cittadini ed espone i medici al tradimento dell’etica professionale.
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