In una parola: etica, relazioni e rivoluzioni nell’infosfera

di Alberto Leiss Recentemente ho litigato spesso con procedure burocratiche computerizzate, il cui malfunzionamento (almeno da me percepito) mi ha indotto a diffidare sempre di più nelle magnifiche sorti e progressive indotte dalla rivoluzione digitale (in cui si specchia questo nostro secolo superbo e sciocco…). Forse anche per questo mi tengo lontano dalle molte teorizzazioni […]

Quali propositi per il bene comune dell'”infosfera”

di Vincenzo Vita

Tanto i media vecchi e nuovi sono oggetto di conversazione e di chiacchiera, quanto vaghe risultano le proposte politiche che toccano la società dell’informazione. In vista della formazione del governo, sarebbe utile se non doveroso esplicitare le intenzioni. Dei due protagonisti del voto del 4 marzo l’uno – la Lega di Salvini – dice poco al riguardo, l’altro – il Mov5Stelle – ne parla per “editti” piuttosto che per propositi concreti. Limitiamoci ai vincitori. Dei limiti del Partito democratico e delle sinistre si è scritto fin troppo, con ben magri esiti.

Se si vuole davvero aprire un’altra stagione è fondamentale cominciare dalla rete, ovvero il fulcro dell’infosfera, utilizzando la felice terminologia di Luciano Floridi. Ora più che mai è inevitabile sancire con una norma chiara e netta alcuni principi essenziali per declinare la categoria generale di «bene comune» così come descritta da Stefano Rodotà. Il primo è quello della «neutralità della rete», vale a dire l’eguaglianza nelle opportunità di accesso; il secondo tocca il punto chiave della banda larga e di Internet, da intendere come diritti di cittadinanza e non luoghi di mera accumulazione di mercato. Sullo sfondo l’ancoraggio degli Over The Top alla trasparenza dei loro algoritmi. Facebook racconti la verità, per cominciare.

Inoltre il tema è di stretta attualità, essendo in discussione le modalità di copertura dell’Italia, dalle fibre ottiche alle tecniche 5G. Lo stesso ritorno di fiamma dello scorporo della rete di Tim-Telecom (accidenti, vent’anni dopo e senza mai un’autocritica) impone una visione strategica. Che oggi non esiste, a parte il Risiko societario tra Bolloré e il fondo americano Elliott in cui non è chiaro chi sia la padella e chi la brace.
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L’emergenza dell’astensionismo culturale

di Vincenzo Vita

È stato presentato al Palazzo delle Esposizioni di Roma il 13mo rapporto annuale (2017) di Federculture, l’associazione che raggruppa 140 imprese e istituzioni culturali sotto la presidenza di Andrea Cancellato (Triennale di Milano) e la direzione operativa di Claudio Bocci. Ha chiuso i lavori il ministro Dario Franceschini, in apparenza neppure troppo turbato dai magri risultati del voto siciliano. E già, perché – con qualche eccesso di zelo di taluni intervenuti – si è alzato un coro laudatorio nei riguardi del Mibact e del suo alfiere.

Senza nulla togliere a un dicastero che, dopo i recenti predecessori, non poteva che andare meglio, è proprio l’accurato testo di Federculture (presentato dall’introduzione di Bocci) a raccontarci una verità diversa, più mossa. È vero che la spesa in cultura delle famiglie è aumentata del 7% nell’ultimo triennio, con un surplus rispetto al resto della filiera dei consumi, è reale l’incremento di numerosi voci del mosaico come il +22% nella fruizione del patrimonio culturale, è indubbio l’impulso dato ad interessanti novità come l’Art bonus, e tuttavia il quadro è assai contraddittorio.

Intanto, si legge poco: solo il 40,5% degli italiani dà un’occhiata ad almeno un libro all’anno, in decrescita persino rispetto al 46,8% del 2010. Non solo. Il 37,4% delle persone non svolge alcuna attività di tipo culturale, misura che va oltre il 50% negli strati a basso reddito. Anzi. Ben il 70% ha una debole o debolissima partecipazione. Mentre l’area «alta» è del 28,8%.
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