Stati generali dell’informazione, tanto rumore per quasi nulla

di Vincenzo Vita

Due ore scarse per celebrare l’apertura degli «stati generali dell’editoria» presso la presidenza del consiglio. Così ieri il premier Conte e il sottosegretario con delega Crimi hanno ottemperato a un impegno assunto nella conferenza stampa di fine anno. Peccato che la «prima» corresse su un canovaccio prestabilito, con pochi interventi e un pubblico contingentato. Per un governo che si ritiene voce narrante del popolo, non c’è male.

Se non fosse stato per Radio radicale, che peraltro l’esecutivo ha crudelmente punito dimezzandone le risorse e mettendone in forse l’esistenza, non si sarebbe conosciuto ciò che è avvenuto nelle segrete stanze, aperte ai giornalisti solo dopo forti proteste.

L’impressione è che si sia fatto tanto rumore per quasi nulla. Infatti, a parte le prevedibili parole di Conte (forse con l’eccezione positiva del cenno alle querele temerarie), la relazione di Crimi ha detto meno di ciò che le varie interviste rilasciate nell’ultimo periodo avessero indotto a supporre.

Il sottosegretario del settore si è limitato a esporre i titoli generali dei passaggi previsti per giugno, luglio e settembre: dalle agenzie di stampa, alla deontologia, agli istituti previdenziali, all’Ordine, alla distribuzione, alla concorrenza, al diritto d’autore (ma nulla sulla direttiva europea oggi nell’aula di Strasburgo).
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Editoria, settore a rischio crolli

di Vincenzo Vita

Il sottosegretario con delega all’editoria, Vito Crimi del Mov5Stelle, avrà i suoi grattacapi. Il settore, infatti, versa in una situazione di crisi strutturale. Quest’ultima è la combinazione della più complessiva vicenda economica con la storica trasformazione tecnologica in corso.

La frontiera tra l’era analogica e quella digitale è assai più problematica e complessa di quanto i cantori dell’innovazione abbiano fatto credere. Il lavoro precario, spesso persino dai tratti schiavistici, costituisce al momento il lato duro della transizione. Gli editori sono arrivati all’appuntamento impreparati e chiusi in fortezze ormai fragilissime; i proprietari dei dati e degli algoritmi con cui si compongono le odierne strutture informative hanno in mano la diffusione dei saperi, con inaccettabili vantaggi fiscali; le organizzazioni sindacali hanno il fiatone.

Inoltre, gli istituti pensionistici rischiano di non reggere, perché il calo occupazionale è costante. Insomma, servono misure di intervento straordinarie per evitare crolli, collassi e disoccupazione selvaggia. Ed è indispensabile un vero disegno riformatore, che introduca norme antitrust adeguate al tempo storico e valorizzi gli investimenti produttivi.
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Bologna: restyling dello stadio e scuole primarie

di Silvia R. Lolli

Sabato 21 aprile 2018, anniversario della Liberazione di Bologna, la Resistenza di molti cittadini si è rifatta sentire con il sit in e la successiva passeggiata attorno all’area dei Prati di Caprara. Nei giorni precedenti le forze di opposizioni (soprattutto Coalizione Civica, seguita dal M5S) che si rivolgono a una sinistra sparpagliata ormai poco di Giunta (cioè del consiglio di amministrazione) di Bologna, hanno richiesto un question time sulla vicenda Prati di Caprara. Alcuni giornali hanno seguito in diretta così ci sono state informazioni e un po’ di visibilità del comitato sui quotidiani locali.

Un’informazione che però ha difficoltà a staccarsi da una comunicazione a una sola direzione, perché non va mai oltre le ovvietà riportate dalle voci dei politici di maggioranza eletti. Su Repubblica di lunedì 23 aprile il sit in e le ragioni del comitato RigenerazioneNoSpeculazione vengono posposte all’intervento di Elena Leti, Orioli e Mazzanti. Nelle parole di Leti troviamo i punti di vista di chi sa bene che si deve andare avanti e che, nonostante le parole, c’è già un piano, da anni che non è solo un semplice POC, bensì un accordo con i costruttori che si sono da tempo sostituiti alla politica locale.

Riprendiamo le sue parole per esprimere il concetto di cui sopra.
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Informazione, libertà di stampa e coscienza civile: ma funziona davvero così?

Giornali e informazioni

di Claudio Cossu

Pochi o quasi nessuno dei “media” italiani hanno dato rilevanza all’operazione che si è effettuata recentemente – in campo commerciale ed economico, mascherata da una dubbia visione giornalistica – operazione di carattere concentrazionario, della fusione Jonn Elkann( Agnelli), Fiat e Carlo De Benedetti, Cir (Compagnie industriali riunite, (compreso ovviamente il gruppo “Espresso”).

Concentrazione a senso unico e a carattere imprenditoriale, di dubbia libertà informativa, che metterà in forse il già precario pluralismo dell’informazione e della discussione nel Paese. Certo, il business attira con forza prepotente e smisurata, vende e omogeneizza le varie opinioni, ma soprattutto, in luogo della libertà e della democrazia nel campo della carta stampata e digitale, dei “media” tout court.

Ma per certi direttori di giornali, a valenza periferica e marginale, risulta più produttivo e commerciale dare rilievo e illuminare notizie di cronaca locale, ponendole in prima pagina, quali le vicende del “parco del mare” di Trieste o “la truffa sui vaccini antinfluenzali” o le notizie sulla “scoperta della banda dei gavettoni”, marginali e direi del tutto narcotizzanti.
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Frank Cimini: è la politica che trasforma la società, non il diritto

Frank Cimini
Frank Cimini
di Roberto Loddo

Frank Cimini è un cronista giudiziario dalla barba nera e la battuta pronta. Ha attraversato 36 anni di giornalismo giudiziario italiano svelando i retroscena del palazzo di giustizia di Milano. Ex ferroviere, poi praticante al Manifesto, per venticinque anni al Mattino, inviato al Palazzo di Giustizia di Milano. In pensione dalla fine del 2013, cura il blog Giustiziami.it insieme alla giornalista Manuela D’Alessandro.

Sono poche le voci del giornalismo che hanno maturato una sensibilità libertaria e garantista. Come sei arrivato ad occuparti di cronaca giudiziaria?

La mia formazione di cronista giudiziario nasce come continuazione dell’attività politica, mi occupavo delle ingiustizie del carcere e dei diritti dei detenuti. La professione giornalistica è stata l’evoluzione politica nata dalla militanza nella sinistra extraparlamentare da quando facevo parte di Soccorso Rosso.

La crisi della carta stampata e dei media tradizionali ha pregiudicato l’indipendenza e la qualità dell’informazione?
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L'associazione il manifesto in rete

Quattro anni di attività, ora abbiamo bisogno di voi: sostenetici

del coordinamento dell’Associazione il manifesto in rete

Care e cari lettori, visitatori del nostro sito. Quest’anno il manifesto Bologna, blog d’informazione dell’associazione il manifesto in rete con sede a Bologna, giunge al suo quarto anno di attività. Non è poco per un sito gestito da volontari, collaboratrici e collaboratori a titolo pressoché gratuito; molte esperienze come la nostra sorgono e terminano in tempo più breve, così è la vita sulla rete.

Ci fa piacere festeggiare questo anniversario il prossimo undici dicembre, presentando l’ultimo recente libro di Loris Campetti Non ho l’età, perdere il lavoro a 50 anni (Manni editore). Un libro con l’autorevolissima prefazione di Rossana Rossanda che affronta il delicato tema, di grande attualità purtroppo, di chi si trova nella fase matura dell’esistenza a perdere il lavoro e a dover ricostruire con molte difficoltà, una nuova vita e a trovare un equilibrio distrutto.

Loris è stato uno dei più ferventi sostenitori del progetto di rilancio del Manifesto, attraverso un ruolo attivo della rete storica dei circoli del giornale, sparsi in tutta Italia, non realizzato per la contrarietà della nuova direzione del quotidiano. Ciò, insieme a tante altre cause, ha determinato l’allontanamento delle migliori firme e tanti dispiaceri.

Noi di Bologna, nati per sostenere il giornale, dopo la rottura, decidemmo di proseguire la nostra esperienza in una forma più autonoma e costituimmo l’associazione “il manifesto in rete” che si pone l’obiettivo di ricostituire insieme a tante e a tanti altri, una prospettiva unitaria per la nostra sinistra sinistrata. Scusate se è poco…
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Regioni senza ragioni e sinistra senza idee

Sinistra - Foto di Andrea Pominidi Ugo Boghetta

Sono incazzato. Certo non è una novità per chi si è proposto la missione impossibile di dare qualche scossa per svegliare la Bella Sinistra Addormentata senza essere il principe azzurro. Sono incazzato perché qualche giorno fa Chiamparino ha detto che le Regioni sono superate. E Zingaretti gli è andato dietro. Sono infatti alcuni anni, cioè da quando in Lombardia mi sono trovato ad affrontare il tema del federalismo della Lega e la rincorsa del centrosinistra, che vado dicendo che le Regioni non hanno senso.

Chiamparino ha proposto le macro regioni rispolverando una vecchia elaborazione della Fondazione Agnelli. Nulla di nuovo. Una proposta peggiore del male. Dopo le province ora si chiude di fatto anche il livello superiore. Il tema è sempre quello: i costi, non l’efficacia delle istituzioni democratiche. Il fatto è che le Regioni sono un’istituzione sbagliata perché non corrispondono alla realtà italiana centrata su comuni e province. Sono anche dannose perché si frappongono fra i cittadini, i territori e chi le politiche le decide: il Parlamento ed il governo. Sono uno spreco in quanto distribuiscono solo soldi: sanità, trasporti. Sì, perché gli sprechi esistono e solo una sinistra imbecille non li denuncia. In tre lustri l’apprezzamento degli italiani sembra passato dal 40% al 28%.

E non mi si dica che togliere le regioni è un attacco alla democrazia. Le istituzioni democratiche devono essere poche, con ambiti concreti, poteri chiari e risorse reali. Le istituzioni devono essere altresì centralizzate per un verso e orizzontali per l’altro. Non si crederà mica che nel mondo attuale si possano usare degli stuzzichini se si vuole imbrigliare Finanza, mercati, padroni? Ma, domanda, lo vogliamo veramente fare? Io penso che per una democrazia efficace basti: una Camera con regole precise e non superabili nelle prerogative fra governo e parlamento e una legge elettorale proporzionale.
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Se il comunismo fosse un blog

Il Manifesto in Rete
Il Manifesto in Rete
di Guido Ambrosino

Con questo messaggio, cerca di riprendere il filo di quel che ci dicevamo a voce il luglio scorso a Bologna. Vorrei anche rispondere alle giuste domande di Michele Fumagallo sul perché le nostre proposte di giornale comunardo sono state respinte. Quando a Berlino mi chiedono che ne è del manifesto, la racconto così: “Il vecchio vascello è affondato nel 2011, in liquidazione per debiti. La scialuppa di salvataggio aveva posto per una ventina di persone. La capitana, con la sua squadra di redattori di macchina, se ne è impadronita, anche se la scialuppa sarà prima o poi messa in vendita, e non è detto che la cooperativa “il nuovo manifesto” riesca a comprarla. Giornalisti e impiegati in sovrannumero si sono dispersi tra i flutti, cercando scampo in direzioni, purtroppo, diverse”.

Insomma una vicenda di feroce ristrutturazione e riduzione del personale, in seguito a un “banale” fallimento, senza bisogno di scomodare dissensi politici. La vulgata “renziana” su una presunta spaccatura tra giovani innovatori e vecchi tradizionalisti è stata escogitata solo a posteriori per giustificare in qualche modo all’esterno il colpo di mano. La divisione semmai era tra chi, con Rossanda, chiedeva di interrogarsi sull’orientamento politico del giornale, e chi pensava a prendersi quel che ne restava, senza tante chiacchere, perché tanto “un giornale è un giornale è un giornale”.

Come mai un giornale ultrapolitico si è sfarinato, più che per netti contrasti, per mancanza di un senso politico comune? La risposta va cercata nella crisi strisciante del decennio precedente, la cui esplosione fu solo rinviata dalla stampella dei finanziamenti pubblici (in realtà fatali per il giornale, perché allentarono il suo iniziale forte rapporto con i lettori). La nostra crisi corse in parallelo con il fallimento dei tentativi di “rifondazione” comunista.
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Ancora una riforma della scuola?

Costituzione e scuoladi Silvia R. Lolli

Gli annunci di questi giorni sulle riforme che saranno approntate a breve, da parte di un Matteo Renzi saltellante tra impegni vacanzieri e visite lampo in territori di guerra per sondare in prima persona situazioni di politica estera, ci pongono qualche problema. In particolare è l’annuncio dell’ennesima riforma della scuola che avviene in questi ultimi 25 anni a metterci in allarme come insegnanti. Qualche domanda. È possibile che ogni nuovo ministro debba sentirsi in diritto di proporre una riforma? Che cosa conosce il Ministero dell’Istruzione sugli effetti dell’ultima riforma?

Ci permettiamo di dubitare che ci siano le necessarie, approfondite, conoscenze circa gli effetti delle riforme precedenti, da quella di Berlinguer a quella della Gelmini. Quella di Berlinguer poi si è proposta per gradi, quindi è stata fin dall’inizio una riforma azzoppata, sulla quale la Moratti ha potuto intervenire facilmente per organizzare una vera controriforma, ma lasciando la novità dell’autonomia giuridica, per nulla economica, così da destabilizzare meglio il sistema scolastico nazionale. Quanti consulenti sono entrati negli uffici ministeriali sia centrali sia periferici con i governi Berlusconi? Non si vuol far sapere? Magari oggi sono entrati nei ranghi grazie a concorsi ad hoc?

La destabilizzazione delle istituzioni pubbliche si è fatta annullando per anni la possibilità di concorsi pubblici, come recita la nostra bistrattata Costituzione, ma mettendo a contratto consulenti di vario tipo. Abbiamo visto che le maggiori economie che questo Ministero ha portato avanti negli anni si sono avute soltanto per i tagli lineari alla scuola statale, non certo per i tagli dei consulenti, oppure per i tagli di aziende costruite appositamente dagli stessi parlamentari, a loro beneficio. Che dire dell’agenzia che prepara i concorsi per dirigenti e per docenti e che per giunta sbaglia anche le domande dei test. Si dovrebbero scrivere tutti i giorni i nomi di chi sta dietro queste aziende ed invitiamo a farlo.
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Bologna, al via il festival Porte Aperte. Il tema del 2014: la lotta allo spreco

Festival Porte Aperte
Festival Porte Aperte

di Davide Sorci

Il festival delle strutture e dei servizi di accoglienza di Bologna: si tratta di Porte Aperte, festival organizzato a Bologna dall’Associazione di promozione culturale Naufragi per il periodo che va dal 17 al 28 maggio, e presentato oggi in conferenza stampa. Durante queste giornate, le strutture di accoglienza si apriranno alla cittadinanza con eventi, spettacoli, occasioni di approfondimento culturale e iniziative di carattere sociale. Un percorso, costruito dal basso, che mira alla partecipazione ma soprattutto alla responsabilizzazione di tutti: ospiti, operatori, cittadini, amministratori.

“Quest’anno il tema dell’evento è la lotta allo spreco, non solo ambientale ma soprattutto umano, e la valorizzazione delle risorse”, ha spiegato Lucio Serio, presidente dell’associazione Naufragi. “Dobbiamo imparare dalle persone ‘sprecate’, da chi vive ai margini e che può insegnarci qualcosa: dobbiamo riconoscere le competenze che hanno e che non riescono ad esprimere nella comunità”.
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