Matteo Renzi

Il “cambia verso” del governo

di Marta Fana

Gira voce che il Ministero dell’Economia italiano e l’Ocse abbiamo cambiato idea sulla politica economica. Chiedono oggi più investimenti, perché la crescita, dopo qualche trimestre di labile ripresa, ha subito un rallentamento, la domanda aggregata langue e i rischi di instabilità finanziaria si sono riaffacciati all’orizzonte. Questo “cambia verso” di facciata nasconde in sé il conservatorismo della politica e quindi degli interessi che guidano le istituzioni nazionali, europee e internazionali.

il Ministero dell’Economia italiano riconosce la necessità di un intervento misto, basato sugli sforzi della politica monetaria, già avviati dalla Banca Centrale Europea, e su una politica economica più espansiva: bisogna sostenere la domanda e l’occupazione per rendere stabile e sostenibile la fragile ripresa che ha caratterizzato la zona euro. Insomma, è il momento degli investimenti, soprattutto di quelli ad alto contenuto di conoscenza, ricerca e innovazione.

Tutto questo senza fare un passo indietro sulle riforme strutturali, che devono accelerare ed essere armonizzate in tutta la zona giacché, a detta del MEF “un forte impegno dal lato delle riforme strutturali darebbe la spinta alle opportunità di investimento e profitti”. Sulla stessa linea d’onda si posiziona l’Economic Outlook dell’Ocse, secondo cui un programma di investimenti comune insieme alle riforme strutturali avrebbe un impatto sulla crescita del Pil più robusto, riducendo il rapporto debito/pil nel breve periodo. Inoltre, l’Ocse sottolinea come, di fronte a un contesto di diseguaglianza, le politiche da adottare devono essere tali da generare un impatto sui guadagni lungo l’intera distribuzione dei redditi.
Leggi di più a proposito di Il “cambia verso” del governo

Inquinamento

Tumori e morte dell’industria a Macomer

di Nello Rubattu

Quando un giorno si scriverà un libro sulla Sardegna del novecento e di questa parte di secolo, non si potranno che segnalare quintalate di incongruenze. La gente in Sardegna odia le basi militari ma allo stesso tempo se una di queste smobilita succede il finimondo; tutti sanno che delle industrie inquinanti lo stato italiano ne ha trasferito graziosamente una parte in Sardegna e queste industrie (leggi petrolchimiche, valorizzatori e simili) sono la causa di un aumento sconsiderato di tumori e anche in questo caso tutti lo sanno. Ma se per caso qualcuno di questi impianti viene messo in liquidazione, in Sardegna si rischia ogni volta la sollevazione popolare.

Vi sembra strano? No, perché è quanto succede nella realtà. Andiamo per ordine, cominciamo con le industrie responsabili dell’aumento dei tumori. In un altro momento parleremo delle basi militari.

Il Registro dei tumori dell’Asl di Nuoro ha confermato proprio in questi giorni che Macomer è ai vertici dei tumori in Sardegna. Diligentemente per questo, ha trasmesso al Comune di Macomer i dati ufficiali sulle patologie più frequenti, ricordando, per non fare la parte dei fessachiotti, che il dossier è stato elaborato “come richiesto dall’attuale sindaco in carica”, Antonio Succu, che chiedeva ulteriori informazioni sull’incidenza di alcune patologie tumorali nella sua zona e resi pubblici, sempre dall’Asl del nuorese, nel dicembre dello scorso 2015.
Leggi di più a proposito di Tumori e morte dell’industria a Macomer

Lavorare nel meraviglioso mondo di Federmeccanica

Monitor sul lavoro di Federmeccanica
Monitor sul lavoro di Federmeccanica
di Giorgia Fattinnanzi

Di cosa hanno bisogno i lavoratori metalmeccanici? Come vivono la loro condizione lavorativa? Cosa vorrebbero cambiare o migliorare nella loro azienda? Sono felici sul posto di lavoro, hanno abbastanza amici? Sono queste le domande che gli imprenditori di Federmeccanica si pongono, aggiungendo all’analisi sull’andamento delle aziende metalmeccaniche, uno studio commissionato a Community Media Research sulle condizioni di lavoro dei loro dipendenti.

È inutile aprire una discussione su come siano stati scelti i 1100 lavoratori (compresi i dirigenti) a cui queste domande sono rivolte, anche se la curiosità è tanta. Intanto si può dire che solo il 42,8% del panel riguarda i lavoratori dell’industria (il resto sono impiegati nei servizi) e, di questi, solo il 31,4% sono metalmeccanici.

Da un lato, l’ironia nasce spontanea di fronte a chi già teorizza – come analisi dello studio – la fine della lotta di classe, che cede il passo all’identificazione personale del lavoratore nella propria impresa. Come se, chi pratica il conflitto, non sentisse altrettanto “sua” l’impresa in cui passa per anni la maggior parte della sua giornata e se il suo destino non fosse anche una sua priorità.
Leggi di più a proposito di Lavorare nel meraviglioso mondo di Federmeccanica

L’industria dell’auto: la Volkswagen e gli altri

Volkswagen
Volkswagen
di Vincenzo Comito

Dunque si è scoperto che la Volkswagen, la grande impresa dell’auto tedesca, che controlla anche i marchi Audi, Skoda, Porsche, falsificava, non si sa bene da quanto tempo, i test statunitensi sulle emissioni inquinanti dei suoi modelli a motorizzazione diesel. La società teutonica si è subito presentata all’opinione pubblica come rea confessa, indicando che anche molte altre delle sue vetture, per un totale di 11 milioni di unità, che circolano nel resto del mondo presentavano lo stesso problema.

In ogni caso il danno economico per una società che stava proprio in questi mesi raggiungendo il traguardo di primo produttore mondiale del settore, davanti a Toyota e a General Motors, appare elevatissimo. L’evento sembra a prima vista molto sorprendente sia per la fama che il gruppo aveva acquisito sul mercato mondiale, sia per la scoperta che anche dietro il miracolo tedesco, di cui la società era uno dei campioni più rappresentativi, si potevano celare dei segreti inconfessabili.

Sull’episodio si possono fare molte ipotesi e porre molti interrogativi, nonché avanzare una constatazione. Intanto la scoperta delle anomalie è avvenuta per caso da parte dell’Epa, l’agenzia statunitense incaricata dei controlli ambientali, o magari, come qua e la si fa intendere, per le denunce in proposito alle autorità Usa da parte di un membro della famiglia Porsche escluso dai giochi di potere nel gruppo? O invece non abbiamo per nulla a che fare con una mossa casuale o occasionale?
Leggi di più a proposito di L’industria dell’auto: la Volkswagen e gli altri

Volkswagen

Volkswagen, la caduta degli dei

di Marco D’Eramo

Lo so che è abietto e infantile, ma non è possibile non provare un piacere maligno di fronte al caso Volkswagen, le cui auto a motore diesel emettevano fino a 40 volte più emissioni di quello che appariva dai test, grazie a un software che avvertiva il motore quando un accertamento era condotto su di esso, per poi liberare le emissioni quando il test era finito.

Sono anni che la Germania ce la mena con il rispetto delle regole, con il giocare corretto. Su un punto è sempre stata inflessibile, quasi teutonica: gli impegni presi vanno onorati, come i debiti vanno ripagati: in nome di questo principio, ha spillato i greci al muro come farfalle di un entomologo (e ha incassato svariate decine, se non centinaia di miliardi dai profitti sui differenziali dello spread con i vari paesi del sud Europa). E poi si scopre che la più grande industria tedesca fa ecologia creativa, proprio come i politici greci e italiani fanno “finanza creativa”: l’una nasconde le emissioni tossiche sotto il tappeto, come fanno gli altri con i debiti delle amministrazioni locali.

E vai con il capitalismo renano e con l’ordo-liberismo e il rimettere in ordine casa propria. Senza parlare dello sfoggio persino imbarazzante di “tecnologia tedesca” qui e “tecnologia tedesca” là. Mancava solo che si vantassero della tecnologia tedesca per i calzini: certo è che se ne sono gloriati per un prodotto come lo shampoo: e non è un’esagerazione, vedi lo spot dello shampoo Alpecin in Gran Bretagna e in Italia, che ha lasciato interdetto anche il Financial Times.
Leggi di più a proposito di Volkswagen, la caduta degli dei

A proposito della vicenda Ferriera di Trieste: se la memoria va in polvere

La Ferriera di Trieste
La Ferriera di Trieste
di Marino Calcinari e Antonio Saulle, APCS – AET (Associazione Politica per la Costituente della Sinistra – AltraEuropa con Tsipras)

Una vertenza ventennale che caratterizza l’immobilismo della politica e condiziona le proposte sullo sviluppo industriale della città: è questo il costo pagato e che pagheranno i lavoratori, i cittadini, i giovani. La vicenda Ferriera è esemplare, a parte le cronache di questi giorni, per più motivi.

Il primo: non si rappresenta mai, se non inserito in una logica di ragionamento subalterna all’impresa, il punto di vista dei lavoratori. Il quotidiano locale, ad esempio, con ammirevole efficacia, ha fornito dovizia di particolari sui buoni propositi dell’impresa che ha rilevato lo storico stabilimento triestino, ma nel merito di un quadro di informazioni più complessivo che facesse luce o mettesse in risalto, i punti critici dell’AdP, il punto di vista dei lavoratori, del sindacato – che in quella realtà è niente affatto unitario – la carenza è stata quanto mai greve.

Cosa ne pensano quei soggetti dell’accordo di programma? A quali condizioni si lavora oggi nello stabilimento? Quali cambiamenti dopo sette mesi di gestione Arvedi sono sopraggiunti e/o hanno contributo a migliorare( o per converso a peggiorare) le loro condizioni di lavoro?
Leggi di più a proposito di A proposito della vicenda Ferriera di Trieste: se la memoria va in polvere

Ansaldo Sts e Breda ai giapponesi: come si smantella l’industria italiana

Etf 1000
Etf 1000
di Mau

“Finmeccanica esce dal settore trasporti e diventa una società interamente concentrata nel core business dell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza”. Prima Iris bus e Menarini bus ai cinesi, ora Ansaldo e Breda ai giapponesi. La scelta di Finmeccanica, obbligata secondo Moretti per il pesante debito accumulato dalle gestioni precedenti, la dice lunga sulle politiche di governo, passati e presente, nel trasporto pubblico e per un’economia di pace.

Non si tratta di casualità o dell’incompetenza (spesso riscontrabile) di ministri e presidenti del consiglio, ma di un processo di smantellamento sistematico del pubblico o di ciò che al pubblico è riconducibile (beni e servizi e strumenti per realizzarli) voluto da gruppi di potere economico finanziario a cui politici e dirigenti si sono allineati o genuflessi, spesso profumatamente pagati per portare allo sfacelo le aziende pubbliche, premiati a risultato raggiunto con scandalose buonuscite.

Chissà cosa intende il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, quando afferma che l’operazione “conferma la strategia che il governo italiano sta conducendo per rafforzare al meglio i nostri campioni nazionali”; forse che l’unica possibilità per valorizzare un’azienda italiana è venderla? Peccato che così facendo si trasferiscono altrove anche sapere e denari (vedi Lamborghini, Ducati, eccetera).
Leggi di più a proposito di Ansaldo Sts e Breda ai giapponesi: come si smantella l’industria italiana

L'impianto Saras

La Saras di Moratti in Sardegna: inquinamento da mutazioni genetiche

di Nello Rubattu

A Sarroch, vicino a Cagliari, sorge una delle più grandi raffinerie d’Europa, quella della Saras, un tempo solo dei Moratti ora anche del gruppo petrolifero russo Rosneft che ha rilevato dalla loro famiglia il 13,70% della Saras e ha lanciato un opa sul 7,3% della società a 1,37 euro per azione. I fratelli Moratti hanno ceduto interamente le quote detenute personalmente, mentre la Sapa (attualmente titolare del 62,46%), scenderà al 50,02% a valle della vendita

Lo stabilimento della Saras è uno dei sei superstiti in Europa, ha una capacità di lavorazione di 300.000 barili al giorno e rappresenta il 15% della capacità di raffinazione italiana. Come ricordano in Sardegna: con i profitti di quella raffineria, i Moratti, si sono pagati il loro bel giochino dell’Inter, una squadra tanto amata da una buona quota di lombardi e amatissima dalla nostra sinistra italiana che l’ha sempre contrapposta al Milan del cattivo e immorale cavaliere. Sta di fatto che i sardi in genere, per scherzarci un po’ su, dicono che l’Inter, essendo pagata con i ricavi della Saras, è la seconda squadra isolana in serie A. A tutti gli effetti economici questo è vero, perché vive grazie ad uno stabilimento che produce la sua ricchezza in Sardegna.

Ma è proprio per riderci un po’ su parlarne così, niente di più. Oltre la raffineria, la Saras, ha importanti impianti eolici in Sardegna che gestisce attraverso le due controllate, Sarlux e Sardeolica (controllata indirettamente attraverso la società Parchi Eolici Ulassai). Oggi il gruppo Saras con l’eolico, copre più del 30% del fabbisogno energetico della Sardegna, con una produzione nel 2006 di quasi 4,5 milioni di MWh, di cui 157.300 MWh di origine eolica.
Leggi di più a proposito di La Saras di Moratti in Sardegna: inquinamento da mutazioni genetiche

Una città, una rivoluzione: Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico. Intervista a Chiara Sebastiani

testo e video di Noemi Pulvirenti

La rivoluzione del 14 gennaio in Tunisia ha segnato una svolta molto importante, ossia la riconquista dello spazio pubblico. SelIl libro Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico della Prof.ssa Chiara Sebastiani, edito dalla Pellegrini Editore, analizza le modalità in cui la rivoluzione ha cambiato il paesaggio urbano di una capitale, mostrando così la stretta relazione fra spazio fisico e pratica politica. La trasformazione strutturale dello spazio pubblico tunisino attraverso la rivoluzione ha messo in evidenza come, in situazioni politiche estreme, il corpo nello spazio pubblico diventa strumento politico.

Sono passati più di tre anni e mezzo da quei giorni di dicembre che sconvolsero la storia della Tunisia con la “Rivoluzione dei Gelsomini”, scintilla della “Primavera araba”. Questo mutamento Selha mostrato i suoi segni anche nello spazio pubblico: la lotta per la libertà di espressione si è commutata in espansione dello spazio fisico politicizzato. Ma è ancora una volta sul corpo delle donne che in Tunisia si combatte la battaglia più dura del percorso di democratizzazione e ricerca della propria identità di Paese. Madri e figlie che sono state in prima linea durante la rivoluzione e che oggi, grazie ad una legge post-rivoluzionaria, sono presenti al 50% nelle liste elettorali, sono ancor più protagoniste di un dibattito culturale sull’Islam. Il ritorno all’uso del hijab, tanto demonizzato dall’Occidente, è legato a diverse istanze: l’affermazione di un femminismo islamico, l’ingresso delle donne nella politica e infine anche una precisa scelta di nello stesso spazio pubblico e di espressione di un differente canone estetico.
Leggi di più a proposito di Una città, una rivoluzione: Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico. Intervista a Chiara Sebastiani

Ilva - Foto di Antonio Seprano

Svenditalia: i saldi di fine stagione dell’industria nazionale

di Vincenzo Comito

Quello della progressiva liquidazione dei grandi gruppi nazionali è uno dei capitoli più tristi della nostra storia economica del dopoguerra. Da una cinquantina d’anni – ormai – si registra una fragilità strutturale del sistema dell’impresa italiana di rilevanti dimensioni. Già negli anni ’60 le grandi strutture imprenditoriali erano relativamente poche rispetto agli altri grandi paesi europei ed anche a qualcuno più piccolo ed esse si presentavano anche come in media più deboli sul fronte dei mercati, nonché su quelli organizzativo e finanziario. Da allora in poi la situazione si è molto aggravata. Sono scomparse alcune delle strutture più importanti, dall’Olivetti, alla Montedison, al gruppo Ferruzzi, mentre altre si sono indebolite; si pensi cosa ha significato su questo fronte il processo di privatizzazione delle imprese pubbliche. Più di recente la crisi ha funzionato da cartina di tornasole di una situazione già sostanzialmente compromessa.

Oggi ci troviamo di fronte ad una vera e propria debacle nella capacità del nostro paese di governare imprese e progetti complessi; la specializzazione produttiva della nostra economia è rimasta la stessa di qualche decennio fa, cioè fortemente orientata ai settori più maturi, a bassa e medio-bassa tecnologia; inoltre le imprese soffrono di inadeguata internazionalizzazione e debole capitalizzazione. In tale corpo gravemente debilitato si inserisce il capitale straniero per fare shopping a buon mercato.

Sono da tempo note le ragioni principali di tali debolezze. Intanto la classe proprietaria, abituata in passato, tra l’altro, a contare su mercati controllati e su provvidenze pubbliche, ha nella gran parte dei casi l’abitudine di fuggire dai rischi e di evitare i progetti impegnativi. Essa comunque oggi non ha, nella gran parte dei casi, le risorse umane, finanziarie, strategiche necessarie per reggere i mercati. Il settore finanziario non ha mai fatto una selezione della distribuzione delle risorse secondo la qualità delle imprese e dei progetti, ma ha distribuito denaro a pioggia o sulla base dei rapporti politici e relazionali di sistema.
Leggi di più a proposito di Svenditalia: i saldi di fine stagione dell’industria nazionale

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi