Rebus Catalogna: dopo la vittoria delle destre, urge exit strategy per Podemos e Colau

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

Una catastrofe annunciata: hanno vinto le destre. Ogni analisi sensata del voto catalano deve assumere questo dato. Una pagina buia per le sinistre, per el cambio nel Paese e per la stessa Catalogna che, divisa, rischia un processo di ulsterizzazione. La sconfitta del premier Mariano Rajoy (con la repressione annessa) è un mero contentino. La polarizzazione dello scontro ha portato, infatti, al trionfo della destra nazionalista (Ciudadanos) e della destra indipendentista (Junts per Catalunya).

Il partito di Albert Rivera, la Podemos di destra come qualcuno la definiva agli albori, ottiene il 25,3% affermandosi come primo partito. L’ex governatore, fuggito in Belgio, Carles Puigdemont conferma, invece, la sua leadership all’interno dell’eterogeneo blocco indipendentista che, nelle elezioni del 21 dicembre, risulta maggioritario in Catalogna.

I partiti indipendentisti (Junts per Catalunya, Esquerra Republicana de Catalunya, Candidatura d’Unitat Popular) mantengono la maggioranza assoluta nel Parlamento di Barcellona (70 deputati su 135, ne avevano 72 nell’ultima legislatura), favoriti dalla legge elettorale che premia le circoscrizioni rurali.
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In Lombardia votiamo no al selfie di Maroni

di Mario Agostinelli e Daniele Farina

In Catalogna succedono cose serie e drammaticamente allusive delle implicazioni dei percorsi identitari nella involuta fase europea e mondiale. In Lombardia e Veneto assai meno. Se si volesse seriamente discutere di poteri, di autonomie locali, bisognerebbe piuttosto farlo partendo da quegli enti chiamati comuni. Per ragioni storiche e fatti.

Con un esame piuttosto impietoso anche dell’ultima geniale abolizione delle province, con trasferimento presunto di parte delle competenze alle regioni e la creazione di evanescenti città metropolitane. Non guasterebbe anche, per una valutazione della bontà dell’idea, un esame del come le creature regionali hanno gestito nientemeno che la materia sanitaria e le relative risorse.

Là dove il diritto alla salute collassa e dove lo si autoproclama eccellente. Regnante Formigoni la “Lombardia dell’eccellenza” (e dei cadaveri del Santa Rita) aveva cominciato a proporre più di dieci anni fa, attraverso la formulazione del proprio statuto e la modifica degli articoli 115, 116, 117,
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Catalogna, una crisi di sistema

di Joan Subirats

La tradizione politica vede nel conflitto il suo asse fondamentale. Di fatto, la democrazia è il sistema politico che ha assunto legittimità perché capace di garantire, in maniera pacifica, il confronto tra idee e interessi diversi, tra maggioranze e minoranze. In un sistema politico ragionevolmente organizzato, inteso come il quadro comune entro cui muoversi, la qualità della democrazia dipenderà dalla capacità di dissenso che è in grado di contenere senza recare danni alla convivenza civile. La questione si complica quando, per qualsiasi motivo, uno o più degli attori che operano in questo quadro di riferimento comune, non si sentono inclusi nel sistema, non sentono riconosciute le proprie differenze e non vedono opportunità di difendere le proprie idee e valori. E così finiscono per percepire come oppressiva e asfissiante quella che fino a poco prima era vista come un’arena condivisa.

La Spagna, dal suo consolidamento come Stato contemporaneo, ha attraversato diverse crisi di questo tipo. Ciò che adesso ci preoccupa non è quindi un fenomeno completamente nuovo. Anzi, è ripetitivo. Non sembra ragionevole pensare che questa sia solo una conseguenza della resilienza protestataria di una delle parti, piuttosto è bene pensare in termini di responsabilità condivise e di problemi interni alla concezione di base del sistema.

Non ci servono soluzioni o esperienze utilizzate in passato. Siamo ancora intrappolati negli schemi (westfaliani) del XIX e del XX secolo. E questi schemi servono sempre meno a manovrare nel grande scenario delle interdipendenze incrociate che caratterizzano la globalizzazione e il grande cambiamento tecnologico. Alcuni mesi fa, ricevendo il Premio Diario Madrid, la direttrice del Guardian, Katherine Winer, ha espresso il suo totale scetticismo sulle possibilità reali di una Brexit, e i fatti le stanno dando ragione.
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Spagna-Catalogna: sempre più tesa la situazione intorno all’indipendenza

di Maurizio Matteuzzi

Spagna-Catalogna, una partita a ping pong con la pallina che è una bomba e i giocatori sempre più vicini al baratro. Martedì 10 ottobre era l’attesissimo, il tesissimo D-Day. Meglio l’I-Day: I come indipendenza. Il giorno in cui il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, doveva presentarsi al Parlament di Barcellona per proclamare, la nascita della “Repubblica catalana come Stato indipendente e sovrano”. Nata sull’onda del referendum dell’1 ottobre, inutilmente contrastato a colpi di manganello dal governo di Mariano Rajoy (Partido Popular, la destra più rancida erede del franchismo) e dalle altre forze spagnole e spagnoliste (“Madrid”), a cominciare dal re di Borbone, per finire alla “sinistra” istituzionale e monarchica (il PSOE di Pedro Sánchez) passando per la destra liberale e ripulita dalla corruzione irrefrenabile del PP (Ciudadanos di Albert Rivera).

Per il “blocco costituzionalista” PP-PSOE-C’s il problema catalano era – è – solo un problema di “legalità” (e di ordine pubblico) e non di “legittimità” e di “diritto all’autodeterminazione”, dal momento che la costituzione del ’78 (anch’essa erede diretta dei 40 anni di dittatura franco-fascista) non prevede il diritto alla secessione. Quindi i 2 milioni di sì del primo ottobre, sui 5.3 milioni di elettori catalani, sono troppo pochi per invocare per l’indipendenza.

Ma, a parte il fatto che i votanti e i sì sarebbero stati con ogni probabilità molti di più se le condizioni di quel giorno fossero state meno orribili di quelle che hanno rimandato inevitabilmente alle immagini indelebili della Santiago del Cile pinochettista degli anni ’80 e del G8 del 2001 a Genova, è chiaro come il sole che il problema catalano, con tutte le sue implicazioni in giro per l’Europa e per il mondo, è un problema politico.
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Perché la Catalogna piace

di Valerio Romitelli

Statistiche da citare non ne ho, né forse non le si potrebbe ricavare da nessuna parte e ammetto pure di potermi sbagliare, tuttavia sui fatti di Catalogna ho una netta sensazione: che a livello di opinione mondiale prevalga comunque la simpatia. Dagli svariati media consultabili,leggibili o ascoltabili come dagli infiniti segnali che vengono dalla rete mi pare infatti chiaramente percepibile che nell’insieme dei discorsi e delle chiacchiere planetarie il vantaggio dei consensi – sia pur di misura – finisca per andare al referendum, anche prescindendo dai suoi più accesi sostenitori. Ora, trovo ciò qualcosa di niente affatto scontato, ma assai sorprendente. Perché?

Ma perché in questo modo si sono rivelate quanto mai deboli tutte le argomentazioni mobilitate per condannare la rivendicazione dell’indipendenza catalana, nonostante si tratti di argomentazioni non da poco, all’apparenza del tutto razionali e pertinenti. Difficile infatti assolvere questa rivendicazione dalle imputazioni rivoltegli contro da parte dei suoi detrattori: di essere anticostituzionale, di non avere delimitazioni e contorni definiti, di essere priva di qualsiasi chiara prospettiva geopolitica, di rappresentare anche alcune delle frange più esclusive e xenofobe dei residenti in quella regione spagnola, di funzionare come copertura della corruzione serpeggiante tra i suoi governanti, di non avere neanche ottenuto quel fragoroso successo tanto voluto dai suoi promotori e così via.
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La Catalogna domani al voto: chi diffonde toni catastrofici in vista del referendum?

di Maurizio Matteuzzi

L’ex-ministro socialista Josep Borrell, che si definisce “catalano, spagnolo, europeo”, dice che il voto di domenica è potenzialmente “la più grande crisi costituzionale europea dalla caduta del muro di Berlino”. Anche se non proprio la più grave, è innegabile che un eventuale secessione della Catalogna innescherebbe un effetto domino in Europa che, dopo la sorpresa Brexit e i populismi che proliferano, spaventa.

Non a caso la stampa spagnola prefigura catastrofi: dopo la Catalogna (accusata oltretutto di mire espansionistiche per allargare i suoi confini agli altri Paises Catalanes che arriverebbero addirittura fino ad Alghero) sarebbe inevitabilmente la volta degli indocili Paesi Baschi e Galizia, poi una sfilza di paesi europei che andrebbero in frantumi: Francia, Italia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e perfino la Svizzera con il Canton Ticino e il Giura in lista d’uscita.

A parte gli scenari apocalittici, la possibile secessione della Catalogna pone problemi reali con la sua trasversalità di posizioni. D’emblée non sembrerebbe male un bello scossone (anche) a una Spagna che non ha mai fatto i conti con il suo passato fascista e a una Unione Europea oscenamente liberal-liberista. Però è vero che anche buona o gran parte degli indipendentisti catalani sono liberal-liberisti…
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