Angelo Vassallo, nove anni dopo continuiamo a chiedere verità e giustizia

Nel nono anniversario dell’omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, al momento insoluto, riproponiamo l’articolo uscito lo scorso 25 luglio in cui si continua a chiedere giustizia e verità. di Sergio Caserta Siamo a ridosso del nono anniversario dell’omicidio di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica, cittadina adagiata tra mare e collina nel meraviglioso […]

Per mare e per terra migrare è un diritto, non un reato

di Enrica Rigo e Alberto di Martino

Il diritto di migrare (anche fuggendo) – ovvero, «il diritto di lasciare qualunque paese, incluso il proprio», come recita la Dichiarazione del 1948 – è stato la formula di garanzia che il diritto internazionale post-bellico aveva trovato come antidoto agli orrori che avevano portato alla seconda guerra mondiale e ai suoi lasciti. Anche attorno a quel diritto, (…) l’Occidente ha costruito la differenza tra i regimi liberticidi e le democrazie baciate dai lumi del diritto e della libertà.

Quell’assetto è evidentemente saltato. Non solo perché l’immigrazione irregolare è criminalizzata (fatto che si considera ormai dato per scontato e casomai soltanto da ‘governare’ con gli strumenti dello stato di diritto); ma – proprio in questi giorni – perché sul mare sono state messe in atto condotte che potremmo dire di ‘polizia bellica’. È di ieri la notizia che la marina militare del Marocco ha aperto il fuoco su una barca di migranti, ferendo un ragazzo di 16 anni, mentre solo pochi giorni fa, in un episodio analogo, era morta una ragazza e altri tre migranti erano rimasti feriti.

Meno eco ha avuto, nei giorni della Diciotti, la notizia di un violento scontro, il 17 agosto, tra la guardia costiera tunisina e un gruppo di migranti che tentava di prendere il mare verso l’Italia. Nei giorni successivi, solo qualche sito specializzato ha chiarito la dinamica dei fatti, riferendo che il numero delle vittime tra i migranti era salito a 8. La nave Mare Jonio, dell’operazione Mediterranea, ha riacceso i riflettori in questi giorni sulle intercettazioni dei migranti da parte delle motovedette fornite dall’Italia alla guardia costiera libica; dotazioni che ci rendono complici, se non di fatti violenti in sé, certamente del fatto di impedire, anche in questo caso, la fuga verso l’Europa.
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Angelo Vassallo

Angelo Vassallo e il rischio di una pietra tombale sulla sua morte

di Sergio Caserta

La notizia della prossima archiviazione delle indagini sull’omicidio di Angelo Vassallo, senza aver trovato esecutori e mandanti, ha generato reazioni di sconcerto e protesta in tutto il Paese.

Un omicidio di Stato, nel senso che è stato colpito un rappresentante delle istituzioni, come l’ha definito il fratello Dario Vassallo, non può registrare un fallimento così eclatante. Eppure nonostante il dispiegamento di imponenti mezzi e l’impegno personale del giudice Franco Roberti, alto magistrato successivamente nominato procuratore capo dell’Antimafia, non si è riusciti a venire a capo di nulla, come se ci si trovasse di fronte a un muro impenetrabile, una “montagna” troppo alta da scalare, una verità impossibile. Nonostante l’ampia e costante mobilitazione di numerosissime istituzioni, associazioni della società civile, su un delitto di tale inaudita gravità, è piombato un silenzio assordante. Un silenzio soprattutto da parte di quelle forze politiche nazionali e locali, in primo luogo il Pd che era il partito di Vassallo che lascia ammutoliti.

È come se la figura del sindaco pescatore, in vita scomodo per la sua intransigente determinazione a combattere in difesa del suo territorio, contro il malaffare e le cattive consuetudini, il lassismo e il clientelismo, mali endemici del Sud ma non solo, continuasse anche dopa la sua morte a provocare imbarazzo e ostilità. Era Angelo come si dice spesso in questi casi un “rompicoglioni”, uno che non mollava e non era incline a compromessi al ribasso, non era soprattutto un personaggio da addomesticare né con “fritture di pesce”, né con altri mezzi analoghi, una “capa tosta” direbbero i partenopei che sapeva andare come pescatore a mare controvento.
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Foto di Giovanni Novara

Bologna, Roma, Torino e Napoli: Regioni, indagini conoscitive e paradossi

di Andrea Fabozzi

Indagini senza indagati. Lo sguardo delle procure sui consigli regionali si allunga solo adesso. In teoria non sarebbe di stretta competenza dei pubblici ministeri intervenire senza notizie di reato, in pratica avrebbero potuto farlo da tempo. Magari senza aspettare che montasse l’onda del pubblico disprezzo per i Batman di turno. L’espressione «inchiesta politica» è stata spesso utilizzata in questi anni dai nemici del controllo di legalità, ma di fronte alle ultime mosse di procure come quelle di Bologna e Torino non si può non riflettere sulla tempistica. Il procuratore di Bologna ha voluto persino rivendicare i suoi titoli: «In questo settore abbiamo cominciato per primi». C’è una corsa a combattere le ruberie? Bene. Ma la Guardia di Finanza che scatta a furor di popolo preoccupa almeno quanto rassicura.

Nel Lazio i magistrati si sono mossi dopo che la Banca d’Italia aveva segnalato strani movimenti dal conto del gruppo regionale del Pdl ai conti privati, ed esteri, di Francone Fiorito. Anche in Campania c’è un solo consigliere indagato, ma questo signore ha dato lo spunto alla magistratura per ripassare un po’ i conti di tutti. In Basilicata c’è una vecchia inchiesta sui rimborsi chilometrici gonfiati, in Sardegna una ancora più vecchia sull’uso personale dei fondi pubblici da parte di una ventina di consiglieri. In Sicilia invece l’indagine è «conoscitiva», così come le ultime in Emilia Romagna e Piemonte. Magistrati e finanzieri, cioè, non sanno esattamente cosa cercare, ma sanno che devono cercarlo.
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