Decreto dignità, il bicchiere (quasi) mezzo pieno

di Sergio Palombarini

In queste settimane si discute molto, a vari livelli, del così detto decreto dignità, più precisamente il decreto legge n. 87, approvato dal Governo il 2 luglio scorso, e attualmente in fase di conversione in Parlamento. Tanto si è detto e tanto si dirà su questo provvedimento, che prevede diversi interventi di riforma in materia di diritto del lavoro, ed altri in materia di politica economica e gioco d’azzardo.

Ora, prima ancora che il decreto venga convertito in legge, con probabili modifiche, per un momento lascio da parte le singole questioni tecniche, le interpretazioni (ce ne sono già un po’ di tutti i generi), le prese di posizione politiche, ecc., per limitarmi ad una considerazione di carattere molto generale sulla parte del provvedimento sulle discipline del lavoro. Una cosa, al di là di tutto, mi pare indubitabile.

Questo provvedimento segna una (minima) inversione di tendenza rispetto alla più recente legislazione. Non è certo una vera e propria inversione di 180 gradi, è possibile che sia più la parte propagandistica che quella sostanziale, tutto quel che si vuole. Fatto stà però che la direzione (o forse anche solo la intenzione) è quella della riduzione della precarizzazione (parlo della disciplina dei contratti a termine), e della maggior tutela del lavoratore (seppur solo indennitaria) a fronte dei licenziamenti illegittimi.
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Lavoratori Electrolux - Foto di Milano Today

Il nuovo regalo del governo alle imprese

di Maria Luisa Pesante

Il governo si appresta nuovamente ad aggredire le pensioni pubbliche. Per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Nannicini e del viceministro all’economia Morando ha confermato lunedì scorso l’impegno a tagliare di 6 punti i contributi previdenziali, 3 per i datori di lavoro e 3 per i lavoratori neoassunti.

Si tratterebbe di una misura strutturale in sostituzione della decontribuzione sui nuovi assunti deliberata lo scorso anno. La metà della somma resa così disponibile spetterebbe al lavoratore, che potrebbe o incassarla in busta paga o destinarla alla previdenza integrativa. Poiché il governo non compenserebbe il mancato versamento di contributi all’Inps, ne derivano due ordini di conseguenze, per l’Inps e per i lavoratori. All’istituto viene a mancare immediatamente una parte dell’incasso con cui, nel nostro sistema a ripartizione, eroga le pensioni attuali, dunque avrebbe un peggioramento nel bilancio.

Nannicini ha scritto (l’Unità, 18/8/2015), che questo «avrebbe sì costi (di cassa) nel breve periodo, ma ridurrebbe il debito previdenziale implicito nel lungo periodo». La frase è ingannevole, a dir poco. Con l’attuale sistema contributivo l’Inps paga a ogni lavoratore tanto quanto ha ricevuto in contributi, quindi le minori entrate inciderebbero sull’equilibrio di bilancio per tutto il periodo di transizione dal vecchio al nuovo livello di contributi: davvero breve? Nel lungo periodo, cioè a regime, il debito previdenziale diminuisce solo se per esso si intende non il passivo di bilancio, lo squilibrio tra entrate e uscite del sistema, ma l’ammontare delle pensioni che lo stato è impegnato a pagare.
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Bologna: il ruolo dell’università e le politiche industriali regionali

Università di Bologna
Università di Bologna
di Fabio Fava

L’Emilia Romagna è una delle regioni simbolo in Europa, una delle prime 3 regioni italiane secondo lo European Innovation Scoreboard, leader in Italia per propensione all’export e all’innovazione e a lungo caratterizzata da alti livelli di occupazione e da un’ampia diffusione territoriale dello sviluppo. Gli ultimi anni hanno visto un rallentamento della dinamicità regionale, a causa della lunga crisi – che ha portato quasi a triplicare il tasso di disoccupazione- e delle conseguenze del sisma che ha colpito la nostra regione nel 2012.

In questo contesto, emerge contemporaneamente l’esigenza di una rigenerazione del sistema produttivo legata all’evoluzione dello scenario economico internazionale, ma anche di una nuova espansione della base produttiva, anche per recuperare i livelli occupazionali. Mai come ora l’Emilia Romagna deve quindi investire in nuova crescita e nell’innovazione, operando in particolare per (i) rafforzare la competitività internazionale delle sue produzioni attraverso una rinnovata capacità di innovazione tecnologica e organizzativa e nuove competenze qualificate; (ii) sviluppare nuovi mercati, essere più attrattiva e alimentare una nuova domanda interna qualificata, ossia evolvere il suo modello socioeconomico verso l’economia della conoscenza, la società del digitale e lo sviluppo sostenibile.
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Smart cities

La crisi e le imprese in Emilia Romagna

di Maria C. Fogliaro

Da quando la crisi economica mondiale è esplosa in tutta la sua durezza e gli Stati, in Europa, con le politiche di austerity hanno di fatto rafforzato il paradigma neoliberale, sembra siano destinate a essere sepolte le più importanti conquiste sociali del Novecento. Le difficoltà nel far ripartire la crescita economica, i colpi inferti allo Stato sociale, il disequilibrio nella redistribuzione dei redditi prodotti e l’impoverimento del ceto medio, il brusco aumento della disoccupazione rischiano di trascinare le società europee – non solo sul piano del progresso sociale, ma anche sul terreno delle libertà democratiche – verso un futuro postdemocratico che assomiglia per certi versi al passato predemocratico.

Il tema della crisi e di come è stata affrontata dalle imprese dell’Emilia-Romagna attraversa tutto il volume Tra storia e futuro. Politiche per una regione smart. Una ricerca sulle trasformazioni dell’economia in Emilia-Romagna – presentato a Bologna il 12 maggio 2015, presso il Café de la Paix, e di prossima uscita per la casa editrice «il Mulino» -. La ricerca è stata commissionata dalla Regione Emilia-Romagna e curata da Vittorio Capecchi (Professore emerito dell’Università di Bologna), Sergio Caserta (ricercatore e giornalista freelance), Angiolo Tavanti (presidente dell’associazione Valore Lavoro).

Frutto di uno studio rigoroso, basato su interviste qualitative ad alcuni fra i principali attori economici regionali pubblici e privati, il lavoro di ricerca costituisce un percorso dettagliato, pensato per comprendere quale possa essere la strategia più efficace per superare la crisi, affrontare la competizione mondiale e fare dell’Emilia-Romagna «una regione intelligente, ecocompatibile e inclusiva». «Abbiamo grandi possibilità – ha affermato Capecchi – se tutta una serie di attori non solo regionali, ma anche intermedi, funzionano insieme». È proprio nella capacità di «fare rete» che secondo Rossella Lama – consigliere comunale e, dal settembre del 2014, consigliere della Città metropolitana di Bologna – si staglia la possibilità di uscire definitivamente dalla crisi, restituendo «ai nostri enti locali la loro funzione storica di volano dell’economia e dello sviluppo sociale nel territorio».
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