Bologna: Virtus basket femminile, ma con una storia

di Silvia R. Lolli Ci corre l’obbligo del plauso verso l’amministrazione, verso l’assessore bolognese allo sport Lepore, che ha saputo trovare, con l’aiuto della FIP (Federazione Italiana Pallacanestro) e della Virtus pallacanestro Segafredo, una soluzione degna della Bologna città del basket: le ragazze che hanno vinto la A2 con il Progresso Matteiplast, grazie ad una […]

Bologna e lo sport: sempre più in un “cul de sac”

di Silvia R. Lolli L’incontro promosso all’interno del CSB Centro Sportivo Bologna, dal gestore, AD Marzabotto 24, lunedì 1 luglio ci ha fatto una strana impressione: sceneggiata, preoccupazione o ricerca di partner per risolvere il problema? Tanti i presenti: soci dell’ex centro sportivo storico, il CRB, cittadini anche appartenenti a comitati sorti o risorti negli […]

Bologna, qualche sguardo sullo sport cittadino: non solo la piscina comunale / Seconda parte

Sport a Bologna, non solo piscina
Sport a Bologna, non solo piscina
di Silvia R. Lolli

(Prima parte) All’interno della questione Stadio e dello spezzettamento mono disciplinare che negli anni si è fatto (dai mondiali del Novanta si sono persi anche i campi da tennis, ricordate?) c’è il problema della piscina scoperta che ora, essendo coperta, ci rifiutiamo di chiamarla Carmen Longo, visto che è il nome attribuito dopo la tragedia di Brema, alla piscina coperta di 25 metri. Le ragioni della nostra analisi sono almeno di due ordini:

  • 1) strutturale;
  • 2) economico, sia di investimento, sia di gestione.

Struttura. Dalle foto scattate il 17 maggio a poco più di un mese dall’inaugurazione, si vedono chiaramente macchie di umidità; non ci ricordiamo di averle viste prima di 13 anni fa. Certo la copertura, anche se apribile, di una struttura leggera come può dirsi quella di base costruita nel 1927, potrà creare questi danni.

Nel resoconto dell’agenzia Dire del 15 aprile 2016 (vedi Bologna Today) si parla di copertura mobile; speriamo sia usata spesso. La soluzione dovrebbe essere buona visto che da anni abbiamo visto questa possibilità per esempio lo Sky Dome di Toronto, palazzo immenso, con tetto apribile; non c’è però qui una piscina olimpionica con la conegunte umidità creata da grandi volumi d’acqua abbastanza calda. Vedremo…
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Bologna, qualche sguardo sullo sport cittadino: non solo la piscina comunale / Prima parte

Sport a Bologna, non solo piscina
Sport a Bologna, non solo piscina
di Silvia R. Lolli

Abbiamo monitorato su queste pagine la complessa e poco edificante, per l’amministrazione comunale, situazione dell’ex piscina scoperta dello Stadio di Bologna. Vari gli articoli scritti dal 2013. Tutti chiedevano, oltre alla data certa di riapertura, un resoconto puntuale delle responsabilità dirette e indirette per lo scempio (da noi annunciato) che si è fatto della struttura. Ci auguriamo che con i nuovi consiglieri di Coalizione Civica potremmo avere qualche risposta e, perché no, magari qualche denuncia alla Corte dei Conti e non solo quelle del Comune verso le ditte appaltatrici.

Finalmente nell’estate 2016 la piscina è funzionante o almeno sembra. Ci riserviamo di verificare meglio la situazione; qui vogliamo soltanto riflettere su alcuni aspetti della grave situazione che si è creata a Bologna sull’impiantistica sportiva più grande, su quelli che si chiamano gli impianti sportivi complessi anche se la denuncia si può estendere a quelli più piccoli e alle palestre scolastiche. Queste ultime, nonostante l’autonomia scolastica, sono ancora distribuite alle società attraverso gli uffici comunali o quel che rimane di loro.

Per la piscina dello Stadio sembra che a pagare finora siano stati soltanto i diversi assessori comunali succedutisi; in parte riteniamo che un concorso di responsabilità ci sia stato anche da parte loro, almeno per aver continuato a perpetrare nello scempio e senza rendere pubblici i nomi dei diretti responsabili o di chi ha spinto l’amministrazione verso questa scelta: tecnici che hanno firmato progetti rivelatisi fallimentari; politici interessati solo alle urne e senza competenze al riguardo; però anche ad altri soggetti si può mettere in carico una responsabilità più o meno diretta: mondo sportivo che chiede sempre di più alle istituzioni, in nome di una sussidiarietà non sempre disinteressata, poi continua a lamentarsi per le poche risorse che il pubblico riserva ad esso; non ultimi i cittadini ormai incapaci di leggere i vari interventi o le inaugurazioni nella loro vera realtà, che rimane il depauperamento del patrimonio pubblico, nello sport si comincia a vedere.
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Lo stato della piscina di Bologna

La piscina di Bologna? È ancora a secco

di Silvia R. Lolli

Alla fine di agosto 2013 avevamo chiesto all’assessore allo sport di Bologna Rizzo Nervo in quale situazione versava la piscina comunale dello Stadio Comunale di 50 metri, unica a Bologna di questa lunghezza. Ci rassicurò che i nuovi lavori si sarebbero conclusi per rendere nuotabile la piscina nel 2015. A noi interessava averla almeno per la stagione estiva, invece come si vede dalle foto non è praticabile neppure quest’estate. È vero che il 2015 comprende anche gli ultimi mesi dell’anno, quando inizierà la nuova stagione sportiva, ma non sarà aperta al pubblico come normalmente succedeva fino a quindici anni fa! Ne usufruiranno solo le società sportive.


Foto di Silvia R. Lolli

Sarebbe stato meglio spiegare i veri problemi senza indicare alcuna data, ma informare su chi decise lo scempio e chi soprattutto firmò i progetti. Da tanti anni facciamo queste domande. Forse si scoprirebbe un concorso di colpa fra politica, tecnici strutturali per progetti sbagliati e associazionismo sportivo che ricordiamo fece di tutto per avere una piscina coperta di 50 metri. Oggi rimane, come sempre, un’opera pubblica, un bene comune tra l’altro storico, ancora in manutenzione dopo più di dieci anni e che sta cambiando la sua fisionomia (vedi foto). Forse scopriremo tra un po’ cambiate anche le sue funzioni?
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Foto Cisl Basilicata

Melfi-val d’Agri, il benessere mancato / 3

di Gabriele Polo

Cento chilometri separano Melfi dall’altro sogno industriale lucano. Si trova a sud di Potenza, in val d’Agri, è coetaneo di quello automobilistico, ne è – in fondo – una premessa e si chiama petrolio. L’oro nero che può dare alla testa: minerale mitologico del XX secolo, Vello di ricchezza certa per chiunque se lo ritrovi sotto i piedi, fosse pure il paese più povero e disperato del mondo; nero come il volto della madonna che i contadini dell’Agri dicono di veder apparire ogni tanto sul Monte Sacro, che non sovrasta più i boschi di un tempo e le vigne di ieri, ma le fredde luci perennemente accese che distinguono un impianto chimico da ogni altra fabbrica.

È lì sotto da sempre, l’hanno scoperto quasi cent’anni fa – quantità stimata un milione di barili, valore ipotizzato 50 miliardi di euro – ma l’estrazione è iniziata verso la fine degli anni ‘80. Venticinque pozzi gestiti da Eni e Shell, 85.000 barili di greggio al giorno, quasi il 10% del fabbisogno nazionale, l’80% dei quattro milioni di tonnellate che ogni anni l’Italia produce, nel suo piccolo. Partita in gran spolvero, promettendo lavoro e ricchezza, l’estrazione petrolifera lucana non ha mai raggiunto gli obiettivi iniziali (120.000 barili al giorno), solo 300 sono gli occupati diretti e non si arriva a mille aggiungendoci quelli dell’indotto in senso lato – bar, ristoranti, pensioni, compresi. Quanto ai soldi, ne sono arrivati meno del previsto, almeno per la Basilicata e i suoi abitanti.

Nelle casse di regione e comuni della val d’Agri in tutti questi anni sono entrati meno di 800 milioni di euro, tra i 50 e i 70 l’anno a seconda dei “raccolti” e – soprattutto – della volubilità del prezzo, che si sono tradotti in un po’ di strade, manutenzioni, bonifiche e – soprattutto – in 100 euro di buoni benzina per ognuno dei 335.000 automobilisti regionali (censiti per patente di guida). A guadagnarci e molto sono state invece le due compagnie petrolifere, grazie al bassissimo livello di royalties che devono pagare all’erario italiano, il 10% del prezzo del barile. Una pacchia a confronto con le royalties pagate in altri paesi occidentali, dall’80% della Norvegia al 45% del Canada. Così, niente Texas all’italiana, deluse le attese dei telespettatori con Dallas negli occhi e la miseria in tavola.
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Foto Cisl Basilicata

Melfi-val d’Agri, il benessere mancato / 2

di Gabriele Polo

Vista dalla collina che divide la piana di san Nicola dalla città di Melfi, la fabbrica sembra una grande nave spaziale dalle fiancate luminose con la chiglia immersa nel terreno, piombata da chissà quale pianeta. Solo avvicinandosi si cominciano a distinguere gli stabilimenti che occupano 1.850.000 metri quadri: le presse, la lastratura, la verniciatura, il montaggio, tutto a colori, tutto a grandi strisce bianco-azzurre, tutto molto diverso dal grigio di Mirafiori. Attorno, le macchie bianche e più anonime dell’indotto.

L’astronave Fiat è piombata qui vent’anni fa, un investimento di 4.671 miliardi di lire con l’obiettivo di sfornare 450.000 Punto l’anno, con le spintarella di un bell’aiuto di soldi pubblici (un terzo del costo totale) e deroghe contrattuali – a partire dal lavoro notturno anche per le donne – permettendo 18 turni a ciclo continuo e paghe del 20% più basse rispetto agli altri lavoratori del gruppo. Auspice, il vecchio Emilio Colombo – democristiano d’altri tempi – con gran giubilo delle popolazioni locali, come recitava un anonimo graffito di quei giorni che innegiava agli allora vertici della Fiat: «Grazie Romito, salutaci l’Agnello!».

Ci lavorano in 5.000 – altrettanti nell’indotto – tutti assunti non ancora trentenni al primo impiego, resi disponibili a (quasi) tutto da una disoccupazione giovanile al 50%. È il «prato verde» che, lasciando l’uguaglianza costituzionale fuori dai cancelli, garantisce flessibilità, bassi costi e zero conflitto: non è più tempo di diritti uguali per tutti, anche se appena oltre la collina c’è il castello da dove Federico II aveva promulgato una delle prime costituzioni europee, prodromo di cittadinanza che cancella la condizione servile. Lontano il ricordo dei briganti anti Savoia, che da queste parti ebbero buon asilo – conservato nel museo di Rionero in Vulture -, perché ora il comando dei piemontesi non usa più i bersaglieri ma la catena di montaggio.
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Foto Cisl Basilicata

Melfi-val d’Agri, il benessere mancato / 1

di Gabriele Polo

Come si fa a dire dove inizia e dove finisce il Sud di un paese? Il “calcolo” è del tutto arbitrario. Nel caso italiano è relativamente geografico, perché ben più hanno pesato le coordinate storiche ed economiche: così i confini del Mezzogiorno vengono fatti coincidere con quelli del vecchio regno borbonico delle due Sicilie, dall’Abruzzo (incluso) e Lazio (escluso) in giù. Isole comprese, pur essendo stata la Sardegna terra sabauda e, quindi, teoricamente “nordista”. Ma i piemontesi si erano limitati a enunciarla nel nome del Regno, trattandolapiù o meno come colonia, di cui i sovrani “legittimi” non comprendevano nemmeno la lingua; in questo sinceramente ricambiati.

Su quel confine – non più politico ma non meno reale – dalla seconda metà dell’800 è cresciuta la questione meridionale, diventando presto uno dei principali problemi italiani. “Questione” che negli ultimi decenni del 900 – causa Lega – è passata di moda, anche a sinistra. Le attenzioni sono andate piuttosto alla novella “questione settentrionale”, che sarebbe caratterizzata dal problema opposto: un “eccesso” di sviluppo e di ricchezza anarchica dagli esiti incogniti. Nonostante questo ribaltamento di priorità, qualcuno ha continuato a occuparsi del sud, della sua situazione economica e sociale.

Tra questi pochi, brilla per costanza un istituto dal nome che sembra una frustata, Svimez, che fin dal nome vorrebbe tenere insieme due “cose” considerate separate, sviluppo e Mezzogiorno: esiste dal 1946, ha tra i fondatori Rodolfo Moranti – socialista e all’epoca ministro dell’industria. Da quell’immediato dopoguerra, Svimez ha redatto e diffuso molte analisi sullo stato del Mezzogiorno italiano, considerando la sua industrializzazione una delle chiavi decisive per lo sviluppo dell’intero paese.
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Granarolo e il Bologna Calcio

Il consumo del territorio in Emilia Romagna: il caso Granarolo e Bologna Calcio

di Legambiente Emilia-Romagna

Sulla necessità di un freno al consumo di suolo negli ultimi anni sono state spese molte parole dalla giunta regionale, a partire dal Piano Territoriale Regionale, passando per i programmi elettorali. Purtroppo a oggi su questo versante gli unici rallentamenti sono stati messi in atto dalla crisi dell’invenduto, mentre dalla Regione non un atto politico riconoscibile è venuto in questa direzione, a riprova di una chiara mancanza di volontà politica.

Ultima conferma di questi silenzi, è il caso paradigmatico della variante al Psc di Granarolo, nel bolognese, per la realizzazione del polo sportivo e polifunzionale del Bologna calcio. Un progetto che coinvolgerà 22 ettari in piena campagna, con una scelta opposta ad ogni sensata strategia urbanistica, che oggi dovrebbe puntare a contenere la dispersione abitativa, ridurre il consumo di suolo e creare nuovi poli attrattivi solo lungo le principali assi di mobilità pubblica di massa. E come spesso accade un progetto attuato in deroga agli strumenti urbanistici, con l’opinabile argomento della “pubblica utilità”.

Invano Legambiente, Italia Nostra ed esponenti della minoranza in consiglio regionale hanno chiesto all’Assessore Peri e agli uffici regionali di esprimere un parere sulla procedura, giudicata non corretta. Un parere che non è mai arrivato, a testimonianza di una impermeabilità ormai consolidata. Ed intanto mercoledì si è chiusa la conferenza degli enti che ha espresso parere favorevole sull’intervento.
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