Bare a Lampedusa - Foto di Articolo21.org

Quelle bare allineate di fronte alle coscienze occidentali

di Shukri Said

È quando il nostro mare si riempie di morti, per metà affogati dall’acqua e per metà soffocati dalla nafta, che le nostre coscienze hanno un sussulto, un singhiozzo, per poi tornare subito a stravaccarsi sul divano dell’ipocrisia. Nulla scuote veramente queste nostre anime grasse e indolenti. Non la vergogna intimata da Papa Francesco. Non le accorate parole del Presidente Napolitano. Non le iniziative del Sindaco di Roma, per una volta gemellato al Ministro dell’interno.

Guardiamo inebetiti in televisione la fila delle 111 bare ed il ripetersi delle immagini col frenetico e ordinato attivismo dei nostri militari a bordo di natanti puliti ed efficienti, alle prese con le facce smunte e sofferenti dei migranti che hanno appena visto la morte in faccia, ma quando quegli stessi migranti ci avvicinano sui nostri marciapiedi offrendoci in alternativa ai calzini la possibilità dell’elemosina di un euro, li scacciamo come appestati.

Il cadavere biancastro che galleggia sul turchese del mare di Lampedusa provoca un ruttino alle nostre coscienze che preferiscono la visione oscena di Berlusconi che precipita scompostamente dal grattacielo del potere, alla quotidianità degli sbarchi dei disperati del mondo. E mentre quelle nostre coscienze pregustano l’orrore di vedere il Cavaliere spiaccicato sull’asfalto di una sentenza definitiva, si grattano l’ombelico dei mali della disoccupazione, dello spread, della crisi finanziaria, dell’esodo dei cervelli migliori e del permanere di quelli peggiori.
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Lavoro domestico: un passo avanti, ma non basta

Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
di Noemi De Simone

Dal 5 settembre è in vigore la convenzione Ilo sui diritti di colf e badanti. Cosa cambia? Intervista a Piero Soldini, responsabile dell’Area Immigrazione della Cgil.

Nel 2011, in occasione della sua centesima sessione, l’Ilo (International Labour Organization, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere il lavoro dignitoso) ha messo a punto la prima Convenzione per le lavoratrici e i lavoratori domestici. L’Italia l’ha ratificata all’inizio del 2013 (è stata il primo Paese Ue a farlo) e adesso questo strumento, che dovrebbe regolamentare il più informale e sommerso dei comparti, entra in vigore.

Il lavoro domestico è uno dei settori su cui hanno insistito molto le campagne sindacali in questi anni.

«Secondo le stime dell’Onu, su 220 milioni di migranti, più di un terzo opera nel settore domestico. In Italia sono almeno 2 milioni. Eppure sono soltanto 800 mila le posizioni assicurative. Questo dato ci dimostra chiaramente la natura “informale” di questo lavoro. La maggior parte dei contratti è dunque sommersa. Ma persino le posizioni assicurative ad oggi dicono molto poco: all’Inps, la maggior parte di esse sono al minimo legale. Il settore è cruciale non soltanto per una questione meramente quantitativa. Ormai il lavoro domestico sta sostituendo il welfare sanitario e rimane ad oggi uno dei pochi settori lavorativi “fertili”: la popolazione invecchia, la domanda di assistenza cresce. Eppure non sempre questo lavoro viene riconosciuto come tale. Al di là dell’informalità del contratto, anche il binomio lavoro-convivenza crea un ulteriore elemento di ambiguità. Assistiamo spesso a pagamenti “in natura”: buona parte del compenso avviene infatti attraverso la concessione dell’uso della macchina, del telefono, del computer. Ben venga dunque una convenzione che punta a regolamentare questo settore e a eliminare disparità di trattamento».
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Sangue del nostro sangue - Foto Cau Napoli

LasciateCIEntrare: la storia del ragazzo marocchino nel centro di Gradisca

del Comitato Primo Marzo

Gli ultimi giorni all’interno del CIE di Gradisca sono stati drammatici: la tensione portata agli eccessi ha finito per procurare una tragedia, annunciata. I referenti della campagna LasciateCIEntrare hanno seguito ora per ora tutto quello che è avvenuto da giovedì sera, giorno della fine del Ramadan, festa per la quasi totalità dei cittadini stranieri detenuti e ospiti in un centro dove la negazione dei diritti umani è all’ordine del giorno.

Giovedì notte a seguito della richiesta di un’ora d’aria in più, che ha avuto esito negativo, sono iniziati i primi tafferugli. Dopo 30 giorni di digiuno e regime di preghiera quel giorno doveva e poteva essere una festa. E’ iniziata invece la tragedia. Lancio di lacrimogeni per sedare gli animi. Primi malori – si sta cercando di capire se i lacrimogeni fossero del tipo tossico oppure del tipo “semplice”. I primi vetri rotti.

Venerdì una nuova visita a sorpresa dell’On. Pellegrino (SEL) sollecitata dalla Tenda per la Pace e i Diritti e di LasciateCIEntrare, dopo la visita ufficiale della campagna dello scorso 26 luglio. A seguito della visita un’interrogazione dell’On. Pilozzi (SEL) è pronta per essere presentata alla riapertura dei lavori del Parlamento. La campagna aveva allora diffuso le foto dei tagli che si infliggono esseri umani che rispondono che tanto quella non è vita.

L’onorevole Pellegrino ha potuto verificare quanto la situazione fosse “totalmente fuori controllo”. E’ dovuta tornare sabato notte, per tentare una mediazione con i 30 migranti oramai asserragliati sul tetto. Dalle 2 alle 4 di notte il tentativo di farli scendere. Tentativo fallito. Chiedevano di essere trasferiti in un altro CIE. Chiedevano “solo” un trattamento più umano.
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Immigrazione: la parola adesso è presa

Associazione Prendiamo La Parola
Associazione Prendiamo La Parola
di Francesca Materozzi

L’invito, fatto dall’associazione Prendiamo la Parola, era rivolto alle associazioni di migranti e di persone di origine migrante, le associazioni antirazziste e non solo, le organizzazioni laiche e religiose, i movimenti, sindacati e partiti. Lo scopo era fare una riunione per “definire e costruire collettivamente una manifestazione nazionale per condividere una battaglia di civiltà”. La data era stata stabilita per il 6 luglio, presso il dopolavoro ferroviario in via Alemanni, a Firenze.

Malgrado il caldo, le molte iniziative previste in questo fine settimana proprio in tema immigrazione, molti hanno risposto all’invito. Nella saletta infatti, le sedie erano tutte occupate e gli sguardi attenti mentre Mercedes Frias, presidente dell’associazione, introduceva la riunione e Edda Pando sintetizzava i punti su cui si sarebbe sviluppata. Il tutto si condensava in 3 domande secche: la disponibilità dei presenti a dar vita ad una convergenza di soggetti, la definizione dei contenuti su cui aggregarsi, le azioni da mettere in campo.

Per tutta la mattinata i presenti: esponenti di movimenti, associazioni, partiti e sindacati, ma anche semplici attivisti, si sono confrontati su questi temi. Nel pomeriggio sono state tratte le conclusioni che hanno portato a convergere sulla proposta rivolta anche ai tanti soggetti non presenti, di indire una manifestazione nazionale in autunno. Si tratta di un progetto che vuole essere di stimolo e aperto in modo da favorire lo sviluppo della coscienza civile, della difesa non solo dei migranti ma per la totalità dei cittadini. Nella quasi totalità degli interventi si è parlato di “necessità” di un percorso di convergenze perché ognuno dei soggetti, da solo è destinato alla sconfitta. Alcuni hanno sollevato la criticità nei rapporti con il governo, altri la necessità di acquisire credibilità e valore ottenendo quei risultati finora mai ottenuti. Si è giunti ad un punto di equilibrio definendo il “campo delle convergenze” come un terreno in cui nessuno deve rinunciare alla propria specificità e alla propria autonomia e in cui non si deve necessariamente trovare accordo su tutto.
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Mohamud Mohamed Guled - Foto di Corriere Immigrazione

Cronaca di una morte annunciata: a Firenze un rifugiato somalo si suicida e il Paese guarda altrove

di Francesca Materozzi

L’uomo che giovedì scorso ha deciso di porre fine alla propria vita, lanciandosi dal terzo piano di una palazzina occupata, si chiamava Mohamud Mohamed Guled, aveva 31 anni ed era somalo. Verso le quattro del pomeriggio si è sentito un tonfo provenire dal cortile interno. Le persone che erano lì sono andati a vedere e l’hanno trovato riverso a terra, in un lago di sangue. È stato chiamato il 118 ma ormai non c’era niente da fare.

Subito comincia il via vai di polizia, medici e giornalisti. Arriva il rappresentante della comunità somala, per dare sostegno. Gli abitanti della struttura sono tesi, alcuni si sentono male. Sono anni che queste persone, uomini e donne, lottano per la sopravvivenza e il corpo di Mohamud riverso per terra, senza vita, rappresenta per tutti una sconfitta. C’è chi si lascia andare alla rabbia e all’amarezza. Molti dicono che vorrebbero andarsene in altri paesi europei, «perché l’Italia è ancora Africa».

Il regolamento di Dublino li obbliga a restare qui. La tensione tocca il suo apice quando la polizia cerca di allontanare i giornalisti. Gli occupanti non vogliono. Gli italiani devono sapere cosa succede, quanto la gente sta male. Perché scacciare i giornalisti? Perché non far emergere questa situazione? In Italia di asilo politico si muore e si deve sapere. Mohamud si è ucciso perché non ce la faceva più, stremato dall’incertezza, dalla solitudine e dalla mancanza di prospettive. Verso le otto di sera il corpo viene rimosso, l’ambulanza va via.
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Backstage di una manifestazione: il 23 marzo a Bologna i migranti tornano in piazza

Manifestazione migranti - Bologna 23 marzo 2013di Stefano Galieni

Il volantino di convocazione è scritto in prima persona plurale. Il linguaggio è semplice, coniuga le istanze di chi è lavoratore o lavoratrice, di chi in Italia è cresciuto e ha maturato un progetto di vita, di chi è stanco di essere bersaglio del razzismo di strada come di quello istituzionale. Racconta in sintesi delle tante persone costrette a tornarsene al paese di provenienza, perdendo anni di contributi versati, perché di lavoro ce ne è poco, spesso solo in nero, sottopagato e che non dà diritto a mantenere il permesso di soggiorno. Racconta di salari mangiati dalle tasse, di spese impossibili per rinnovare documenti che scadono dopo pochi mesi, di sanatorie truffa, di un diritto di asilo di fatto inesistente. Ma è un volantino di quelli che piacerebbe veder emergere dai luoghi di lavoro a forte presenza autoctona, magari con l’appoggio dei sindacati che invece tacciono o restano a voce bassa.

«Oggi però, noi migranti abbiamo ricominciato a sognare – si legge – abbiamo accumulato forza, dentro e fuori i posti di lavoro, abbiamo lasciato alle spalle la paura e preso la parola insieme, donne e uomini. Ora è arrivato il momento di uscire dai luoghi di lavoro, dalle case e dalle comunità per invadere le strade tutti insieme […]. Sappiamo che non siamo soli, al nostro fianco ci sono i nostri figli che vogliono la cittadinanza per liberarsi dalle catene del permesso di soggiorno. Sappiamo che con noi ci sono operai e precari, donne e uomini: perché sanno che la Bossi-Fini con il suo razzismo è una legge che indebolisce tutti i lavoratori, italiani e migranti». Scenderanno in piazza sabato 23 marzo a Bologna – l’appuntamento è alle 15 in Piazza XX Settembre – e potrebbero essere in molti. L’iniziativa, organizzata dal locale “Coordinamento migranti” sta ricevendo numerose adesioni da parte di associazioni, realtà di movimento, comunità, assemblee di lavoratori e poche forze politiche.
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Centro di Accoglienza e Identificazione - Foto di Paride De Carlo

Emergenza Nord Africa: e dopo il 28 febbraio?

di Francesca Materozzi

L’Emergenza Nord Africa (Ena) andava a essere chiusa, in mezzo alle incertezze, il 31 dicembre 2012. Adesso, passati due mesi di proroga, ci troviamo esattamente al punto di partenza. Ci sono 16 mila profughi ancora in accoglienza, il lavoro delle Commissioni procede a rilento e i casi felici, quelli cioè di persone che sono riuscite a trovare una casa e un lavoro, sono rarissime eccezioni. Il progetto MeltingPot invita a una mobilitazione permanente (che accogliamo con favore e rilanciamo), a partire dal 25 febbraio, per chiedere una proroga della proroga e un impegno concreto e reale per il sostegno e l’inserimento dei profughi.

Per chiedere, in altre parole, che si ponga un argine ai danni provocati da una gestione dell’emergenza a dir poco disastrosa. «La peggiore che si sia vista in Italia», secondo Gianfranco Schiavone del direttivo dell’Asgi. I profughi dell’Ena sono in massima parte africani sub-sahariani o asiatici che lavoravano in Libia e si sono trovati, loro malgrado, coinvolti nella guerra. Arrivati in Italia, sono stati incanalati nell’iter della richiesta asilo, che prevede che una Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato, stabilisca se ci siano o meno le condizioni per ottenere la protezione internazionale. Alcuni di loro (il 41% del totale), originari di Paesi caratterizzati a loro volta da situazioni politiche critiche, hanno ottenuto la protezione internazionale. A tutti gli altri, dopo molte incertezze e tentennamenti, è stato deciso di rilasciare il permesso umanitario (novembre 2012).
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La storia di Nadea e Sveta: oggi l’operaio Cipputi è donna, è straniera ed è sola

Nadea e Svetadi Francesca Mezzadri

Nadea e Sveta sono due donne moldave, emigrate a Bologna per lavorare. Sveta ha appena ottenuto il permesso di soggiorno e questo le permette di tornare per un breve periodo in Moldavia a trovare sua figlia che non vede da anni. Però il ritorno non è come se lo era immaginato e tutto le sembra molto “deprimente”. Mentre Nadea, che invece è già nonna, ha voglia di tornare a casa, ma soprattutto amerebbe fare qualcosa di diverso piuttosto che accudire anziani. I suoi occhi sembrano sempre fissare un punto indefinito al di là di qualcosa che non si riesce a cogliere.

La storia di Nadea e Sveta è una storia vera, una storia di nostalgie e quotidianità, una storia delicata come la regista, autrice del film, Maura Delpero che racconta: “Lo spunto è nato dal mio lavoro all’interno di un’associazione dove si organizzavano corsi per insegnare l’italiano agli stranieri. Lì c’erano molte donne provenienti dall’est europeo, amiche tra loro, e io mi interessavo alle storie di vita che emergevano dai loro racconti. Sono piuttosto sensibile al sentimento della nostalgia e mi colpiva il fatto che questa donne fossero costrette a stare lontano dai genitori, dalla famiglia e soprattutto dai figli piccoli per così tanto tempo”.
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Indagine su una cittadinanza al di sopra di ogni sospetto

Foto di Francesca Mezzadridi Francesca Mezzadri

Tamara ha 25 anni ed è diventata cittadina italiana quest’ultimo mese. Anche se ha studiato qui in Italia e ha sempre vissuto in Lombardia, fino alla settimana scorsa non aveva ancora la cittadinanza italiana, e fino ai suoi 19 anni era addirittura apolide, ovvero senza cittadinanza.

Cosa vuole dire non avere cittadinanza?

Mi sono resa conto di cosa significa veramente la parola cittadinanza solo alle superiori e soprattutto dopo che ho compiuto 18 anni. Io ero apolide, perché ero nata in Turchia (dove vige lo ius sanguinis) ma i miei genitori sono argentini (dove vige lo ius soli) e quindi mi sono trovata a non avere nessuna cittadinanza. Nel concreto ha significato non avere gli stessi diritti e opportunità del gruppo dei tuoi coetanei con cui sei cresciuto e con cui ti riconoscevi pienamente.

Per quanto tempo hai vissuto in Turchia?

Io sono nata a Istanbul perché la mia famiglia era lì per motivi di lavoro, e quando ho compiuto 9 mesi, siamo tornati in Argentina (sempre per motivi di lavoro). Da allora ho messo piede in Turchia solo altre due volte andandoci in vacanza. Per quanto sia affezionata in qualche modo a quella terra, non posso certo dire di sentirmi turca.

Perché non ti hanno concesso subito la cittadinanza italiana visto che hai vissuto e studiato in Italia?

La risposta è molto semplice: burocrazia. L’iter burocratico è stato infinito e ogni volta che mi recavo in qualche ufficio pubblico mi scontravo con persone che spesso non sapevano neanche bene cosa diceva la legge su tale argomento e la mia storia (mi rendo conto, un po’ diversa dal solito) li mandava in confusione. Ma legalmente, non c’era alcun motivo per cui io non dovessi ottenere la cittadinanza italiana, avendo risieduto legalmente in Italia per 23 anni (la legge prevede un minimo di 5 anni per gli apolidi e un minimo di 10 per gli stranieri).
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Foto di Joluka

Finché s’ammazzano tra di loro: una storia che si ripete oggi con gli stranieri

di Leonardo Tancredi

Finché si ammazzano tra loro. Era da tanto che non sentivo queste parole, negli ultimi giorni a San Severo, invece, le ho sentite rimbalzare di bocca in bocca ai miei conterranei. È stata la frase più usata per commentare l’omicidio di Amir Ballo e il ferimento, molto grave, di Orges Fisniku. Entrambi albanesi, qualcuno gli ha sparato addosso il 23 dicembre, pare per un regolamento di conti interno al traffico di droga o allo sfruttamento della prostituzione. Insomma, niente di che, si sono ammazzati tra loro.

Ma chi sono “loro”? Sono gli extracomunitari? I sanseveresi sono razzisti? Non più di altri italiani, credo, anche se qualcuno dovrebbe chiedersi come mai i lavoratori stranieri che vivono nel Nord Est leghista mettono su famiglia e pongono problemi politici, mentre quelli che lavorano nella Puglia Felice vivono in condizioni di schiavitù nei campi di pomodori e diventano casi umanitari.

Quella frase, “finché si ammazzano tra loro”, la sentivo spesso negli anni ’80, il periodo d’oro della malavita sanseverese, quando dal Tavoliere, San Severo cominciava a giocare un ruolo di primo piano nel traffico di stupefacenti. Ruolo che a quanto pare non ha abbandonato. A quell’epoca però, gli extracomunitari erano solo delle simpatiche macchiette da sfottere e con cui mercanteggiare sulle spiagge del Gargano, non avevano altro spazio nella società, nel mercato del lavoro e nemmeno nella vita criminale della città.
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