Grillo e lo spauracchio dell’immigrato-untore

di Alessandro Lanni

Il pendolo di Beppe Grillo stavolta punta deciso a destra come spesso gli accade quando parla di immigrazione. Da un paio di giorni il blog del leader del M5S ospita un breve post sotto il titolo almeno a prima vista criptico “Il ritorno delle malattie infettive #tbcnograzie”. In poche righe viene riassunta la posizione espressa dal segretario di uno dei sindacati di polizia, il Consap: gli agenti che per primi incontrano le migliaia di persone che arrivano via mare sui barconi attraversando il Mediterraneo sono sprovvisti di sufficienti misure di sicurezza che li preservino dal contrarre malattie di cui gli immigrati sarebbero veicolo. Quaranta – secondo Igor Gelarda – gli agenti che fino ad oggi avrebbero contratto il virus della tubercolosi venendo a contatto con gli immigrati. Da qui Grillo ne trae una morale politica, per altro non nuova per chi frequenta il blog grillino.

Ora, molti autorevoli scienziati contraddicono l’ipotesi che le malattie si trasmettano per colpa degli immigrati in arrivo nel nostro paese. In questa videointervista, per esempio, l’opinione dell’epidemiologo prof. Giuseppe Ippolito direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani di Roma aiuta a togliere di mezzo alcuni luoghi comuni sull’immigrato-untore.
Leggi di più a proposito di Grillo e lo spauracchio dell’immigrato-untore

Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra

Emergenza, Frontex e hub. Le “idee” di Alfano sull’immigrazione

di Terrelibere.org

Prima i “CAS”, poi gli “hub”. Negli ultimi mesi il Ministero dell’Interno ha inventato i “Centri di Accoglienza Straordinaria”. Per diventare operatori dell’accoglienza bastava inviare un fax. Poi una circolare ministeriale ha corretto il tiro prevedendo i bandi di gara. Una opzione molto complicata per le prefetture, a estate ormai inoltrata. I cambiamenti di strategia sono continui, la programmazione è assente.

Tutti e nessuno

Secondo il ministro Alfano «è sbagliato accogliere tutti come non accogliere nessuno». Occorre rafforzare Frontex (l’agenzia europea per il controllo delle frontiere) e stipulare accordi con i paesi della sponda sud (“Anche se adesso la Libia è instabile”). Una vecchia ricetta che non ferma le partenze ma aumenta il numero dei morti in mare. I superstiti saranno concentrati in grandi “hub” sul modello Mineo. Centri con bilanci milionari capaci di creare lavoro per centinaia di persone. E consenso per i politici.

Lo scorso 24 luglio governo, regioni ed enti locali hanno firmato un “Piano nazionale” che prevede prima accoglienza e identificazione presso i “Centri regionali-interregionali” – appunto gli “hub” – e quindi una seconda fase presso il “Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati” (SPRAR), appositamente potenziato e finanziato.
Leggi di più a proposito di Emergenza, Frontex e hub. Le “idee” di Alfano sull’immigrazione

Rimini: ronde in spiaggia e guerra ai migranti. Il modello leghista diviene prassi del Pd

Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
di Paz Project @Rimini

Rimini, la città del turismo di massa, d’estate lancia sempre nuove tendenze. Una piccola città di provincia che conta 140mila abitanti, diviene d’estate la metropoli balneare per eccellenza, attraversata pertanto da tutte le contraddizioni e le mille sfaccettature che il capitalismo e la sua crisi irreversibile portano con se.

I ritmi della vacanza scandiscono quelli del lavoro, e la ricchezza enorme che attraversa questo territorio prodotta attraverso un’illegalità endemica e diffusa nell’industria turistico/stagionale, mettono a nudo quali siano i ricchi e i poveri, quelli che ci guadagnano e quelli che provano ad avere accesso a parte di quella ricchezza.

Guerra agli umani

Una settimana fa l’assessore alla sicurezza, Jamil Sadegholvaad, e il comandante dei vigili di Rimini scrivevano che “la guerra è persa”, che non ci sono mezzi ne uomini per contrastare l’illegalità diffusa dei venditori ambulanti che d’estate “calano” su Rimini.

Si parla di invasione, si usano tutte le terminologie del lessico razzista coniato in questo ventennio di politiche dell’odio contro i migranti, quando i numeri sono in realtà molto limitati, 200/250 venditori in transito nel territorio, forse qualcuno di più.

Poca cosa comunque di fronte all’illegalità diffusa nell’industria turistica e ai circa 13.000 lavoratori e lavoratrici stagionali sfruttati, ricattati e senza ammortizzatori sociali grazie alla Riforma del Lavoro Fornero.
Leggi di più a proposito di Rimini: ronde in spiaggia e guerra ai migranti. Il modello leghista diviene prassi del Pd

Ingresso del CIE di Ponte Galeria - Foto di Medici per i Diritti Umani

Dead man walking: storia di Ismail, dall’Iraq al Cie di Ponte Galeria passando per Abu Ghraib

di Stefano Galieni

Vuole dichiarare le proprie generalità, dice di non aver niente da perdere e solo la salvezza da conquistare. La storia che racconta Ismail Ahmad Abdlla, nato a Soulemanya in Iraq 38 anni fa, sembra presa da un romanzo, eppure sono tanti i fogli di carta che ne dimostrano l’autenticità. «Sono arrivato per la prima volta in Italia nel 1998 – racconta – vengo da una famiglia di intellettuali e qui stavo bene. Nel 2002 ho scelto di tornare nel mio paese per motivi politici. La mia famiglia era molto legata al partito Baath di Saddam Hussein e io sono rientrato per fare il militare nella guardia repubblicana, i suoi fedeli insomma. Dopo l’invasione americana sono stato arrestato e rilasciato. Nel 2004 mi hanno accolto nell’esercito del governo che si andava formando. Avevano bisogno di addestratori militari e io ho accettato anche se ero rimasto fedele a Saddam. A tal punto che ho dato le mie armi ad un gruppo di insorgenti che ha attaccato Takrit, la città natale di Saddam».

Ismail giunge alla parte più dura della propria storia: «Sono intervenuti gli americani – dice con malcelato odio – e hanno trovato una mia arma. Mi hanno subito arrestato e portato ad Abu Ghraib, dove sono rimasto per quattro mesi. Mi hanno fatto di tutto, porto ancora addosso i segni di coltellate e di torture. Ero ridotto così male che mi hanno dovuto portare in ospedale in attesa di processarmi, ma grazie all’aiuto del personale medico, sono riuscito a scappare. Parlo 5 lingue e sono kurdo, so bene che l’esercito di Saddam ha massacrato la mia gente, ma continuo a credere che lui non lo sapesse, che a decidere le stragi fosse suo figlio e altri suoi ufficiali. Ho attraversato il confine con la Turchia e da lì sono arrivato a Bari dove ho chiesto e ottenuto protezione umanitaria. Dovevo fuggire perché già conoscevo il verdetto del processo contro di me. Sarei stato condannato a morte e così è stato, anche se lo hanno fatto in contumacia».
Leggi di più a proposito di Dead man walking: storia di Ismail, dall’Iraq al Cie di Ponte Galeria passando per Abu Ghraib

Gli scioperi dei migranti: da nord a sud le lotte degli stranieri salvano l’Italia

Mohamed Arafat, leader dei lavoratori al polo logistico di Piacenza - Foto di TerreLibere.org
Mohamed Arafat, leader dei lavoratori al polo logistico di Piacenza - Foto di TerreLibere.org
di Iside Gjergji

Quando si tratta di gettare uno sguardo pietistico sugli immigrati, gli articoli sui giornali non mancano. Finché restano vittime, finché accettano di essere gli ‘ultimi’ e aspettare buoni buoni che qualcuno ‘doni’ loro qualche diritto – come quando si getta l’osso al cane da una macchina in corsa – suscitano sentimenti di carità popolare e istituzionale, sono simpatici: ‘poveretti, ce l’abbiamo un euro da dare?’, ‘hai visto che carino? Sta lì seduto al freddo a chiedere l’elemosina’. Appena però gli immigrati si alzano in piedi, guardano senza paura tutti negli occhi e pretendono i loro diritti, scompaiono dai giornali. E vengono guardati in cagnesco da molti: ‘Ma come osano? Chi si credono d’essere? Non basta che diamo loro un lavoro, ma vogliono anche avere dei diritti. Non vedono che crisi c’è?’

E’ stato questo il sentimento più diffuso durante le rivolte dei braccianti africani a Castel Volturno, Rosarno e Nardò contro criminalità organizzata e, dietro di essa, i proprietari terrieri e multinazionali dell’agribusiness e della distribuzione; durante lo sciopero dei braccianti africani a Caserta per una paga giornaliera, dignitosa, di 50 euro; durante le lotte degli operai maghrebini (e non solo) nella logistica, da Origgio a Piacenza, contro il super-sfruttamento delle ‘cooperative’ e delle grandi imprese.

Il loro protagonismo irrita molti, tutti coloro che sono disposti ad accettare come forme di protesta soltanto il gesto di testimonianza (pietistica), come lo stare in bilico sulla gru e all’addiaccio, ciò che sostanzialmente riproduce il messaggio caritatevole sugli ‘ultimi’. Le loro lotte auto-organizzate fanno storcere il naso anche ai sindacati confederali che, spesso, senza fiatare, firmano qualsiasi contratto nazionale.
Leggi di più a proposito di Gli scioperi dei migranti: da nord a sud le lotte degli stranieri salvano l’Italia

Terminata l’emergenza nord Africa. Avvocato di strada: “Per migliaia di richiedenti asilo si spalancano le porte della strada”

Profughi a Prati di Capraradi Avvocato di Strada

Poco più di due anni fa, il 12 febbraio 2011, l’Italia dichiarava lo stato di emergenza umanitaria nel territorio nazionale per l’eccezionale afflusso di cittadini provenienti dalla Tunisia e dalla Libia. Nei giorni scorsi, a due anni di distanza, il Governo ha dichiarato ufficialmente conclusa la cosiddetta “Emergenza nord Africa”. Le strutture (agritusmi e alberghi, rifugi di fortuna, centri d’accoglienza) che ospitavano i richiedenti asilo in tutta Italia sono state chiuse, ma i problemi non finiscono d’incanto.

“Il percorso dell’Emergenza Nord Africa – sottolinea Antonio Mumolo – presidente dell’Associazione Avvocato di strada – è stato tortuoso: è cominciato con l’accoglienza fredda delle comunità locali che si vedevano “smistare” sul proprio territorio persone giunte a Lampedusa mesi prima, è continuato con gli scandali documentati dalla stampa sulla gestione dei fondi erogati per l’accoglienza ed è culminato con la decisione di riconoscere, dopo la valanga di dinieghi di asilo, la possibilità di un riesame e quindi, per tutti i richiedenti asilo che già avevano ricevuto diniego, il salvacondotto di un permesso umanitario di un anno di durata.”
Leggi di più a proposito di Terminata l’emergenza nord Africa. Avvocato di strada: “Per migliaia di richiedenti asilo si spalancano le porte della strada”

Il Cie di Bologna: la solita, orribile storia

Cie Bologna - Foto di Medici per i Dirittti Umanidi Medici per i Dirittti Umani

Gli operatori di Medici per i Dirittti Umani che hanno effettuato la visita al Cie di Bologna (qui le foto) si sono trovati di fronte alla mancanza dei minimi requisiti di vivibilità delle zone riservate ai trattenuti: stanze prive di riscaldamento funzionante, finestre e vetri danneggiati, docce inservibili e in alcuni casi con acqua fredda, toilette prive di porte di ingresso, lavandini divelti.

Gli spazi interni ed esterni degli alloggi si presentano inoltre in uno stato fatiscente e le condizioni di pulizia sono estremamente carenti. Ad un anno di distanza dalla prima visita è stato riscontrato un ulteriore scadimento nella fornitura di servizi e beni primari: carenza del vestiario (il personale è costretto a rivolgersi alle strutture Caritas); insufficienza di coperte; fornitura di un rotolo di carta igienica al giorno ogni cinque persone; carenza di spazzolini, dentifricio, assorbenti igienici; ricambio di biancheria, nel migliore dei casi, ogni dieci giorni.

A questa situazione cui si aggiunge la mancanza pressoché totale di attività ricreative – se non qualche partita a pallone concessa a discrezione del gestore – consegue un aumento della sofferenza psichica e della tensione tra i trattenuti, come riferito anche dagli stessi operatori. È da rilevare peraltro che dallo scorso novembre il Consorzio Oasi è subentrato nella gestione della struttura, aggiudicandosi l’appalto con un ribasso del budget pro die per trattenuto dai precedenti 69,50 euro agli attuali 28,50 euro.
Leggi di più a proposito di Il Cie di Bologna: la solita, orribile storia

In Italia ci sono anche io

Dimenticatoio elettorale: che fine ha fatto il diritto di voto amministrativo?

di Sergio Bontempelli

Quasi tutti gli schieramenti politici in corsa per le prossime elezioni sostengono il diritto alla cittadinanza per chi nasce in Italia. Ma proprio questa “quasi-unanimità” ha contribuito, paradossalmente, a occultare l’altra proposta di legge di cui si era fatta portatrice la campagna L’Italia sono anch’io: quella sul diritto di voto amministrativo per chi risieda sul territorio italiano da più di cinque anni. Ne parliamo con Giulia Perin, avvocatessa, del direttivo nazionale dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione).

La proposta di legge presentata da “L’Italia sono anch’io” fa riferimento alla Convenzione di Strasburgo. Può spiegarci di cosa si tratta?

«È una Convenzione internazionale elaborata il 5 febbraio 1992 dagli Stati aderenti al Consiglio d’Europa. Nonostante il nome simile, che crea confusione tra i non addetti ai lavori, il Consiglio d’Europa, o Coe, non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea, e nemmeno con il “Consiglio Europeo” che è appunto un organo della Ue: si tratta di istituzioni internazionali molto diverse. Il Coe si occupa di promuovere la democrazia e lo Stato di diritto, ed è composto anche da paesi che non aderiscono all’Ue: solo per fare qualche esempio, ne fanno parte la Russia, l’Albania, l’Ucraina o la Moldavia. Inoltre, mentre le Direttive e i regolamenti emanati da Bruxelles hanno valore di legge, gli atti del Consiglio d’Europa devono essere ratificati dai singoli paesi. E difatti, uno dei problemi della Convenzione di Strasburgo è che l’Italia non l’ha ratificata integralmente».
Leggi di più a proposito di Dimenticatoio elettorale: che fine ha fatto il diritto di voto amministrativo?

Le tasse dei migranti: 6,2 miliardi di euro nel 2010, l’11,1 per cento dall’Emilia Romagna

Lavoro immigrati - Foto Cau Napolidella Fondazione Leone Moressa

Il 6,8% dei contribuenti è nato all’estero e contribuisce al 4,1% dell’Irpef pagato complessivamente.

Oltre 2 milioni di contribuenti nati all’estero nel 2010 hanno pagato 6,2 miliardi di € di imposta netta. In termini percentuale, gli stranieri rappresentano il 6,8% del totale dei contribuenti nati all’estero e l’ammontare totale delle tasse che pagano costituisce il 4,1% dell’imposta netta pagata complessivamente in Italia. Se, rispetto al 2009, i contribuenti stranieri sono diminuiti del -1,0%, l’ammontare dell’imposta da loro pagata è invece aumentata del 4,3%. Questi sono i principali dati di uno studio condotto dalla Fondazione Leone Moressa sul comportamento fiscale degli immigrati.

Quanti sono? La maggioranza dei contribuenti stranieri sono concentrati in Lombardia (21,1%), in Veneto (11,9%) e in Emilia Romagna (11,1%). Se si analizza, invece, il peso degli stranieri che hanno pagato l’imposta netta rispetto al totale dei contribuenti che hanno pagato l’Irpef, si nota come Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia siano le due regioni che mostrano la maggiore incidenza: in entrambe le aree, su dieci soggetti che pagano le imposte sui redditi, 1 è straniero. Subito dopo si trovano regioni quali il Veneto (8,9%), l’Emilia Romagna (8,6%) e la Liguria (8,3%).
Leggi di più a proposito di Le tasse dei migranti: 6,2 miliardi di euro nel 2010, l’11,1 per cento dall’Emilia Romagna

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi