Il dossier Taranto e le proposte Legambiente

di Lunetta Franco Legambiente ha presentato e trasmesso ai ministri competenti il dossier Taranto con le proposte e le richieste dell’associazione. Le proposte sono relative alla VII AS (Valutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario) ed alla Sicurezza e innovazione tecnologica dello stabilimento siderurgico, alla bonifica delle aree contaminate di competenza dei Commissari straordinari di Ilva […]

Futuro: lavoro e/o ambiente?

di Silvia R. Lolli

Con il libro di Marina Forti, Malaterra come hanno avvelenato l’Italia, Editori Laterza, il circolo che dà vita a questo blog conclude le presentazioni per il 2018. Ne discuteranno alla libreria Ubik di Bologna (via Irnerio) dalle 18,00 di mercoledì 5 dicembre 2018 la stessa autrice già giornalista del Manifesto, oggi autrice per varie testate come Internazionale, Silvia Zamboni, giornalista esperta di ambiente, ex assessore comunale e presidente del quartiere Reno, e Vittorio Bardi, presidente dell’associazione faentina “Sì alle Energie Rinnovabili, NO al Nucleare”.

Avremo l’onore di coordinare la presentazione; è un libro che ci dà uno spaccato della realtà odierna del “bel paese”, quello ricordato ancora fino agli albori del Novecento per le sue bellezze naturali, storiche ed artistiche. Paese che trovò fin dagli anni Cinquanta nell’associazione Italia Nostra la prima voce critica allo sviluppo industriale spesso fuori controllo.

Il libro di Marina Forti è scritto con chiarezza e con una capacità d’inchiesta storica notevole: ci ricorda quanto l’Italia del dopo guerra abbia acconsentito al rapido sviluppo produttivo ma mettendosi pronamente al servizio di un’industria spesso predatoria delle risorse umane ed ambientali.
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Ilva, il dietrofront del M5S: a Taranto si continuerà a morire

di Antonia Battaglia

Il nuovo accordo di governo sull’Ilva, dopo mesi di rimbalzi istituzionali e di dichiarazioni fuorvianti rese alla stampa, ha restituito una soluzione che non prevede nessuna novità sul piano tecnologico e gestionale dello stabilimento e che non apporta alcun elemento migliorativo al problema della città di Taranto. Inoltre, viene anche archiviata la necessità dell’indicazione di strumenti di legge – più o meno coercitivi – con i quali poter obbligare un gruppo privato a divenire l’attore primario di un cambiamento risolutivo nella condizione dello stabilimento e degli abitanti di Taranto.

Il parere richiesto dal Ministero dello Sviluppo Economico all’Avvocatura dello Stato confermava in pieno il precedente, ovvero che la cordata AcciaItalia non poteva gareggiare contro AM Investco perché addirittura cancellata dal Registro delle Imprese. Una grave empasse di mesi, quella causata dal governo, quando si era già in possesso di tutti gli elementi istituzionali per continuare con la procedura in corso, che non ha mantenuto neanche la promessa di un cambiamento profondo nell’operatività dell’Ilva.

I diritti dei cittadini e la politica industriale del Paese sono stati gestiti entrambi con colpi di scena a fini puramente propagandistici. Non rendere pubblico il parere dell’Avvocatura dello Stato, e anzi aver messo in dubbio l’iter, è stata una mossa teatrale che ha usato il nome di Taranto per fini strumentali di campagna elettorale. Un abuso inutile vista la conclusione dei negoziati.
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Le mille crisi di Luigi Di Maio

di Roberta Carlini e Angelo Mastrandrea

Non lo avevano detto neanche all’interprete. Certo, lei aveva capito che c’era in ballo qualcosa di importante, visto che un pezzo grosso della Bekaert arrivava dal quartier generale in Belgio a Figline e Incisa Valdarno, 24mila abitanti a pochi chilometri da Firenze. Nel 2014 la multinazionale dell’acciaio – 30mila dipendenti e 4,8 miliardi di fatturato – aveva comprato dalla Pirelli lo stabilimento dove si produce un componente fondamentale degli pneumatici, un filo d’acciaio (steel cord) usato per costruirne lo scheletro.

Yvan Lippens, vicepresidente della Bekaert, è arrivato il 22 giugno 2018 per incontrare i rappresentanti dell’azienda toscana, convocati appena svegli qualche ora prima. Lippens era accompagnato da due guardie del corpo e dall’interprete, che quando ha capito cosa doveva dire è impallidita e ha vacillato. “Le sue mani tremavano”, raccontano i presenti.

Quel che doveva dire era stato scritto anche nelle 318 lettere raccomandate che nel frattempo stavano raggiungendo le case degli operai e degli impiegati della “ex Pirelli” – così la chiamano ancora qui. “Caro collega”, si legge nella lettera – “caro collega”, ha scritto Lippens – la fabbrica chiude, tutti fuori. Licenziamento collettivo. La produzione è spostata in Romania.
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Ilva, il dramma (annunciato) di Taranto

di Antonia Battaglia

Si svolge a Taranto in queste ore quello che sembra essere il più grande dramma occupazionale che abbia mai investito la città. E che riguarda non solo Taranto ma anche gli stabilimenti Ilva di Genova Cornigliano e di Novi Ligure. La nuova proprietà dell’Ilva, la cordata Am Investco, formata dal leader mondiale della siderurgia Arcelor Mittal e dal gruppo Marcegaglia, ha infatti annunciato un piano di ristrutturazione aziendale che prevede 4mila esuberi sui 14.200 lavoratori totali del Gruppo, di cui 3.330 a Taranto.

L’adesione allo sciopero indetto da Fim, Fiom, Uilm e Usb contro i tagli annunciati e contro le nuove condizioni di inquadramento contrattuale dei lavoratori, è stata quasi totale ed ha coinvolto anche le aziende dell’indotto.

Il Gruppo Ilva era stato ceduto alla cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia, divenuto appunto Am Investco, pochi mesi fa. Arcelor Mittal, il gruppo mondiale leader nell’approccio combinato tra estrazione di minerali e produzione siderurgica, è al momento il più grande produttore nelle Americhe, in Africa ed in Europa, dove vanta una presenza molto importante in diverse aree (ricordiamo il reportage realizzato per MicroMega sulla riconversione delle acciaierie di Belval in Lussemburgo, dove Arcelor Mittal ha avuto un ruolo centrale).
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Gasdotto Tap, democrazia alla canna del gas: il Governo contro sindaci e cittadini

di Antonia Battaglia

La Puglia, terra di grandi interessi strategico-economici, è nuovamente al centro dello scontro tra ambiente e lavoro, tra economia e diritti dei cittadini. La Puglia dell’Ilva, della centrale Enel di Cerano, del progetto Tempa Rossa, della Xylella, è da qualche giorno anche il teatro di scontro tra la polizia ed i manifestanti del fronte No-Tap.

La Puglia, che probabilmente è anche la Regione con la società civile più attiva del Paese, scende adesso in campo contro la costruzione del Gasdotto TransAdriatico (conosciuto con l’acronimo di Tap, Trans Adriatic Pipeline), progetto volto alla realizzazione di un nuovo condotto che dalla frontiera greco-turca attraverserà la Grecia e l’Albania, per portare in Italia il gas naturale proveniente dal Mar Caspio. Arrivato sulle coste in provincia di Lecce, infatti, il gas estratto in Azerbaigian sarà collegato alla rete nazionale e garantirà l’approvvigionamento che attualmente dipende dall’Algeria, dalla Libia e dalla Russia.

Le implicazioni geopolitiche ed economiche dell’indipendenza dalle risorse di gas che vengono attraverso il nord Africa sono evidenti (la questione Libia con tutte le conseguenze politiche ne è esempio), ma il concetto è che non tutto ciò che implica scelte strategiche nazionali deve accadere a danno della Puglia.
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Ilva

L’insostenibile sostenibilità ambientale dell’Ilva

di Antonia Battaglia

“Produrre acciaio pulito” is the new black. È il nuovo mantra della politica italiana. Una frase che piace molto, a tutti. Perché secondo il Governo e vari esponenti delle Istituzioni, l’Ilva va rilanciata, ma allo stesso tempo si annuncia la cassa integrazione per cinquemila lavoratori, ma si era anche detto che l’Ilva era in ripresa. Tutto ed il contrario di tutto.

Cosa accade in realtà è semplice. L’Ilva non produce più di quanto le sia richiesto, la legge di mercato le impone delle battute di arresto, la sovra capacità mondiale la punisce ed i debiti si accumulano. La ripresa dell’Ilva, in realtà, è molto parziale, si potrebbe dire fittizia. E se non ci fossero stati gli aiuti di Stato, l’Ilva sarebbe defunta da tempo.

La cassa integrazione di cinquemila operai è una manovra disperata, che mostra la fragilità della situazione economica dello stabilimento e acuisce l’agonia della città di Taranto. Cinquemila famiglie in difficoltà, un dramma sociale che si aggiunge ai già gravissimi problemi sanitari ed ambientali. E allora ci si chiede ancora una volta se non sia arrivato il momento del coraggio.

Il momento di accettare che lo stabilimento è strutturalmente vetusto, non all’avanguardia con gli altri stabilimenti siderurgici mondiali, che non produce acciaio di qualità e che non riesce ad inserirsi in quel mercato che richiede prodotti di alta qualità, scivolando sempre di più in un mercato commerciale dove la concorrenza è agguerrita e dove i margini economici sono molto esigui. E che, soprattutto, causa gravi danni alla salute umana.
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Ilva e veleni, nessuna giustizia per Taranto?

Ilva

di Antonia Battaglia

La nota dei Commissari Straordinari dell’Ilva ha confermato l’accordo tra il gruppo Ilva, la famiglia Riva e le società ad essi riconducibili, accordi per un totale di 1,33 miliardi di euro, di cui 1,1 per “il piano ambientale” e 230 milioni per la gestione corrente dell’azienda.

Un accordo che sarà stipulato entro febbraio e che prevede contestualmente che siano rese disponibili alla società, con accordo dei Riva, le somme sotto sequestro penale custodite in Svizzera. Un patto tra il Governo ed i Riva, ma senza Taranto, che non potrà avanzare più nessuna pretesa nei confronti della famiglia Riva.

L’accordo, infatti, stipulato tra le Procure di Taranto e di Milano, con i Commissari straordinari (quindi con il Governo) e con la famiglia Riva dovrebbe consentire di “completare” il processo di ambientalizzazione dello stabilimento. Ma in realtà l’accordo e la proposta di patteggiamento fanno uscire l’Ilva dal processo “Ambiente Svenduto”. Sembrerebbe che il Governo, quindi, abbia rinunciato alle azioni giudiziarie contro i Riva, svendendo Taranto per 1.33 miliardi di euro.
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Ilva

Taranto: anche Giacomo Campo è morto di Ilva

di Gianmario Leone

Il settimo morto dal 26 luglio 2012, giorno del sequestro degli impianti e il quarto sotto la gestione commissariale dell’Ilva di Taranto, arriva all’alba di un sabato qualunque. Giacomo Campo è un lavoratore 25enne della provincia di Taranto, originario di Roccaforzata ed è un dipendente della ditta Steelservice srl che appartiene allo storico gruppo Trombini che da decenni è un pezzo grosso dell’appalto dell’Ilva di Taranto. È un lavoratore precario, di quelli che sopravvivono con i contratti a tre mesi, non un diretto del grande gruppo siderurgico un tempo feudo dei Riva.

La Steelservice srl si occupa prevalentemente di pulizie e lavaggi in ambienti industriali e siderurgici: ed è proprio quello che Campo e i suoi colleghi hanno iniziato a fare alle 5 del mattino. Pulire il nastro trasportatore che dall’agglomerato porta il minerale nell’altoforno numero 4.

È un lavoro di routine, non è certo la prima volta che avviene un’operazione del genere. Eppure intorno alle 6.45 qualcosa va storto. Il giovane rimane schiacciato tra il nastro trasportatore ed il rullo: quasi certamente il contrappeso, quando è stato tolto il minerale dal nastro, non è stato tirato su, consentendo al rullo di muoversi e quindi di trascinare via con sé l’operaio.
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Fascismo, mafie, democrazia corrotta

Ilva - Foto di Antonio Sepranodi Alberto Vannucci, presidente di Libertà e Giustizia

Da dove cominciare per provare a tirare le fila di questo percorso, che dal diritto alla libertà arriva alla Carta dei doveri del cittadino? Vorrei cominciare dal 23 maggio a Palermo, dalla commemorazione del 23simo anniversario delle stragi di Capaci e via d’Amelio, quegli attentati della mafia in cui tanti servitori dello Stato, tra loro i giudici Falcone e Borsellino, sono morti da uomini liberi per liberare la loro terra delle mafie, per restituire diritti e dignità al proprio popolo oppresso dalle organizzazioni mafiose e da una politica collusa con i poteri criminali.

Proprio all’ingresso dell’aula bunker dove di lì a poco si sarebbe tenuta la cerimonia, in mezzo ai lavori delle migliaia di ragazzi delle scuole e alle bandiere di Libera e della altre associazioni, c’era uno striscione che mi ha colpito. Era dell’Anpi, l’associazione nazionale partigiani d’Italia, e diceva: Partigiani della Costituzione. Per essere liberi da fascismo, mafie e corruzione.

Ho trovato un senso profondo in questo accostamento tra fenomeni in apparenza così lontani. Cosa hanno in comune fascismo, mafie e corruzione, in fondo? Moltissimo, a ben guardare. Li accomuna l’esercizio di un potere arbitrario, opaco, irresponsabile. Un potere intimamente autoritario, che spoglia la collettività di benessere e dignità, che espropria i cittadini di diritti politici e civili, trasformandoli in asserviti postulanti o sudditi impauriti. Un potere antidemocratico, funzionale solo a rendere sempre più potente e ricca la ristretta oligarchia di predoni che lo esercita: poco cambia se si tratti di gerarchi in camicia nera, boss mafiosi con la coppola, oppure i distinti faccendieri in doppiopetto delle cricche e dei comitati d’affari.
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