Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, una biografia nazionale

di Loris Campetti (*)

Ilva eris, Ilva reverteris. In 108 anni di vita la siderurgia italiana ha cambiato nome più e più volte, fino a riconquistare la definizione originaria. Ilva è un nome di donna, scelto per indicare la più maschile delle produzioni, l’acciaio, che racchiude in sé l’immagine emblema del novecentesco homo faber. Ilva è anche l’antico nome latino dell’Elba, l’isola ricca di quel ferro di cui si nutrono gli altoforni per generare la ghisa, transito obbligatorio per arrivare all’acciaio.

Nel 1905 viene costituita l’Ilva grazie all’iniziativa di un gruppo di industriali del nord, interessati a sfruttare una legge firmata da Francesco Saverio Nitti per l’industrializzazione del Mezzogiorno, che decidono di mettere insieme le loro attività siderurgiche: sono i gruppi Elba (Portoferraio), Terni (Siderurgica di Savona e Ligure metallurgica) e Bondi (Piombino). Il capitale sociale di 12 milioni di lire sale rapidamente a 20 milioni.

Dopo oltre un secolo, dismessa Bagnoli e liberata Genova dagli altoforni, a quasi vent’anni dal passaggio dell’Ilva dallo Stato al padre-padrone Emilio Riva grazie a una delle più disgraziate privatizzazioni all’italiana, i capitali raggranellati dal “rottamaio” bresciano sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto e sequestrati dalla magistratura sono 9,3 miliardi di euro: 1,2 da parte della procura milanese per evasione fiscale in accoglienti paradisi fiscali attraverso il classico sistema delle scatole cinesi e 8,1 da parte del gip di Taranto, necessari ad ambientalizzare gli impianti, ridurre gli infortuni e risanare i guasti provocati alla salute e al territorio da un’associazione a delinquere finalizzata a fare utili a ogni costo. Del resto, un po’ di tumori in cambio di tanto lavoro, merce rara, secondo il pluri-intercettato figlio di Riva, Fabio, non sono che “una minchiata”. Su un muro della piazza pricipale di Taranto da mesi si legge “Fabio come Riina” e su uno striscione durante l’ultima manifestazione ambientalista c’era scritto: “Qualche anno di carcere? Una minchiata”.
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