L’internamento di massa, strategia del capitale

di Patrizio Gonnella

C’è più di un modo per interpretare la crisi della democrazia e dello stato di diritto in cui siamo precipitati. Ci si può affidare a modelli economici, a tecnicalità giuridiche, ad approfondimenti geo-politici oppure leggere (o rileggere) uno straordinario classico della letteratura sociologia e penologica contemporanea quale è Carcere e fabbrica di Dario Melossi e Massimo Pavarini (Il Mulino, pp.336, euro 15).

A tre anni dalla scomparsa di Massimo Pavarini, e a più di quaranta dalla prima edizione del saggio risalente all’oramai lontano 1977, il volume arriva nelle librerie, nelle università e nelle biblioteche italiane in un momento nel quale abbiamo eccezionalmente bisogno di strumenti critici approfonditi di analisi. Nella postfazione, lo stesso Massimo Pavarini scrive che «Carcere e fabbrica appartiene a quel movimento revisionista che legge il carcere e la cultura correzionalistica come necessità della modernità».

Il libro si presenta come esplicitamente revisionista nei confronti di quella letteratura filosofico-giuridica che ha tradizionalmente invece letto la pena carceraria come evoluzione positiva di meno evoluti e democratici modelli punitivi. Il carcere, per gli autori, è prima di tutto strumento di disciplina e controllo sociale. Tutto ciò è particolarmente evidente oggi, in un mondo in preda a una deriva nazionale e identitaria.
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L’Emilia Romagna tra storia e futuro: in libro del Mulino sulle politiche regionali

Tra storia e futuro. Politiche per una regione smart
Tra storia e futuro. Politiche per una regione smart
di Vittorio Capecchi, Sergio Caserta e Angiolo Tavanti

Si tratta di una ricerca sulle trasformazioni dell’economia in Emilia Romagna realizzata dalla Associazione Valore Lavoro di Bologna (il cui presidente è Angiolo Tavanti) con il finanziamento dell’Assessorato alle attività produttive della Regione Emilia Romagna basata un campione di interviste qualitative per realizzare una ricerca azione avente due obiettivi:

  • a) capire quale può essere una adeguata politica regionale per realizzare in Emilia Romagna una regione “intelligente, ecocompatibile e inclusiva”;
  • b) individuare i nuovi cluster di imprese che si aggiungono a quelli che da più anni hanno successo in questa regione e capire come questi cluster stanno affrontando la più grave crisi economica dal dopoguerra.

Per raggiungere i due obiettivi della ricerca sono state fatte:

  • a) interviste a protagonisti di politiche regionali considerando tre gruppi di attori: attori che hanno risposto alla crisi dal basso (come i Fab Lab, aggregazioni di imprese per territorio o per specializzazione…); attori intermedi (associazioni imprenditoriali e sindacali, enti locali, centri di ricerca e formazione… ); attori regionali (Assessorati regionali, Ervet, Aster, responsabili regionali di associazioni imprenditoriali e sindacali..);
  • b) interviste a imprese che rappresentano l’intreccio tra storia e futuro nelle diverse direzioni della innovazione tecnologica.

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Preoccuparsi dei ricchi? Le disuguaglianze estreme nel capitalismo contemporaneo

Dobbiamo preoccuparci dei ricchi?
Dobbiamo preoccuparci dei ricchi?
di Elena Granaglia, Maurizio Franzini e Michele Raitano

I super ricchi sono in aumento e alcuni redditi hanno raggiunto livelli impressionanti. Quali conseguenze può avere dunque il formarsi di redditi molto elevati e così distanti da quelli della grande maggioranza della popolazione, sul resto della società e sulla sua stessa evoluzione nel corso del tempo?

In questo libro, Dobbiamo preoccuparci dei ricchi? Le disuguaglianze estreme nel capitalismo contemporaneo di di Elena Granaglia, Maurizio Franzini e Michele Raitano (Il Mulino, 2014), ci chiediamo se occorra preoccuparsi dei ricchi. Nessuno, o quasi, metterebbe in discussione che dei poveri (o, meglio, per i poveri) ci si deve preoccupare, soprattutto durante una crisi, per molti aspetti drammatica, come quella che stiamo vivendo. Al contrario, la semplice manifestazione del dubbio che ci si possa preoccupare dei ricchi rischia di essere accolta con sospetto, di essere vista come il segno di un pregiudizio nei loro confronti, una nuova manifestazione di quel terribile sentimento che è l’invidia, il “peggior vizio dell’umanità” secondo la tagliente espressione di Hannah Arendt.

Eppure, in questo libro ci chiediamo proprio se dei ricchi bisogna preoccuparsi e lo facciamo sulla base di motivazioni che, a noi pare, nulla hanno in comune con l’invidia. Proviamo a spiegarci. La preoccupazione, come si legge nei dizionari, è un pensiero che occupa la mente generando dubbi, timori e inquietudini. Chiedendoci se dobbiamo preoccuparci dei ricchi in fondo ci chiediamo se la nostra mente debba essere occupata dal pensiero che, almeno in qualche senso, le ricchezze possono costituire un problema, naturalmente non per i ricchi ma per la società (ecco il dubbio e anche l’inquietudine).
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Foto di Claudio Riccio

Precari: sul filo della «classe esplosiva»

di Andrea Fumagalli

È finalmente uscita la traduzione italiana del libro di Guy Standing, The precariat. The Dangerous class (Precari. La nuova classe esplosiva, Il Mulino, Bologna, pp. 312, euro 19). Dell’edizione originale il manifesto aveva già pubblicato una recensione nel giugno 2011. È interessante notare che nella versione italiana si è preferito tradurre «Dangerous class» con «classe esplosiva», una traduzione che lascia intravvedere, a differenza della versione originale, che la condizione precaria non solo vive una situazione già di per sé difficile (appunto esplosiva) ma può anche dare adito ad «esplosioni» sociali.

PrecariNella versione inglese, l’attributo dangerous (pericoloso) rimandava a quella parte del contenuto del libro in cui il sociologo inglese, docente di Economic Security nell’Università di Bath in Gran Bretagna e ex-consulente dell’Ilo (International Labour Organization, dal quale è stato allontanato per divergenze politiche), sosteneva che la precarietà poteva favorire svolte politiche xenofobe, corporative, in ultima istanza, fasciste. La traduzione italiana è, da questo punto di vista, più ottimista. Eppure, non abbiamo registrato all’indomani di quella «istituzionalizzazione» della condizione precaria come paradigma del rapporto di lavoro contemporaneo che è stata la riforma Fornero, una capacità di reazione che potesse pensare a possibili situazioni esplosive! La situazione di crisi, di ricatto e di peggioramento delle condizioni di vita (che oggi sono le condizioni di lavoro – la precarietà è soprattutto precarietà esistenziale) ha sicuramente fatto la sua parte.
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