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L’anticapitalismo di Rossana Rossanda

Rossana Rossanda

di Gianmarco Martignoni

Seguendo il puntuale suggerimento di un compagno, mi sono precipitato in edicola per acquistare l’ultimo numero di «MicroMega» con una lunga intervista di Marco D’Eramo a Rossana Rossanda.

E sono stati 15 euro ben spesi. Nonostante la mia viscerale antipatia per Paolo Flores D’Arcais, l’intellettuale liberal che magistralmente – fra le tante perle dettate dall’assoluta mancanza di una bussola – qualche giorno fa ha scoperto che i 5stelle sono invotabili. Tornando all’intervista, nel disorientamento intellettuale che contraddistingue l’ex (nuova) sinistra, «la ragazza del secolo scorso» dimostra a quasi 93 anni di essere arzilla e lucida, non solo perché ribadisce di sentirsi ancora «una vecchia bolscevica» ma in quanto rimbrotta D’Eramo per il suo generico anticapitalismo.

La carrellata dei temi affrontati nell’intervista è più che esauriente, così come – soprattutto per le nuove generazioni – è buona l’idea di fornire un “Dizionario” delle persone citate dalla Rossanda, un centinaio circa: dalla A di Gianni Agnelli alla Z del regista cinese Zhang Yimou. Infine, liquidato Matteo Renzi come un «politico abile», non poteva mancare una stilettata al quotidiano comunista da cui se ne è andata quatto anni fa: «oggi il manifesto è il solo quotidiano autonomo che resta, ma dubito che riesca a dare un contributo politico e teorico che conti» avendo smarrito una solida analisi marxista.

La signora del Manifesto: il documentario su Rossana Rossanda

di Ella Baffoni

“Non ero nata per combattere”. Parla così di sé Rossana Rossanda nel documentario girato da Mara Chiaretti, proiettato al Nuovo Sacher di Roma davanti a una platea di amici, intellettuali e compagni di lotta. Come Valentino Parlato, come Peter Kammerer, come Filippo Maone, come Aldo Garzia, come moltissimi altri. Ci sono le amiche femministe, ci sono i giornalisti del manifesto, che è sopravvissuto alla frattura tra chi è stato lasciato fuori dalla nuova cooperativa e gli altri, come la direttrice Norma Rangeri. E che ha lasciato fuori la fondatrice: “L’assemblea mi ha votato contro”. Tornerebbe a lavorarci? S’illumina: “Mi piacerebbe, non me l’hanno mai chiesto”. Ma poi “credo sia impossibile”.

Un lungo applauso ha celebrato il concludersi commosso di “Essere Rossana Rossanda”, che mischia alle testimonianze antiche – interviste o interventi alla Rai, e le dense giornate di incontro a Montegiove, doveper anni dom Benedetto Calati riuniva laici e credenti per parlare di libertà e coscienza – cinque faccia a faccia d’oggi tra la “signora del manifesto”, Fabrizio Barca, Philippe Daverio, Carlo Freccero, Nadia Fusini, Sandro Lombardi. Cinque sguardi “esterni”, forse estranei, che hanno il pregio però di render chiaro un percorso intellettuale straordinario.

Ne esce un ritratto potente, vivo, forte. Non sarà nata per combattere, Rossana: ero nata per vivere tra i libri, dice “La ragazza del secolo scorso”, come si definisce nel titolo di un suo bellissimo libro. Ma ha combattuto tutta la vita. Con coraggio, controcorrente. Tanto da farsi radiare per frazionismo dal Pci con il suo gruppo eretico – Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, e poi con tutti i loro compagni di strada. “Quando ho visto i miei compagni impiccati per strada – dice con voce piana parlando dei partigiani della Resistenza – non ho più potuto consentire che la politica si occupasse di me”.

Astrit Dakli: crocevia umano di etnia, culture e sguardi sul mondo

Astrit Dakli

Astrit Dakli

di Pierluigi Sullo

I lettori del manifesto più antichi e affezionati si sono chiesti, per molti anni, chi si nascondesse dietro il nome di Astrit Dakli, la firma sopra gli articoli che raccontavano loro gli scricchiolii sempre più potenti e infine il crollo dell’Unione sovietica, l’effervescente e tossica vitalità delle ex repubbliche sovietiche e, prima ancora, molti altri fenomeni di cui il giornale si occupava, e che ad esempio firmava la quotidiana rassegna stampa, negli anni Ottanta, a cura dei tre capiredattore: lui stesso, Sandro Medici e io.

Qualcuno, nel tempo, azzardò la domanda: è una ragazza svedese? Qualcun altro mandava infatti lettere ad “Astrid”, nome proprio femminile scandinavo. Lui e noi ce la ridevamo.

Era un bell’uomo, Astrit, alto e asciutto, assomigliava vagamente a Clint Eastwood. Era bello come sono i meticci. Mescolava una radice albanese, quella di suo padre, esule in Italia dopo la seconda guerra e dotato di un passaporto da apolide, con una ascendenza triestina, quella della mamma, bellissima signora a sua volta con qualche parentela asburgica, benché il padre, il nonno di Astrit, arruolato a forza dall’esercito austro-ungarico e catturato dai russi, evase dalla prigione siberiana e attraversando la Cina tornò a combattere perché Trieste tornasse all’Italia (e, cosa curiosa, quando andò a Mosca per il giornale, Astrit assunse un tale Nikolai, alcolizzato traduttore di Moravia, il cui nonno, generale zarista, era stato il carceriere del nonno triestino: il mondo è fatto di traiettorie che si incrociano in modi sorprendenti).

Addio ad Astrit Dakli, il giornalista che apriva una finestra sull’est

Astrit Dakli

Astrit Dakli

dell’Associazione il Manifesto in rete

Astrit Dakli ci ha lasciato, dopo una lunga malattia. Astrit era la nostra finestra sull’est, ma non solo. Giornalista, scrittore e compagno si è speso nella battaglia comune per un altro manifesto possibile. Siamo vicini alla famiglia e a tutti coloro che gli hanno voluto bene. Un saluto a pugno chiuso e che la terra ti sia lieve.

Tunisia, è giunto il momento della seconda rivoluzione?

Tunisia e la sua primavera araba

Tunisia e la sua primavera araba

di Giuliana Sgrena

A cinque anni dalla rivoluzione che aveva contagiato molti paesi arabi, la Tunisia torna a infiammarsi. Le immagini che arrivano da Sfax, dove un giovane commerciante mercoledì si è dato fuoco dopo che la sua merce era stata confiscata dalle autorità, ci ripropone l’immolazione di Bouazizi, avvenuta a Sidi Bouzid il 17 dicembre 2010.

La protesta è partita questa volta da Kasserine, nel centro della Tunisia poco lontano da Sidi Bouzid, dopo che un ragazzo di 24 anni, Ridha Yahyaoui, che minacciava di suicidarsi perché il suo nome era stato cancellato da una lista di assunzioni, salendo su un palo della luce era rimasto folgorato. Una protesta per l’ennesimo sopruso si trasforma in un’ondata di rivolte che si sta estendendo a tutto il paese: Gafsa, Jendouba, Touzeur, Gabes, Medenine, fino a Tunisi.

Ovunque la polizia reprime, ma anche un poliziotto è rimasto ucciso negli scontri dei giorni scorsi. Tornano con forza le parole d’ordine di cinque anni fa: lavoro, libertà, dignità. Perché sebbene la transizione sia ancora in corso è troppo lenta e non sembra andare nella giusta direzione. Dopo cinque anni la delusione è molto forte, soprattutto nei giovani. «È tempo di agire. O niente potrà impedire lo scoppio di una seconda rivoluzione», ha detto il presidente Beji Caid Essebsi, il 17 dicembre, quinto anniversario dell’inizio della rivoluzione.

Armando Cossutta, carissimo avversario

Armando Cossutta

Armando Cossutta

di Luciana Castellina

Nella storia, noi ingraiani del Pci, e ancor più noi del Manifesto e poi del Pdup, siamo annoverati fra gli avversari di Armando Cossutta. E non si può certo negare che il contrasto politico sia stato fra noi duro e di sostanza. E però io, ma credo anche gli altri miei compagni, provo grande tristezza nel momento in cui apprendo della sua scomparsa. Non solo per nostalgia della nostra vecchia comunità comunista che ogni giorno riceve dalla realtà attuale una nuova botta, sicché gli antichi contrasti ci sembrano minuzie rispetto ai solchi che oggi si sono aperti con una sua parte così consistente, quella che ancora sta nel Pd. Non solo. È perché io a Cossutta volevo bene, e credo lui ne volesse a noi: nonostante la durezza della nostra radiazione, cui il gruppo di compagni che a Cossutta si ispirava dette un sostanziale contributo, è rimasta reciproca stima. Che ci consentì di ritrovarci assieme, impegnati sullo stesso fronte, a partire dall’avvio del processo di scioglimento del Pci, nel 1989.

Quando io militante molto romana ho sentito per la prima volta il suo nome è stato peraltro in una fase in cui siamo stati dalla stessa parte: lui dirigente di primo piano della Federazione di Milano, io ancora impegnata nella ribellione della Federazione giovanile contro la settaria chiusura di una parte dei vecchi. Che a Milano avevano una vera roccaforte contro cui si batterono, membri della stessa segreteria federale, sia Rossana Rossanda che Cossutta. È stato solo anni dopo che diventò esplicito tema di scontro politico il giudizio sull’Urss, e dunque il tema del rapporto fra il Pci e il Pcus.

Ancor oggi mi chiedo il perché di quel suo filosovietismo, che peraltro lui stesso ripensò quando all’inizio degli anni Novanta venne un giorno nella redazione del manifesto per ragionarne con pacatezza, riconoscendo la validità delle nostre obiezioni che erano invece state solo frettolosamente condannate.

Un ricordo di Franco Fortini attraverso “Tutte le poesie”

Franco Fortini

Franco Fortini

di Luca Mozzachiodi

È certamente doveroso scrivere qualche parola per Franco Fortini, che del giornale Il Manifesto è stato assiduo collaboratore, e per il quale ha scritto alcune delle sue pagine più memorabili e illuminanti, è doveroso soprattutto perché si tratta, con evidenza, di un autore rimosso: non ve ne è traccia nelle antologie scolastiche, non nei dibattiti della sinistra che pure egli animò, non nelle analisi della cultura contemporanea, e in questo, con molti suoi libri, era stato un maestro e così via.

Anche nella poesia, ovviamente, Fortini non gode di molta considerazione, vuoi perché accusato, velatamente o più esplicitamente, di aver prostituito la poesia a motivi politici contingenti, vuoi perché tacciato di ideologia, naturalmente nel senso di maxima culpa dell’era della feroce e armata ideologia dell’antideologia, che non si capisce mai bene cosa significhi, probabilmente uno dei molti modi mistificanti per indicare semplicemente il nemico, perché Fortini era anche questo; era nemico di quelli che hanno vinto e amico di quelli che hanno perso, bisogna dirlo chiaramente, anche per questo Fortini non è oggi un poeta alla moda, come quasi tutti i grandi poeti che hanno scritto per la stessa causa, spariti inesorabilmente dagli scaffali delle librerie sotto il trionfo dell’intimismo e sostituiti dalla, nemmeno numerosa, poesia cosiddetta civile, ecco un’altra espressione che oggi proprio non si capisce, che il più delle volte si muove entro i ristretti confini del buonsenso borghese, invitando a non discriminare, altro termine del pastrocchio che è la koiné sinistrorsa dei nostri giorni, ma d’altro canto è impossibile parlarne senza darne esempio, questo e quello, o che qualche cattivissimo signore della guerra ha ucciso qualcuno, lasciando però totalmente e perfettamente immutati e occultati i reali rapporti di forza.

La Manifesta 2015: le ragioni per cui ci troviamo qui, tre anni dopo

La Manifesta

di Sergio Caserta

Alla fine eccoci ancora qua, torna la Manifesta a Bologna alla quarta edizione dal 10 al 12 luglio prossimi, al Centro Costa dove tutto cominciò nell’ormai lontano febbraio 2012. In quella affollata assemblea con la partecipazione di tanti rappresentanti dei circoli, per discutere del futuro assai incerto del Manifesto, avviato alla liquidazione coatta amministrativa.

Da mesi organizzavamo come le compagne e i compagni in tutta Italia, cene, sottoscrizioni, vendite straordinarie per portare soldi al giornale in affanno, ma quell’assemblea con la partecipazione di molti giornalisti, Valentino, Gabriele, Loris, Giusi, Angelo e rappresentanti di tecnici e poligrafici, aveva un’altra motivazione. I compagni della redazione volevano informare il gruppo più attivo di sostenitori del giornale che c’era il rischio questa volta, serio e imminente, della chiusura e della perdita della proprietà della testata, che finiva nelle mani, prima dei liquidatori e poi di chissà quale acquirente estraneo al mondo manifesto.

Una riunione tesa ma costruttiva, dalla quale ricavammo la convinzione di dover andar avanti con un passo diverso dal passato: non più cercare volta per volta i soldi necessari a “sbarcare il lunario” a superare l’ennesima crisi. Occorreva lavorare a un progetto di rilancio vero e proprio, non solo giornalistico, ciò di cui pensavamo avesse bisogno il quotidiano comunista, era un rilancio strategico della sua missione, in particolare attraverso la rivitalizzazione innanzitutto dell’enorme patrimonio di legami e rapporti con un mondo vasto e diffuso di lettori, di sostenitori, di collaboratori, personalità e mondi della sinistra ormai frammentaria e frammentata ma pur sempre una grande forza del paese.

Arrivati a questo punto: note sul Manifesto

Il futuro del manifesto

Il futuro del manifesto

di Marino Magno, del Circolo del Manifesto di Avellino

Le note di “Arrivati a questo punto”, scritte alcuni mesi fa e che offro qui sotto ai lettori del blog dell’associazione Il manifesto in rete di Bologna, sono andate come accompagnamento della seconda brochure del Circolo del Manifesto di Avellino nelle edicole della provincia. Le riporto qui per rimarcare che la situazione non mi sembra cambiata di molto. Norma Rangeri ha rilanciato il riacquisto della testata da parte della cooperativa che gestisce attualmente il giornale, in un momento difficile in cui il “piccolo mostro” di Firenze ha fatto un taglio retroattivo sull’editoria, per non parlare dell’attacco di un giornalista di destra che, utilizzando il metodo Boffo, ha ipotizzato il coinvolgimento del Manifesto nel bailamme di “mafia capitale”.

Vedremo cosa accadrà a fine anno quando ci dovrebbe essere l’asta per la vendita del giornale. Intanto, va detto amaramente anche come supporto a ciò che ha scritto qui Mauro Chiodarelli sull’argomento, che il dibattito aperto sul Manifesto è del tutto debole (per essere generosi). Tutti i nodi di cui si è discusso da tre anni a questa parte sono assenti. Possibile che nessuno voglia riprenderli?

Arrivati a questo punto… Offriamo ai lettori che a suo tempo non l’avessero ricevuta la 2° brochure del Circolo del Manifesto di Avellino (la prima era dedicata a Di Vittorio e chi volesse riceverla può mettersi in contatto con chi scrive). Lo facciamo per informazione innanzitutto ma anche per rimarcare una crisi de “Il manifesto” che, lungi dall’essersi conclusa, si è semmai aggravata dopo la fuoriuscita (o, sostanzialmente, l’espulsione) di una parte notevole dei giornalisti storici, siano essi redattori o collaboratori, e dei due padri fondatori Rossanda e Parlato.

Storia di un giornale, liquidatori, lettori, appelli, collette e patacche

Al contrario

Al contrario

di Mauro Chiodarelli

Mi emoziona sempre vedere altruisti eroi lanciarsi in imprese temerarie contro corrente: sottrarre la testata “il manifesto” dai barbari liquidatori. Perché non c’eravate nel novembre 2012 quando un’assemblea pressoché unanime aveva votato per una proprietà collettiva della testata? Come? C’erano e sono quelli che hanno votato contro? No, ci deve essere un errore: quelli che hanno votato contro erano per un compratore privato (amico) piuttosto che per una comproprietà tra redattori, collaboratori, poligrafici, lettori e sostenitori; mi ricordo un certo Lania che affermava: “preferisco sceglierlo da solo l’albero a cui impiccarmi, dei vostri soldi non so che farmene”. Ah… Lania è un giornalista dell’attuale cooperativa. Ma fatemi il piacere. Poi magari mi dite che la Signora Norma Rangeri (sì, l’anguilla) che ha sancito irrevocabilmente che “il giornale è dei giornalisti e se ai lettori piace lo comprano, diversamente no”, è Direttore Responsabile. Ah… è Direttore Responsabile.

Qualcosa non mi torna: chi sta complottando alle loro spalle per vendere azioni della testata ai lettori? Non sono azioni ma DONAZIONI (dare spontaneamente e senza ricompensa, Garzanti). Fatemi capire:

  • LORO vogliono comprare la casa che hanno in affitto (così risparmiano il canone) per tutti NOI ma intestata a LORO;
  • NOI dobbiamo mettere il capitale visto che il LORO è assolutamente insufficiente;
  • NOI, quando LORO se la saranno comprata, possiamo tutt’al più andare a trovarli, poco, meglio mai, e possibilmente quando è ora di fare le pulizie, per bearci di come sia bene arredata.

Mi dite che lo fanno per NOI (che non ne capiamo di finanza, di giornali, di politica, di società, eccetera) perché non ci vogliono appesantire di un fardello insopportabile. Sarà ma per me è una patacca.