Nuovo governo, la sinistra spaccata muore aspettando Godot

di Sergio Caserta

La crisi politica politica in atto, conseguenza del terremoto elettorale che ha determinato un radicale rovesciamento delle gerarchie precedenti, non ha ancora prodotto un’ipotesi concreta di maggioranza di governo.

Forse in settimana Sergio Mattarella batterà un colpo e affiderà un pre-incarico ad un esponente di una delle due compagini che hanno avuto i migliori risultati, ovvero ai Cinque Stelle o alla Lega. Intanto la situazione internazionale, dopo l’attacco alla Siria, da parte del trinomio Usa, Regno Unito e Francia, può subire un’ulteriore drammatica evoluzione verso un conflitto ancora più ampio; c’è da sperare che questo non accada ma lo sblocco dell’empasse è davvero indifferibile.

Le due formule più accreditate, finora puramente ipotetiche, sono un governo di centrodestra a guida leghista che raccolga voti sparsi in Parlamento secondo l’indicazione data da Silvio Berlusconi, la seconda è quella di un accordo M5S-Lega senza Berlusconi che allo stato sembra avere poche chance perché Salvini non può sganciarsi dalla sua coalizione. Tertium non datur, ovvero un accordo tra M5S e Pd-Leu avrebbe i numeri in Parlamento ma al momento il Pd a trazione renziana non lo vuole, soprattutto se la guida del governo fosse ancora “pretesa” da Luigi Di Maio.
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La sinistra e il futuro che ci aspetta: il pensiero di Randall Collins

di Nicolò Bellanca

Per un’efficace strategia politica di Sinistra, accanto a una valida analisi del presente, occorre provare a prevedere quello che accadrà. Una Sinistra che si proponga di modificare lo stato delle cose, non può eludere il nodo del futuro: non le basta capire come intervenire sulla situazione data; le occorre anche cogliere i movimenti profondi della struttura sociale che, se lasciati a sé stessi, orienteranno l’evoluzione collettiva. Tuttavia, questo esercizio è uno dei più ambiziosi e rischiosi che un ricercatore possa intraprendere.

Esso presenta un margine di errore talmente elevato, che molti studiosi lo giudicano vano e irrazionale. Chi lo effettua seriamente è un intellettuale metodologicamente avvertito, che decide di mettere in gioco parte della propria reputazione pur di non rinunciare allo “squarcio di luce” che dalla prognosi può scaturire. Recentemente, in questi termini si sono coraggiosamente confrontati con l’avvenire due dei maggiori sociologi contemporanei, Randall Collins e Wolfgang Streeck, e un eminente economista dello sviluppo, Branko Milanovic. Mentre di Streeck e Milanovic parlerò in successivi articoli, oggi mi soffermo sul contributo di Collins, che espongo liberamente, rafforzandone alcuni passaggi con mie considerazioni [1].

Alle prese con i cambiamenti strutturali del sistema economico, Collins tenta di cogliere le forze essenziali, tenere conto delle maggiori controtendenze e argomentare la traiettoria che dovrebbe imporsi. A suo avviso, il dilagare dell’automazione – le tecnologie dell’informatica e della computerizzazione – sta sostituendo il lavoro umano con robot o macchine intelligenti. Il fenomeno non sembra originale: già ai tempi di Marx, oltre 150 anni fa, la tecnologia iniziò a rimpiazzare le attività agricole e manifatturiere.
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Per una critica dell’ideologia neoliberista di Internet

di Evgeny Morozov

La sinistra non è mai stata un asso nel creare eccitanti narrazioni a sfondo tecnologico, e infatti anche in questo caso non ha alcuna eccitante narrazione da offrirci. Peggio ancora: non ne avrà mai una se non riscriverà la storia di internet – l’humus intellettuale della Silicon Valley – come una storia di capitalismo e imperialismo neoliberista.

Già come concetto, internet non è una nitida fotografia della realtà. Somiglia più alla macchia d’inchiostro del test di Rorschach, e di conseguenza chi la guarda ne trarrà una lezione diversa a seconda della sua agenda politica o ideologica. Il problema di internet come concetto regolativo su cui basare una critica alla Silicon Valley è che la rete è così ampia e indeterminata – può contenere esempi che portano a conclusioni diametralmente opposte – che lascerebbe sempre alla Silicon Valley una facile via di fuga nella pura e semplice negazione. Dunque qualsiasi sua critica efficace dovrà anche sbarazzarsi del concetto stesso.

Persino progetti come Wikipedia si prestano a questa lettura duplice e ambigua. Nel sinistrorso ambiente accademico americano la tendenza dominante è leggere il suo successo come prova che le persone, lasciate a se stesse, sono in grado di produrre beni pubblici in modo del tutto altruistico e fuori dal contesto del mercato. Ma da una lettura liberista (o di destra) emerge un’interpretazione diversa: i progetti spontanei come Wikipedia ci dimostrano che non serve finanziare istituzioni perché producano beni pubblici come la conoscenza e la cultura quando qualcun altro – la proverbiale “massa” – può farlo gratis e per giunta meglio. […]

La nostra incapacità di smettere di vedere ogni cosa attraverso questa lente internet-centrica è il motivo per cui un concetto come la sharing economy risulta così difficile da decifrare. Stiamo assistendo all’emergere di un autentico post-capitalismo collaborativo o è sempre il buon vecchio capitalismo con la sua tendenza a mercificare tutto, solo elevata all’ennesima potenza? Ci sono moltissimi modi di rispondere a questa domanda, ma se partiamo risalendo agli albori della storia di internet – è stata avviata da una manica di geni intraprendenti che smanettavano nei garage o dai generosi fondi pubblici delle università? – difficilmente troveremo una risposta anche solo vagamente precisa. Vi do una dritta: per capire l’economia della condivisione bisogna guardare – indovinate un po’… – all’economia.

Da una prospettiva culturale, la questione non è se internet favorisca l’individualismo o la collaborazione (o se danneggi o agevoli i dittatori); la questione è perché ci poniamo domande così importanti su una cosa chiamata internet come se fosse un’entità a sé stante, separata dai meccanismi della geopolitica e dal contemporaneo capitalismo iperfinanziarizzato. Finché non riusciremo a pensare fuori da internet, non potremo tracciare un bilancio corretto e attendibile delle tecnologie digitali a nostra disposizione.

[…]Ci siamo fossilizzati sulla tesi della centralità di internet per spiegare la realtà (a seconda delle volte fosca o edificante) attorno a noi, e così continuiamo a cercare aneddoti che confermino la correttezza della nostra tesi; il che non fa che convincerci ancora di più che la nostra tesi preferita debba essere centrale in qualsiasi spiegazione dei nostri problemi attuali.

Ma cosa significa in pratica pensare fuori da internet? Be’, significa andare oltre le favolette fabbricate dal complesso industrial-congressuale della Silicon Valley. Significa prestare attenzione ai “dettagli” economici e geopolitici relativi al funzionamento di molte società hi-tech. Scopriremmo così che Uber – grande promotore della mobilità e della lotta alle élite – è un’azienda che vale più di 60 miliardi di dollari, in parte finanziata da Goldman Sachs. Allo stesso modo, ci renderemmo conto che l’attuale infornata di trattati commerciali come il TiSA, il TTIP e il TPP, nonostante siano ormai falliti, mira a promuovere anche il libero flusso di dati – scialbo eufemismo del ventunesimo secolo per “libero flusso di capitali” -, e che i dati saranno sicuramente uno dei pilastri del nuovo regime commerciale globale. […]
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Fidel e la storia che non ci ha assolti

di Luca Mozzachiodi e Jean-Michel Godartre

Il 26 novembre muore a novant’anni Fidel Castro che sessanta anni fa intraprendeva la vittoriosa lotta per la liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista ed edificare il socialismo sull’isola, scuotendo il giogo imperialistico degli Stati Uniti; sappiamo quanto se ne sarebbero ricordati. Nonostante tentativi di colpi di mano, attentati e manovre di strangolamento economico attraverso l’embargo, a Cuba il socialismo sopravvive, si riforma e si adatta alle condizioni di questi anni ma sopravvive, rimanendo un faro per i leader bolivariani anche nei sussulti reazionari e neoconservatori che attraversano l’America Centrale e Meridionale.

Non si tratta in queste poche righe di portare un omaggio, né, a maggior ragione, di constatare che con Fidel finisce il Novecento o che muore il socialismo, come ci si sta affrettando a dire un po’ ovunque. Sostenere la prima affermazione significa di fatto collegare la sua figura di rivoluzionario e di statista a un tempo già concluso e passato, relegandovi così tutta l’esperienza cubana, nonostante le taglienti analisi con cui ha mostrato le fragilità della presidenza Obama e del nuovo corso di relazioni con gli Stati Uniti, significa solo ribadire che non ci sono alternative politiche al liberalismo capitalista occidentale e che in anfratti di un secolo che non ci riguarda più sopravvivono dei fossili storici posti momentaneamente fuori dal mondo contemporaneo da un’arretratezza ideologica.
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Le due tensioni di Elio Vittorini: una teoria lunga della letteratura

Elio Vittorini, "Le due tensioni"
Elio Vittorini, “Le due tensioni”
di Luca Mozzachiodi

Erano decenni, precisamente dal 1981, che si aspettava una riedizione di questo libro, ora per fortuna fornita dalle edizioni Hacca per la cura, filologicamente accurata ma insieme appassionata e tutt’altro che distaccata, di Virna Brigatti. Si tratta della raccolta degli appunti e dei materiali preparatori di Vittorini per un libro rimasto incompiuto e del quale l’attuale sottotitolo dice molto: Le due tensioni, appunti per una ideologia della letteratura.

Via, caviamoci subito il dente ripetendo uno degli ovvi arcana del linguaggio critico, ideologia della letteratura non significa il contenuto dottrinario, politico o no, della letteratura a priori, ma significa il contenuto prodotto a posteriori dalla letteratura stessa senza tenere conto delle forze materiali che lo determinano, rappresentandosi cioè falsamente libero, ovvero con un concetto falso della libertà. La produzione letteraria, e quella critica con essa, sono ideologiche, mistificate, vuole dirci Vittorini con questo titolo che rivela la sua origine e il suo scopo: essere per la critica della letteratura (che è cosa diversa dalla critica letteraria) quello che L’ideologia tedesca di Marx fu per la filosofia del proprio tempo.

Si tratta di notazioni, appunti, riflessioni e schede di lettura che rendono ragione degli ampi interessi di Vittorini e del suo sguardo vasto e penetrante nell’affrontare le questioni che riteneva determinanti (divisione del lavoro, natura e cultura, fantasia, linguaggio e metalinguaggio, architettura, solo per citare alcuni titoli di rubriche).
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Ideologia e propaganda nell’istruzione: è solo israeliana?

di Silvia R. Lolli Il libro della professoressa israeliana Nurit Peled-Elhanan che è stato presentato di recente presentato alla Sala Imbeni del Comune di Bologna a cura dell’AssoPacePalestina, ci potrà descrivere come sono rappresentati i palestinesi nei testi scolastici israeliani. Titolo del libro è La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione […]

Quando la scuola pubblica apre i cancelli ai finanziamenti privati

La buona scuola che non vogliamo
La buona scuola che non vogliamo
di Andrea Avantaggiato,
docente

Chiariamoci le idee: l’ingresso dei privati nella scuola pubblica sta già avvenendo e aumenterà esponenzialmente con le tante implicazioni che avrà la legge 107 approvata dal Pd di Renzi a luglio.

A Bologna, ad esempio, Unindustria sta proponendo per il secondo anno l’adesione ad un progetto da loro interamente finanziato destinato a classi (non a istituto) di scuole medie da loro scelte, in tutta la provincia. Il progetto prevede il potenziamento della lingua inglese (+ 2 ore con insegnante madrelingua), l’assistenza durante la mensa (+ 5 ore), attività laboratoriali (+ 2 ore) e assistenza ai compiti nel pomeriggio (+ 4 ore), per un totale di 13 ore in più rispetto al normale tempo scuola settimanale.

Unindustria offre anche tablet per tutti gli alunni della classe, una lavagna interattiva multimediale, nuovi arredi, banchi polifunzionali e persino l’assistenza postdatata nel primo biennio delle superiori per la lingua inglese a tutti coloro che frequenteranno il corso destinatario del progetto. Le scuole devono proporsi in questi giorni, poi sarà Unidustria-Bologna a decretare le classi e i territori che “vinceranno” il pacchetto di potenziamento.

Cosa chiedono in cambio? La possibilità di fare le loro lezioni laboratoriali al mattino con lo scivolamento di alcune ore curriculari al pomeriggio, la disponibilità degli stessi insegnanti della scuola ad effettuare l’assistenza ai compiti al pomeriggio, l’ingresso a pieno titolo nella progettazione didattica del consiglio di classe, la mensa obbligatoria per la classe coinvolta.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Richard Walker / 2

Richard Walker
Richard Walker
di Noi Restiamo

(Prima parte.) Noi Restiamo: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

Richard Walker: L’economia neoclassica, che da così tanto valore alla “previsione scientifica”, non ha previsto nulla riguardo la crisi o ai risultati dell’austerity. Perciò, sì, dobbiamo porci in forte opposizione all’ortodossia, almeno per quanto riguarda la macroeconomia (sì, la microeconomia ha qualcosa di interessante da dirci, ma quando si prova ad aggregare o storicizzare o socializzare, non ha queasi nulla di utile da dirci che non sia già stato detto senza equazioni).

Ovviamente, è utile combattere la crisi e la sua gestione Il capitalismo in ultima analisi è irriformabile se inteso nel senso di ricerca del profitto, competizione, sovraaccumulazione, mercificazione di tutto, saccheggio del pianeta, ecc. Ma nel frattempo noi dobbiamo vivere nei suoi confini e questi possono essere estesi o limitati in maniera importante. La regolamentazione finanziaria, la tassazione progressiva, l’anti-corruzione, le pensioni e le cure sanitarie e tutto il resto hanno assolutamente importanza per il presente.
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Richard Walker

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Richard Walker / 1

di Noi Restiamo

Il ciclo di interviste a teorici eterodossi a cura degli attivisti della Campagna Noi Restiamo continua. Siamo ormai arrivati all’ottava intervista e la parola va a Richard Walker. Walker è professore emerito presso il Dipartimento di Geografia della University of Berkely (California).

La sua ricerca si concentra sulla geografia economica, lo sviluppo regionale, il capitalismo e la politica, le città e l’urbanizzazione, le risorse e l’ambiente, la California e infine su tematiche legate a classe e etnia. Il suo lavoro più conosciuto per quanto riguarda la geografia economica è il libro The Capitalist Imperative: Territory, Technology and Industrial Growth (Blackwell, 1989), scritto con Micheal Storper. Fa parte del Board of Directors del progetto “Living New Deal”, che punta a raccogliere e mostrare i risultati raggiunti dal piano di riforme economiche e sociali promosso da Franklin Roosevelt.

Noi Restiamo: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
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Rossana Rossanda e il Novecento delle donne

Pubblichiamo questo articolo in vista della presentazione del libro di Rossana Rossanda organizzata dall’Associazione Il Manifesto in Rete per il prossimo 13 gennaio (Quando si penvasa in grande, Einaudi, 2013).

di Lea Melandri

Nella prefazione al libro che raccoglie i suoi “colloqui” con venti testimoni del Novecento (“Quando si pensa in grande”, Einaudi 2013), Rossana Rossanda scrive: «Gli interrogati sono tutti uomini, come se non avessi incontrato nessuna donna coinvolta nella politica “classica” del Novecento. Dico “classica” perché i personaggi femminili più impegnati che ho avuto la fortuna di conoscere lavoravano su quella questione fondamentale che poteri, storia e diritto hanno sempre tenuto sottotraccia, cioè il rapporto e conflitto di genere che percorre tutta la vicenda umana (…) Escluse per secoli dalla res publica, non ne hanno rielaborato i dilemmi, li guardano a distanza, ne diffidano (…) Quanto a uomini che si siano interessati non occasionalmente dei fondamenti della res pubblica, ne ho incontrato di rado; tutti ormai rendono formalmente omaggio alle questioni di genere ma raramente vi ragionano aprendo degli squarci decisivi nella lettura della storia e del presente».

I “testimoni” del Novecento con cui Rossana ha dialogato attraverso le pagine del Manifesto – Lukàcs, Sartre, Althusser, Allende, Mendès France, Ingrao, ecc.- appartengono a una componente fondamentale della sua storia politica di comunista e agli interrogativi che l’hanno attraversata nel corso del secolo. Ma un posto non secondario nel suo Novecento hanno avuto le “conversazioni sulle parole della politica”, tenute a Radiotre nel 1978 con alcune femministe note per il loro impegno, come Lidia Campagnano, Paola Redaelli, Licia Conte, Lidia Menapace, Manuela Fraire. Sono gli anni in cui Rossana scrive articoli di straordinaria intensità dettati – come dirà lei stessa nel libro che li raccoglie, Anche per me (Feltrinelli 1987) – «dalla memoria o dal non semplice dialogo col movimento delle donne; così rispondevo ai problemi della persona, tardi nella mia vita legittimati a una scrittura».
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