Autonomia di classe in Venezuela

di Valerio Evangelisti

Per mettere subito le cose in chiaro, non prendo nemmeno in considerazione le tesi di chi dice che in Venezuela, con la formazione di un’Assemblea costituente, sia in gioco la sopravvivenza della democrazia (e lo dice chi, da quasi vent’anni, ha sostenuto che nel paese vigesse una dittatura). In gioco la democrazia lo è, ma non per mano dei costituenti.

Si tratta di intendersi, in via preliminare, sul significato del termine “democrazia”. Per i greci, che hanno inventato la parola, era il potere del “demos”: non il popolo generico, bensì il “popolo minuto”, gli strati più deboli economicamente della società. In questo senso, gli Stati Uniti, che permettono la competizione elettorale solo a candidati abbastanza ricchi per presentarsi alle urne, non sono mai stati e non sono una democrazia.

Quanto al resto dell’Occidente, il meccanismo elettorale seleziona oligarchie dotate di vita propria, senza possibilità di verifica, fino al voto successivo, dell’effettiva obbedienza degli eletti alla volontà dei votanti. Non mi ci soffermo, sono critiche già note dai tempi di Rousseau. Divenuta consapevole dello stato effettivo delle cose, la popolazione dell’Occidente vota sempre meno. E l’Unione Europea, fondata su centri di potere privi di controllo e su un parlamento inutile, consolida la sfiducia. È lo sfascio del modello governativo liberale.
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Oltre l’eroe: il “processo” rivoluzionario

aprocessorivoluzionario

di Fabio Ciabatti

“La prassi di liberazione non è solipsista, effettuata da un soggetto unico e geniale: il leader… È sempre un atto intersoggettivo, collettivo, di consenso reciproco… È un’azione di ‘retroguardia’ dello stesso popolo”. Per quanto condivisibile, questa affermazione di Enrique Dussel appare in contrasto con il fatto che ogni rivoluzione sembra avere il suo eroe da cui le sue sorti appaiono, almeno in certa misura, dipendere: da Robespierre a Toussaint Louverture, da Lenin a Mao, per finire con Morales e Chavez. Per questo occorre decostruire la figura dell’eroe, non per negarne l’esistenza o l’importanza, ma per cercare di collocarla nella sua effettiva dimensione.

A questo proposito il Sud America contemporaneo rappresenta un interessante laboratorio e in questo ambito mi sembra utile partire dalla figura di Chavez attraverso un recente libro: We Created Chavez. Secondo l’autore, George Ciccariello-Maher, per capire l’effettivo ruolo svolto dal leader venezuelano, occorre riscrivere la storia dal basso e ciò significa cambiar l’arco temporale di riferimento: la storia dall’alto si concentra sul 1992 (il fallito golpe di Chavez contro un governo colpevole di una sanguinaria repressione nei confronti del popolo) e sul 1998 (la prima vittoria elettorale di Chavez) e cioè sul progetto individuale, sulla presa dello stato, sul potere costituito; la storia dal basso si concentra invece sul 1989 (la rivolta popolare passata alle cronache come il Caracazo, quella che dà il la all’azione di Chavez) e sul 2002 (la vittoriosa resistenza popolare al golpe anti Chavez), riconoscendo che il progetto individuale si appoggia su una base di massa, sul potere costituente.
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Venezuela e crisi

Il Venezuela, il chavismo e il ritorno agli orrori neoliberisti

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela danza sull’orlo del baratro. C’è chi evoca analogie sinistre con il Cile allendista del ’73 o con il Nicaragua sandinista del ‘90. Probabilmente esagerate le prime, se non altro perché i militari venezuelani – maneggiati con cura dall’ex-colonnello Hugo Chávez – sono stati (finora) il baluardo armato della “rivoluzione bolivariana”. Probabilmente meno infondate le seconde perché i richiami con la disfatta sandinista nelle elezioni del ’90, risultato di una guerra sporca del reaganismo imperiale che voleva impedire “un’altra Cuba”, sono forti. Poi, nel 2007, Daniel Ortega riuscì a rivincere le elezioni, ma “il sandinismo” era ormai morto e sepolto.

Anche il chavismo – quel fenomeno che fece la sua clamorosa irruzione sulla scena politica del Venezuela e dell’America latina con il trionfo elettorale di Chávez del dicembre 1998 e, grazie al suo carisma personale e alla bonanza petrolifera dei primo decennio del 2000, prese poi le forme della “rivoluzione bolivariana” e, sebbene più confusamente, del “socialismo del XXI secolo” -, dopo il tracollo elettorale del 6 dicembre scorso, è morto?

Il de profundis non viene solo dalla classica (e classista) opposizione anti-chavista interna, divenuta ora maggioranza assoluta in parlamento dopo 17 anni di batoste e bocconi amari, e dalla destra internazionale che esulta, con in testa i soliti Vargas Llosa e Felipe González, per la liberazione “dal giogo chavista”. Anche nella sinistra politica e intellettuale venezuelana sono sempre più vasti i settori critici – spesso chavisti delusi, come Jorge Giordani, ex ministro del Poder Popular- con il governo di Nicolás Maduro e Diosdado Cabello, e la gestione del Partito Socialista Unito del Venezuela.
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Venezuela - Foto di Sem Paradeiro

Venezuela: il dopo Chavez è possibile. L’alternativa sarebbe peggio

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela la prossima Ucraina? Il Venezuela sulla strada delle “rivolte arabe” tipo Egitto e Tunisia, Libia e Siria? O piuttosto, vista la sua collocazione geografica e storica, il Venezuela verso il Cile di Salvador Allende (e la sua fine)?

I paragoni, spesso azzardati e grossolani, si sprecano mentre in Venezuela non accenna a scemare lo scontro cruento avviato agli inizi di febbraio dall’opposizione di destra e contrastato nelle strade e non a mani nude non solo dalla Guardia Nazionale ma anche dai “colectivos” della base chavista più militante e radicale: i Tupamaros, la Coordinadora Simón Bolívar, la Alexis Vive, sono più di cento i gruppi che operano nei ranchos, gli slums che circondano Caracas, pronti a scendere giù.

La lista dei morti continua a crescere. Erano già una ventina ma lunedì uno studente anti-chavista è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco durante scontri con i “collettivi” chavisti a San Cristóbal, stato di Táchira al confine con la Colombia. Domenica era toccato a una cilena residente in Venezuela e schierata con il chavismo, uccisa da un colpo d’arma da fuoco mentre tentava di smantellare una barricata stradale eretta dagli oppositori a Mérida, capitale dello stato omonimo. Táchira e Mérida, nell’ovest andino venezuelano, insieme ai settori orientali e “ricchi” di Caracas, la capitale, sono la roccaforte dell’opposizione più estrema.
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Venezuela - Foto di Sem Paradeiro

Venezuela: il dopo Chavez tra elezioni e conflitti interni

di Maurizio Matteuzzi

La vera partita comincia adesso. E si annuncia molto difficile per il Venezuela bolivariano e tendenzialmente socialista, sia pure del particolare “socialismo del XXI secolo”. Ma assai inquietante anche per l’America latina progressista o di sinistra (a cominciare da Cuba), e per l’America latina in generale nel caso il “Venezuela saudita” e motore generoso dell’integrazione latino-americana entri in uno stato di fibrillazione destabilizzante. Del resto era immaginabile che la drammatica scomparsa di Hugo Chavez, il carismatico e solitario leader della rivoluzione democratica Hugo Chavez, vinto dal cancro il 5 marzo scorso, non potesse passare senza conseguenze e che il passaggio al dopo-Chavez fosse indolore e lineare.

Il candidato chavista Nicolas Maduro, erede designato del “Comandante”, suo “figlio” e suo “apostolo”, ce l’ha fatta. Per un soffio, ma ce l’ha fatta. 7 milioni 505 voti per lui, 7 milioni 270 mila per il candidato dell’opposizione Henrique Capriles, 50.7% contro 49%, secondo i dati ufficiali diffusi lunedì dal Consiglio nazionale elettorale e contestati da Capriles. Uno virgola 7 per cento e 235 mila voti di differenza su quasi 15 milioni di voti. Uno scarto così esiguo difficile da ingoiare per la metà del paese che vedeva in Chavez il demonio, e per quella destra che nei 15 anni di chavismo, incapace di vincere sul piano elettoral-democratico, è più volte caduta nella tentazione golpista.

Nelle elezioni presidenziali dell’ottobre 2012 Chavez aveva (stra)vinto ancora, lasciando Capriles 10 punti e un milione e 600 voti indietro (55% contro 45%), domenica scorsa Maduro ha perso, rispetto a sei mesi fa, ha perso più di 4 punti e Capriles li ha guadagnati. Almeno un milione di voti ha cambiato candidato. E i sondaggi che in genere davano a Maduro “almeno 10 punti” di vantaggio si sono liquefatti al momento del voto.
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Hugo Chávez: un leader carismatico ma solo, un’eredità difficile e scenari inquietanti per il futuro

Hugo Chávez - Foto di Globovisióndi Maurizio Matteuzzi

Forse non si saprà mai se a uccidere il presidente Hugo Chávez, morto ieri pomeriggio a Caracas, sia stato “solo” un maledetto e inestirpabile cancro o se il cancro sia stato in qualche modo inoculato nel suo organismo da qualcuno – qualcuno che il vicepresidente Nicolas Maduro ha immediatamente indicato e identificato nel “nemico storico” del leader bolivariano -, come con qualche probabilità accadde nell’inspiegabile e mortale avvelenamento di cui morì il leader palestinese Yasser Arafat, prigioniero degli israeliani.

In un caso o nell’altro Chávez non c’è più. È scomparso a soli 58 anni, dopo 15 anni di potere che hanno non solo cambiato ma sconvolto (in senso positivo) il Venezuela. E non soltanto il Venezuela ma l’America latina (basta pensare al ruolo preponderante che Chávez ha avuto nel processo di integrazione della regione). Quando l’ex-colonnello dei parà fu eletto per la prima volta presidente, nel dicembre ’98, l’America latina era ancora sutto il tallone letale del neo-liberismo.

Il brasiliano Lula, tanto per dire, arrivò alla presidenza solo nel 2003 e l’ondata di vittorie e presidenti di sinistra o progressisti che in questi tre lustri hanno cambiato il volto dell’America latina, mutandolo da triste laboratorio sperimentale neo-liberista a vero continente della speranza, la si deve non solo ma anche a lui, Hugo Chávez Frias, visto allora dalla sinistra latino-americana ed europea (basta pensare all’ ex-Pci italiano o al Psoe spagnolo) come un personaggio ambiguo o al massimo folclorico.
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Addio a Hugo Chávez, il presidente del socialismo umanista e contro l’imperialismo delle potenze industrializzate

La morte del presidente della Repubblica Boliviana Hugo Chávez, l’alfiere dell’anti imperialismo sudamericano (e per questo ascoltato anche in molte altre aree del mondo, dai movimenti no global e dai sostenitori del “socialismo umanista”), riportata sui quotidiani venezuelani (via Kiosko.net). Intanto, su Twitter, il racconto in presa diretta dello stesso @chavezcandanga. L’ultimo tweet risale al […]

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