1989, il fantasma della libertà

di Marco Bascetta I sintomi evidenti di una crisi irreversibile della Repubblica democratica tedesca si erano ormai pienamente manifestati, e sempre più intensamente a partire dall’arrivo di Gorbaciov al Cremlino nel 1985, quando nel novembre di trenta anni fa il suo confine, simbolico e materiale, si sgretolò con incredibile rapidità, travolto da una spinta improvvisa […]

Bulgaria e Bosnia-Erzegovina - Foto di Amisnet

Tra proteste e conservazione: il caso di Bulgaria e Bosnia-Erzegovina

di Jacopo Custodi

Nel mese di febbraio la Bosnia-Erzegovina fu improvvisamente attraversata da numerose e partecipate proteste che arrivarono sugli schermi di tutto il mondo e sembrarono segnare un punto di svolta nella storia del paese. L’evento appariva ancora più interessante in quanto avveniva in un paese post-socialista, rompendo la tradizionale diffidenza della popolazione verso le manifestazioni di piazza. Le proteste furono diffuse e prolungate, mosse da un’ostilità verso la corruzione, la mala politica e i disastrosi programmi di privatizzazione messi in campo dagli ultimi governi, e assunsero una chiara dinamica di classe, in quanto composte prevalentemente da lavoratori, disoccupati e studenti.

In varie città nacquero assemblee spontanee basate sulla democrazia diretta, chiamate plenum, con dinamiche che portarono alcuni analisti a paragonarle ai Soviet della Russia prerivoluzionaria. Inoltre le mobilitazioni, anche se concentrate più nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina e meno nella Repubblica Srpska (le due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina), furono indipendenti dalle tensioni etniche che attanagliano il paese fin dalla sua nascita.

Otto mesi dopo, esattamente il 12 ottobre 2014, si sono tenute le elezioni politiche e, senza nessuno stravolgimento politico che le proteste di febbraio avevano fatto ipotizzare, ha prevalso l’istinto di conservazione: sia i grandi partiti nazionalisti delle rispettive comunità etniche sia i gruppi di potere che hanno governato il paese negli ultimi 20 anni sono rimasti al loro posto, lasciando un paese diviso e immobile, come spiega Matteo Tacconi analizzando dettagliatamente i risultati elettorali.
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Sorpresa: il sistema sovietico è il migliore?

Pravda - Foto di Surfstyledi Astrit Dakli

L’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, in sigla URSS, ha cessato di esistere nel dicembre 1991, al termine di un rapido processo di disintegrazione avviato e compiuto nell’incredulità generale nel corso dei due anni precedenti.

Da allora ad oggi in Russia (ma in Occidente già da molto prima) l’URSS e il suo sistema politico, economico e sociale sono diventati una sorta di paradigma del male, il simbolo stesso di quanto di peggio fosse concepibile da mente umana in materia di vita pubblica: una demonizzazione così intensa e profonda da portare addirittura alla rimozione della memoria, alla cancellazione – in pratica – di un lungo e cruciale periodo della storia dell’umanità, caratterizzato dall'”esperimento socialista” (che tanto peso ebbe anche nella nascita e nella crescita del nostro welfare state occidentale), e alla sua riduzione a vuote formulette esorcizzanti. Anche nel dibattito politico odierno, quando si vuol esprimere il giudizio più negativo e inappellabile su un’idea o una proposta si dice – tanto da destra quanto da sinistra, si badi – che è qualcosa di “sovietico”.

Bene: e allora com’è che a distanza di ventun anni la maggioranza dei cittadini russi (cioè di coloro che hanno vissuto direttamente sulla propria pelle quell’esperimento, e non per un breve momento ma per diverse generazioni) si dice convinta che quel sistema sarebbe ancora oggi il migliore possibile?
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