Stati generali dell’informazione, tanto rumore per quasi nulla

di Vincenzo Vita

Due ore scarse per celebrare l’apertura degli «stati generali dell’editoria» presso la presidenza del consiglio. Così ieri il premier Conte e il sottosegretario con delega Crimi hanno ottemperato a un impegno assunto nella conferenza stampa di fine anno. Peccato che la «prima» corresse su un canovaccio prestabilito, con pochi interventi e un pubblico contingentato. Per un governo che si ritiene voce narrante del popolo, non c’è male.

Se non fosse stato per Radio radicale, che peraltro l’esecutivo ha crudelmente punito dimezzandone le risorse e mettendone in forse l’esistenza, non si sarebbe conosciuto ciò che è avvenuto nelle segrete stanze, aperte ai giornalisti solo dopo forti proteste.

L’impressione è che si sia fatto tanto rumore per quasi nulla. Infatti, a parte le prevedibili parole di Conte (forse con l’eccezione positiva del cenno alle querele temerarie), la relazione di Crimi ha detto meno di ciò che le varie interviste rilasciate nell’ultimo periodo avessero indotto a supporre.

Il sottosegretario del settore si è limitato a esporre i titoli generali dei passaggi previsti per giugno, luglio e settembre: dalle agenzie di stampa, alla deontologia, agli istituti previdenziali, all’Ordine, alla distribuzione, alla concorrenza, al diritto d’autore (ma nulla sulla direttiva europea oggi nell’aula di Strasburgo).
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Televisione, la signora in gialloverde

di Vincenzo Vita

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato sul suo sito (fonte Geca Italia) la «Classifica dei 20 soggetti che hanno fruito del maggior tempo…» nello scorso mese di gennaio. Finalmente una sintesi chiara, migliore delle canoniche tabelle che confondono non poco le idee, essendo frastagliate tra tempi di parola, di antenna e così via. Purtroppo, ancora non c’è traccia in nessuna delle analisi del moltiplicatore tra i minuti della presenza in video e l’audience dell’edizione del telegiornale o del programma presa in esame.

Ovviamente, trenta secondi al Tg1 delle otto di sera vale n volte il corrispettivo all’una di notte a Rainews, a Tgcom o a Sky. Solo il «Centro di ascolto radicale» svolgeva un simile lavoro, ma purtroppo quella straordinaria struttura ha dovuto chiudere i battenti per penuria di risorse. E, quel che è peggio, rischia di lasciare l’etere Radio radicale, «rea» probabilmente agli occhi e alle orecchie degli odierni governanti di raccontare la verità sul dibattito istituzionale: tutt’altro che commendevole, anzi spesso «pornografico». Quindi, da divulgare il meno possibile.
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Governo, parlamento e inosservanza della Costituzione: una deriva pericolosa

di Carlo Smuraglia

Non ho alcuna intenzione di procedere ad una verifica delle scelte politiche del Governo e del Parlamento, sulle quali avrei – magari – non poche osservazioni da fare, ma non in questa sede. L’intento è invece quello di verificare il livello di “rispetto” della Costituzione da parte della maggioranza di Governo, intendendo per tale non solo l’osservanza puntuale delle regole scritte nella Carta, ma l’aderenza, o meno, in concreto, a quello che molti definiscono, al di là delle singole disposizioni, “lo spirito” della Costituzione. A questo fine, occorre una brevissima premessa, solo per chiarezza.

Secondo l’art. 1 della Costituzione, la nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro; la sovranità popolare appartiene al popolo, che la esercita attraverso lo strumento parlamentare. Implicita, in questa disposizione e in altre, la necessità di una reale partecipazione dei cittadini, in altre parole di un serio ed effettivo esercizio della sovranità popolare. Da ciò, il fondamentale rilievo della rappresentanza e della funzionalità rigorosa del sistema parlamentare, fondato sulla centralità del Parlamento.

Ma accanto a questi “pilastri” essenziali, c’è un sistema fatto non solo di princìpi, di regole e di valori, ma – come accennato – anche di un complesso di elementi che sono considerati lo “spirito della Costituzione” (il valore della persona, la dignità, il lavoro, la solidarietà, l’uguaglianza, la legalità e l’etica, l’antifascismo e l’antirazzismo, per limitarsi all’essenziale).
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Luigi De Magistris: “Il mio obiettivo è candidarmi alla guida del Paese”

di Stefania Rossini

Luigi De Magistris è un uomo senza mezze misure. Nelle scelte di campo e negli scontri che hanno segnato la sua vita di magistrato e di politico, ha avuto sempre un atteggiamento frontale: io sono nel giusto e voi no. E, come in uno specchio, non ci sono mezze misure nei suoi confronti. Lo si ama o lo si odia questo sindaco che si atteggia a guappo ma ha alle spalle una famiglia borghese con ascendenze nobili. Lo si ama perché, come diceva Ermanno Rea, non è un moderato, e lo si detesta per lo stesso motivo. Se molti napoletani sostengono che con la sua amministrazione la città ha ritrovato lo splendore, altri lamentano il caos urbano e la violenza nelle strade. Se lui stesso invoca il bene comune e rivendica di essere stato l’unico a far rispettare il referendum sull’acqua pubblica, gli si risponde che è il sindaco dei centri sociali e non della città.

Ma a 51 anni, con un’avvenenza virile intatta di cui fa un uso consapevole e con una padronanza politica ormai allenata, l’ex magistrato è pronto a lanciarsi in nuove sfide politiche. Ce le racconta in questo colloquio quasi confidenziale dove mostrerà anche un’inaspettata duttilità.

È noto che si sta preparando alle elezioni europee di primavera e anche alle regionali del 2020. Davvero vuole fare tutto?

«Candidarmi alla Regione è inevitabile. Mi ci costringe l’atteggiamento del governatore De Luca, talmente ostile da non permettere neanche un minimo di dialogo istituzionale. Se mi sentirò appoggiato da una forte spinta popolare, lo sfiderò con il solo rammarico di lasciare Napoli un anno prima della fine del mandato».
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Lo scontro Italia-Ue in un vicolo cieco

di Alfonso Gianni

Come era prevedibile, alla Commissione Europea la risposta del governo italiano che intende mantenere inalterati i dati riguardanti i saldi e la crescita non è piaciuta affatto. Finisce così miseramente l’improbabile tentativo di mediazione del ministro Tria, con l’incerto e inefficace sostegno del presidente del Consiglio. Vasi di coccio finiti tra vasi di ferro, quali, per ora, sono Salvini e Di Maio.

I primi a chiedere che all’Italia non si conceda nulla e che anzi bisogna aprire una procedura d’infrazione nei nostri confronti sono stati paesi come l’Austria e l’Olanda. L’internazionale nazional-sovranista è una contraddizione in termini, peggio che un ossimoro. E infatti alla prima prova più che liquefarsi non si è neppure appalesata. Durissimo il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger – membro di un governo nel quale i popolari governano con il partito dell’ultradestra guidato da Strache – con una dichiarazione che come si sa ha l’effetto di mandare in bestia i nostri governanti: “L’Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco”. Con la rilevante differenza che il peso dello Stivale è assai maggiore di quello del paese ellenico e i pericoli di contagio ancora maggiori. Infatti lo stesso ministro austriaco ha aggiunto che “non si tratta di una questione italiana, ma europea”. Avendo in questo caso del tutto ragione, ma in un senso ben diverso da quello che intende.
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I falchi del Pd sperano in una crisi di governo e rimandano ancora il congresso

di Sergio Caserta

Appare sempre più evidente la contraddizione politica in cui si trovano il governo e la sua contorta maggioranza. L’asse M5S e Lega al di là delle ostentazioni è sempre più vicino ad una possibile rottura, che finora non è avvenuta forse più per responsabilità dei media che hanno spinto, con i loro attacchi furibondi, verso un consolidamento dell’alleanza. Ora però che giungono al pettine importanti nodi, ovvero il decreto sicurezza punto di forza di Salvini e le decisioni intorno ai progetti infrastrutturali Tap e Tav, contro i quali è cresciuta la “cultura alternativa” dei M5S, le cose si fanno sempre più difficili.

I due soci al governo cercano di eludere le difficoltà scommettendo sugli altri provvedimenti che creano consenso e cementano il blocco ovvero reddito di cittadinanza, pensioni quota 100 e condono (o simil condono). Ma potrebbe non bastare se l’andamento della produzione industriale, della borsa e del rendimento dei titoli di Stato si mantiene sui livelli attuali, tant’è che li rinviano stralciandoli dal DEF.

È la scommessa a breve termine su cui puntano i falchi del Pd, ovvero Renzi & C.: con una crisi di governo immediata avrebbero un ottimo motivo per rinviare il congresso alle calende greche, per cercare di riaprire i giochi dentro il partito attualmente proteso, nonostante tentennamenti e contraddizioni, verso un diverso assetto politico.
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Quella del sindaco di Riace è disobbedienza civile

di Luigi Ambrosio

Il sindaco di Riace, Domenico Lucano, non è mai stato tipo che si nasconde. Ha sempre svolto il suo lavoro alla luce del sole e anche le intercettazioni telefoniche che sono utilizzate come elemento di accusa nei suoi confronti lo dimostrano. Nelle conversazioni, il sindaco spiega che una donna di nazionalità nigeriana occorre che si sposi per poter ottenere i documenti necessari per il permesso di soggiorno. Altrimenti, data la sua condizione, verrebbe espulsa. Il sindaco aggiunge che in caso di matrimonio lui si sarebbe fatto carico di produrre tutti i documenti necessari consentirle di rimanere in Italia.

Secondo il procuratore di Locri, Luigi D’Alessio, il sindaco si sarebbe più volte e in modo inequivocabile adoperato per organizzare matrimoni di comodo. Con una “spigliatezza disarmante” dice il procuratore. Stabilirà la magistratura se i reati siano effettivamente stati commessi. A Salvini, che ha esultato per l’arresto, ha risposto Emma Bonino ricordando l’importanza di essere garantisti, sempre. “Ancora una volta una vicenda tutta da chiarire nei suoi aspetti giudiziari è trasformata in un’arma di propaganda e gettata nel tritacarne mediatico e social da un ministro della Repubblica italiana” ha scritto Bonino.

È significativo che sia stata proprio lei a esprimersi. Emma Bonino è stata tra le principali protagoniste di battaglie che si sono basate anche disobbedienza civile. Nel caso di Riace, la disobbedienza civile è uno strumento di azione risposta politica contro comportamenti sempre più punitivi nei confronti dei migranti da parte del Governo. Questo, al netto dell’esito della vicenda giudiziaria su cui, come ricorda Bonino, occorre essere garantisti.
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L’acqua pubblica è democrazia

di Alex Zanotelli

Questi sette anni dalla vittoria referendaria (2011) sono stati molto duri e deprimenti per chi si è impegnato per la gestione pubblica dell’acqua. Ben cinque governi si sono succeduti in questi sette anni (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) senza tener conto del risultato referendario. Eppure il popolo italiano aveva deciso a larga maggioranza che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto sull’acqua. Una chiara riprova questa che la politica non obbedisce al volere popolare, ma è prigioniera dei poteri economico-finanziari. Inutili anche tutti i tentativi fatti per far discutere in Parlamento la Legge di iniziativa popolare sull’acqua che aveva ottenuto quasi un milione di firme. Questa Legge stravolta è rimasta intrappolata nella Commissione Ambiente presieduta da Realacci (PD) e mai discussa poi in Parlamento. Ma anche i Cinque Stelle, la cui prima Stella fu la gestione pubblica dell’acqua, non sono riusciti a regalarcela in città pentastellate come Roma, Torino e Livorno. L’unica grande città italiana che ha obbedito al Referendum è ancora Napoli.

Nonostante tutto questo il movimento italiano dell’acqua ha continuato a resistere in maniera carsica sui territori. Siamo grati ai comitati locali e ai coordinamenti per la gestione pubblica dell’acqua perché nonostante tutto sono stati capaci di continuare a resistere. Ma ora mi sembra di percepire un’inversione di tendenza. L’ho percepita quando sono stato invitato a Brescia a lanciare il Referendum Provinciale per bloccare la vendita ai privati dell’acqua che, a Brescia, è al 100% pubblica. Il comitato dell’acqua, guidato da uomini impegnati come Marco Apostoli, si è opposto a questo ed ha forzato la Provincia, con l’appoggio di 54 consigli comunali, a indire un Referendum che si terrà il 18 novembre.
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Migranti: presa di posizione pubblica contro la politica del governo Salvini-Di Maio

Siamo docenti universitari, insegnanti, scrittori, artisti, attori, registi, economisti, membri della società civile. Denunciamo come incostituzionale, moralmente inaccettabile e contraria ai più elementari diritti umani la politica sull’immigrazione del governo Salvini-Di Maio. Nel futuro non assisteremo senza opporci con tutti i possibili mezzi legali al respingimento di navi umanitarie, alla minaccia di “censimenti” di tipo etnico-razzista o ad altri fatti di questa gravità.

Denunciamo come ugualmente pericoloso, incostituzionale e inaccettabile l’intero asse politico europeo di orientamento razzista e nazionalista cui questo governo guarda ideologicamente. Da sempre i flussi migratori sono naturali ed essenziali per le civiltà umane; il rispetto della diversità culturale, del diritto d’asilo e del diritto all’integrazione – principi duramente conquistati dall’Europa con la sconfitta del nazifascismo -, sono l’unica strada che è necessario regolare e percorrere, naturalmente a livello europeo.
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La Costituzione sia il faro del governo

di Alfiero Grandi

Errori? Tanti, ma non se ne può restare ostaggi. È vero che il Pd ha sbagliato respingendo la possibilità di costruire un’ipotesi di governo con i 5 Stelle. Questo ha spinto i 5 Stelle a un’intesa con la Lega. I 5 Stelle con la litania che destra e sinistra non esisterebbero più hanno aderito a un’intesa con la Lega che rischia seriamente di fagocitarli. Per evitarlo i 5 Stelle provano a reagire rilanciando i loro obiettivi caratterizzanti.

Del resto il “contratto” con cui è stato giustificato l’accordo con la Lega contiene una sommatoria di impegni. Ad esempio reddito di cittadinanza e flat tax sono scelte agli antipodi e per di più incompatibili dal punto di vista dei costi, quindi inevitabile fonte di tensioni nella coalizione. Altrimenti perché tanto impegno nel sostenere che non ci sono tensioni?

Salvini vuole incassare il maggior consenso possibile, ma la sua forzatura nel dichiarare e minacciare è anche consapevolezza che non c’è spazio per tutto e quindi chi occupa per primo le posizioni ha un vantaggio. È una coalizione con un’inevitabile competizione interna. È poco valorizzato un aspetto fondamentale che si sta rivelando decisivo: la Costituzione.
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