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Ma la partita per il governo è un’altra cosa

di Luigi Ambrosio

Dal discorso di insediamento di Maria Elisabetta Casellati, appena eletta presidente del Senato grazie all’accordo tra centrodestra e Movimento 5 Stelle, si può comprendere quale sarà la strategia di Berlusconi per non morire stritolato dalla tenaglia rappresentata da Salvini e da Di Maio.

Un discorso ecumenico, in cui ha sottolineato la necessità del riconoscimento reciproco tra le forze politiche, ha lodato il presidente Mattarella e il presidente emerito Napolitano, e quest’ultimo non è un dettaglio data la natura del discorso che Napolitano aveva tenuto il giorno prima inaugurando i lavori del Senato.

La responsabilità del governo spetta ai vincitori, Movimento 5 Stelle e centrodestra, aveva detto Napolitano. Bisogna ascoltare il Quirinale, aveva aggiunto. E occorre garantire continuità nel rapporto con l’Europa, aveva sottolineato. Parole i cui contorni si definiscono ancora di più ora, illuminati dai fatti successivi.

Casellati rappresenta in pieno la linea della continuità chiesta da Napolitano, in sintonia con Mattarella. Il rischio che si vuole evitare, al Colle, sarebbe quello di un governo sovranista composto dal Movimento 5 Stelle alleato di una Lega che rompesse davvero con Forza Italia. Se la preoccupazione delle Istituzioni è legata a una visione generale, il coincidente interesse di Berlusconi è legato alla sua personale sopravvivenza politica. Il capo di Forza Italia è deciso a resistere il più possibile tenendo legato a sé Salvini.

Se il M5S sceglie il Caimano

di Paolo Flores d’Arcais

Con il cinico opportunismo dei reazionari, la destra di Salvini-Berlusconi-Meloni sta manovrando con il vento in poppa. Perché il M5S sembra attratto dalla sirena, malgrado sia noto che ha coda di caimano. È la linea di Giuliano Ferrara, che è sempre stato il cervello più lucido del berlusconismo (e ne ha considerato il renzismo figlio naturale e prediletto): un accordo destra (tutta)-M5S, con premier Giovanni Maria Flick (ministro anti Mani pulite, la scelta più sciagurata di Romano Prodi).

Il primo step sembra sia pronto per essere imbandito: presidenza della Camera a Fico o Fraccaro, del Senato alla Bernini o Romano o Gasparri (non è “scherzi a parte”). A questo punto un accordo di governo tra Di Maio e la destra (tutta) diventerebbe l’ordine delle cose, l’attrazione newtoniana. Il braccio di ferro sul premier sarebbe feroce e flautato, ma tirarsi fuori dalla pania sempre più difficile. Per entrambi i promessi, ma per i grillini più che per i salvuscones. E per il M5S, che finisse in governo o in rissa sui gradini dell’altare, con successive elezioni in clima impregiudicabile, inizierebbe il declino.

Senza ricorrere a Nostradamus: i cinquestelle perderebbero tutti i voti dei cittadini in rivolta per giustizia e libertà, gli resterebbero solo gli enragés delle partite Iva, ma in quest’orizzonte Salvini (e Berlusconi!) sono i pesci nell’acqua, i grillini di “onestà” finirebbero naufraghi.

Diario dopo il 4 marzo

di Francesco Indovina

Ci sono degli avvenimenti che lacerano la rete dei nostri riferimenti e che ci spiattellano l’inconsistenza della nostra conoscenza della realtà. Avevamo una idea del mondo che non corrisponde completamente alle trasformazioni avvenute. Una ignoranza dettata da pigrizia, dall’essere affezionati ai nostri idoli, di cui si era in parte consapevoli ma che, in un certo senso, l’allontanavamo per paura.

La trasformazione dell’essenza dei rapporti sociali di produzione, gli effetti della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle diseguaglianze sociali, l’emarginazione di molto lavoro, la modifica dei riferimenti culturali, la trasformazione delle relazioni sociali, l’individualismo esasperato, l’egoismo, la violenza come essenza dell’individuo, l’incapacità di riconoscersi in altri, la diversità, di qualsiasi tipo, assunta come “vezzosa” conquista ma anche come insopportabile… di tutto questo si aveva cognizione ma contemporaneamente i nostri occhi erano opachi e non riuscivano a distinguere forme e colori del quadro complessivo.

Sentivamo che molti dei valori ai quali eravamo legati, come libertà, uguaglianza, solidarietà, accoglienza, giustizia sociale non vivevano più come sistema nervoso della nostra società, ma ci sembrava di dover attribuire, questo nostro sentire, al pessimismo.

Elezioni: cosa significa amministrare lo Stato

di Silvia R. Lolli

Dopo la 24 ore non di LeMans, ma di “MaratonaMentana” su La7, di 48 ore di dati elettorali e a distanza di 72 ore dall’inizio della tornata elettorale, leggendo il FattoQuotidiano del 6 marzo finalmente ci ri-appare il dato primario per capire le sorti della nostra democrazia: l’abbassamento della percentuale dei votanti. Non siamo certo ancora arrivati al livello americano: alle ultime presidenziali andò a votare il 27% degli venti diritto. Ma chi esporta la democrazia in tutto il mondo a suon di guerre, può ancora dirsi in democrazia?

Da noi il 4 marzo (purtroppo data associata a Dalla.) è andato a votare il 73% degli aventi diritto, una percentuale perfino inattesa, in un momento in cui, fra l’altro e nonostante la pochezza della campagna elettorale, ogni cittadino poteva ravvisare l’importanza civica del momento.

Altri dati forse si potranno analizzare più avanti come schede nulle, bianche, dichiarazioni di elettorali davanti ai presidenti. Sarà possibile leggere serie e non coinvolte analisi, in questo circo mediatico della politica? Oggi possiamo dire due cose: 1) meno male che nel 2016 i cittadini mantennero l’attuale Costituzione; 2) meno male che c’è il M5S.

Il governo di larghe intese piace ai mercati

di Alfonso Gianni

È già possibile cominciare a ragionare sul dopo 4 marzo. Certamente non è facile, potrebbe essere imprudente. Per il semplice motivo che la legge elettorale, oltre a profili di dubbia costituzionalità, presenta anche un’assoluta imprevedibilità. I suoi inventori si sono dimostrati dei classici apprendisti stregoni. Avrebbero voluto fare una legge per garantire stabilità e prevedibilità, otterranno con ogni probabilità esattamente il contrario. Sarà comunque davvero difficile, se non impossibile, che gli italiani – per riprendere il mantra dei sostenitori delle ultime leggi elettorali – la sera stessa, finiti gli scrutini, possano conoscere il loro nuovo governo.

L’escamotage delle coalizioni prive di idealità e programmi definiti non è sufficiente a risolvere il problema. Però, può proprio essere questa la scappatoia. Non è affatto impossibile che le coalizioni formatesi per la campagna elettorale tornino a scomporsi il giorno dopo il voto, per concorrere a formare governi di intese più o meno larghe. Tali comunque da essere sorretti da una maggioranza parlamentare ben diversa da quella che è stata presentata ai cittadini durante la campagna elettorale. La stessa ipotesi di un governo del Presidente può aiutare anziché contraddire questo esito.

Per capire quello che può succedere è buona norma, anche se certo non l’unica, dare uno sguardo al comportamento degli operatori economici a livello internazionale e interno. A questi livelli la imminente scadenza elettorale italiana non sembra provocare grandi fibrillazioni.

L’Anac chiede al governo di essere europeo

di Vincenzo Vita

Ancorché abbia fama di abilità tattica, il ministro Franceschini ha fatto uno strano uno-due. Da una parte ha voluto a tutti i costi una modestissima legge sul cinema (n.220 del novembre 2016) in cui l’universo degli autori e delle esperienze indipendenti è stato maltrattato a favore delle produzioni più potenti, dall’altra ha varato un coraggioso decreto legislativo sulla promozione delle opere europee e italiane che abbisognerebbe proprio del sostegno attivo delle categorie indebolite. Infatti, la valorizzazione delle “quote” contraddice in parte lo spirito conservatore della norma-madre.

E così, l’abile Dario ha trovato freddezza e voglia di rinvio a palazzo Chigi, rafforzate dalla plateale ostilità delle emittenti televisive, pressoché tutte. Rai, Mediaset, La7, Sky, Discovery e così via hanno chiesto lo stop del provvedimento, forti del loro enorme potere di influenza sul ceto politico. C’è aria di trattativa, ora. Forse il testo approderà nel consiglio dei ministri della prossima settimana. Ma, c’è da giurarci, l’articolato nel frattempo si stempererà. Salvo miracoli laici.

Del resto, il tema delle quote è attraversato da un forte conflitto sul controllo delle risorse. I broadcaster hanno l’interesse a riempire i palinsesti di programmi chiavi in mano curati dai “procuratori” (vedi la polemica al riguardo in seno alla commissione parlamentare di vigilanza) e di talk seriali. Il mondo dell’industria culturale chiede, invece, qualità e spazi originali, che certamente renderebbero migliori i contenuti. Anzi.

Chi vuole fare la sinistra: un abbraccio è un abbraccio

di Antonio Gibelli

Inutile negarlo: un abbraccio è un abbraccio, come un pacca sulla spalla è una pacca sulla spalla e un sorriso è un sorriso, specie se affettuoso e timido come quelli che sfodera di regola Giuliano Pisapia. Inutile cercare scuse del tipo: si è trattato di un gesto di cortesia, in fondo ero ospite, sono solo andato a salutarla. Niente da fare. Un abbraccio è un abbraccio, come una rosa è una rosa, né più né meno.

Almeno avesse cercato di dissimulare, come suggerisce una fine stratega, autrice del commento più sagace, una vera pietra miliare nella storia della sinistra eternamente perdente: «Non doveva essere così plateale», «bisognava farlo in modo meno entusiastico», insomma «bastava usare un poco più di discrezione». Nascondersi dietro uno stand, per esempio, e consumare in fretta. Oppure stringere la mano voltandosi dall’altra parte, come fece Letta salutando Renzi al cambio della guardia governativo.

Ma Pisapia no, non è stato abbastanza accorto, non è stato capace. Non sará mai un leader. I veri leader, se proprio necessario, lanciano l’abbraccio ma ritirano la guancia. Altrimenti «il nostro popolo», anzi non tutto, solo «un pezzo del nostro popolo», si disorienta o addirittura storce il naso. Ma come, pensa il popolo, abbracciare il nostro nemico? E contro chi allora faremo la guerra? E quando Bersani abbracciò Alfano allora? Non ci furono proteste anche allora?

Venezuela: il socialismo alla prova

di Geraldina Colotti

Nell’ascensore dalle porte capestro, un ragazzo dal sorriso aperto impedisce alla nuova venuta di rimetterci il naso. Scambio di battute. Dove sta andando, perché si trova qui? Quando si è da sole in Venezuela in un momento simile, un po’ di prudenza nelle risposte non guasta. La sera prima ci siamo incappate in un esagitato portoghese che guidava il taxi imprecando contro Maduro come si brontola contro il cambio del tempo: dava per scontato che un’europea dovesse essere d’accordo con lui a prescindere.

Perciò ora restiamo nel vago. Ribaltiamo la domanda: “Lei che fa?” “Operaio petrolifero È dice il ragazzo È vengo dal Zulia per presentare al presidente di Pdvsa un progetto di lavoro che la mia squadra ha messo a punto: si risparmia sui tempi, sui costi e con una miglior qualità di lavoro sulle piattaforme”. La storia ci interessa. Siamo nelle 48 ore dello “sciopero generale” proclamato dall’opposizione che, secondo i media internazionali, avrebbe avuto un’adesione superiore al 90%. Qual è l’umore fra gli operai petroliferi, nerbatura della principale ricchezza del paese?

Il ragazzo racconta. Lavorare sulle piattaforme È spiega È è sempre stato il suo sogno. Prima di Chavez, però, era difficile accedere senza specializzazione per una famiglia povera, poi c’erano le mafie del lavoro, le tangenti, certe vie gerarchiche da seguire. Insomma, poche possibilità. Dopo la vittoria di Chavez, nel 1998, le cose cambiano. Il giovane si fa avanti, lo mettono alla prova: “Osservavo tutto e prendevo nota È dice ora È porto sempre con me un quaderno come questo. Gli operai più esperti sono stati i miei maestri. La storia del colpo di Stato e della serrata petrolifera padronale, mi ha insegnato il resto”.

Roma e la strategia dei rami sporgenti: analisi del primo anno di governo dei 5 stelle

Virginia Raggi

di Sandro Medici

Come successe con Marino e, prima di lui, anche con Alemanno, il consenso ricevuto da Virginia Raggi va molto al di là dell’adesione politica o del riconoscersi in un programma elettorale: contiene soprattutto una speranza. La speranza che questa nuova amministrazione possa risollevare Roma dalle sue dolenti pene. Che poi il movimento cinquestelle riesca davvero a schiodare questa città afflitta ed esanime, è ancora da vedere; anzi, i risultati di questo primo anno di governo non appaiono particolarmente incoraggianti, come evidenziano sondaggi in verità un tantino sospetti. E del resto un po’ tutti se ne stanno rendendo conto, anche tra gli stessi elettori della Raggi. Ma quell’aspettativa non sembra tuttavia appannarsi. Malgrado un cammino pericolante e incertezze d’ogni genere, nonostante pasticci, capricci, dispetti e ripetute turbolenze, a prevalere in città è tuttora un diffuso sentimento di indulgenza politica.

Nessuno poteva ragionevolmente pensare che con l’avvento delle cinque stelle, gli innumerevoli problemi di Roma si sarebbero d’incanto risolti. Ma solo per stabilizzare l’intelaiatura politico-amministrativa c’è voluto un anno intero, peraltro ancora non del tutto. E durante questo prolungato assestamento, il ponte di comando del Campidoglio è stato tempestato da conflitti, crisi, dimissioni, contorsioni, avvicendamenti, ripensamenti, nomine incaute e revoche precipitose, forse congiure e di certo raggiri, oltreché da denunce, esposti, sentenze e inchieste ancora in corso.

La sindaca Raggi ha barcollato a più riprese, coinvolta anche direttamente tra avventatezze istituzionali e trame politiche. Si è perfino profilato il suo addio. Ma è riuscita a sopravvivere, provata ma tenacemente convinta ad andare avanti, soprattutto dopo aver ricevuto il sostegno, inizialmente sofferto ma alla fine risoluto, di Beppe Grillo in persona. E ora, superati inciampi e squilibri, con un assetto relativamente consolidato, si potrà forse comprendere meglio l’azione politica della giunta romana, la sua impronta culturale, i suoi intenti e i suoi metodi, le strategie, le pratiche, gli strumenti. Cosa che finora è apparsa sfuggente e contraddittoria, e per lo più manchevole.

Venezuela: le ragioni di un Paese sull’orlo del baratro

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela sull’orlo del baratro. Crisi economica drammatica (pil -11% nel 2016, inflazione al 700% l’anno passato e, per l’FMI, 1600% quest’anno), stallo politico totale, tessuto sociale a forte rischio di rottura con emergenza sanitaria e penuria alimentare, scontri e morti nelle strade (già una sessantina), chavismo nell’angolo e destra scatenata dall’odore di una rivincita attesa da vent’anni, crescente isolamento latino-americano e internazionale.

Se nei mesi (o settimane) a venire il punto di non ritorno sarà toccato e il governo del presidente Nicolás Maduro dovesse cadere in un modo o nell’altro (ma il modo conta, eccome), sarebbe un colpo fatale per il “socialismo del XXI secolo” sbozzato negli anni ’90 del ‘900 da Hugo Chávez e Fidel Castro. Dopo la sconfitta del peronismo kirchnerista di centro-sinistra e lo smaccato riflusso neo-liberista nell’Argentina del presidente Mauricio Macri; dopo la triste deriva del decennio di Lula e il golpe parlamentare anti-Dilma di Michel Temer (a sua volta, per fortuna, a forte rischio) in Brasile; dopo la deludente perfomance anche della seconda presidenza di Michelle Bachelet e la prospettiva di un prossimo ritorno della destra post-pinochettista di Sebastián Piñera in Cile; con le inquietanti incognite di una Bolivia in cui il pur popolarissimo Evo Morales, dopo il referendum perso di misura l’anno passato, non potrà ripresentarsi (salvo sorprese) alle presidenziali del 2020, e di una Cuba impegnata in una impervia transizione al post-castrismo (Fidel, il simbolo, morto nel novembre scorso, Raúl, il gestore, all’uscita di scena annunciata per il febbraio prossimo).