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Chi vuole fare la sinistra: un abbraccio è un abbraccio

di Antonio Gibelli

Inutile negarlo: un abbraccio è un abbraccio, come un pacca sulla spalla è una pacca sulla spalla e un sorriso è un sorriso, specie se affettuoso e timido come quelli che sfodera di regola Giuliano Pisapia. Inutile cercare scuse del tipo: si è trattato di un gesto di cortesia, in fondo ero ospite, sono solo andato a salutarla. Niente da fare. Un abbraccio è un abbraccio, come una rosa è una rosa, né più né meno.

Almeno avesse cercato di dissimulare, come suggerisce una fine stratega, autrice del commento più sagace, una vera pietra miliare nella storia della sinistra eternamente perdente: «Non doveva essere così plateale», «bisognava farlo in modo meno entusiastico», insomma «bastava usare un poco più di discrezione». Nascondersi dietro uno stand, per esempio, e consumare in fretta. Oppure stringere la mano voltandosi dall’altra parte, come fece Letta salutando Renzi al cambio della guardia governativo.

Ma Pisapia no, non è stato abbastanza accorto, non è stato capace. Non sará mai un leader. I veri leader, se proprio necessario, lanciano l’abbraccio ma ritirano la guancia. Altrimenti «il nostro popolo», anzi non tutto, solo «un pezzo del nostro popolo», si disorienta o addirittura storce il naso. Ma come, pensa il popolo, abbracciare il nostro nemico? E contro chi allora faremo la guerra? E quando Bersani abbracciò Alfano allora? Non ci furono proteste anche allora?

Venezuela: il socialismo alla prova

di Geraldina Colotti

Nell’ascensore dalle porte capestro, un ragazzo dal sorriso aperto impedisce alla nuova venuta di rimetterci il naso. Scambio di battute. Dove sta andando, perché si trova qui? Quando si è da sole in Venezuela in un momento simile, un po’ di prudenza nelle risposte non guasta. La sera prima ci siamo incappate in un esagitato portoghese che guidava il taxi imprecando contro Maduro come si brontola contro il cambio del tempo: dava per scontato che un’europea dovesse essere d’accordo con lui a prescindere.

Perciò ora restiamo nel vago. Ribaltiamo la domanda: “Lei che fa?” “Operaio petrolifero È dice il ragazzo È vengo dal Zulia per presentare al presidente di Pdvsa un progetto di lavoro che la mia squadra ha messo a punto: si risparmia sui tempi, sui costi e con una miglior qualità di lavoro sulle piattaforme”. La storia ci interessa. Siamo nelle 48 ore dello “sciopero generale” proclamato dall’opposizione che, secondo i media internazionali, avrebbe avuto un’adesione superiore al 90%. Qual è l’umore fra gli operai petroliferi, nerbatura della principale ricchezza del paese?

Il ragazzo racconta. Lavorare sulle piattaforme È spiega È è sempre stato il suo sogno. Prima di Chavez, però, era difficile accedere senza specializzazione per una famiglia povera, poi c’erano le mafie del lavoro, le tangenti, certe vie gerarchiche da seguire. Insomma, poche possibilità. Dopo la vittoria di Chavez, nel 1998, le cose cambiano. Il giovane si fa avanti, lo mettono alla prova: “Osservavo tutto e prendevo nota È dice ora È porto sempre con me un quaderno come questo. Gli operai più esperti sono stati i miei maestri. La storia del colpo di Stato e della serrata petrolifera padronale, mi ha insegnato il resto”.

Roma e la strategia dei rami sporgenti: analisi del primo anno di governo dei 5 stelle

Virginia Raggi

di Sandro Medici

Come successe con Marino e, prima di lui, anche con Alemanno, il consenso ricevuto da Virginia Raggi va molto al di là dell’adesione politica o del riconoscersi in un programma elettorale: contiene soprattutto una speranza. La speranza che questa nuova amministrazione possa risollevare Roma dalle sue dolenti pene. Che poi il movimento cinquestelle riesca davvero a schiodare questa città afflitta ed esanime, è ancora da vedere; anzi, i risultati di questo primo anno di governo non appaiono particolarmente incoraggianti, come evidenziano sondaggi in verità un tantino sospetti. E del resto un po’ tutti se ne stanno rendendo conto, anche tra gli stessi elettori della Raggi. Ma quell’aspettativa non sembra tuttavia appannarsi. Malgrado un cammino pericolante e incertezze d’ogni genere, nonostante pasticci, capricci, dispetti e ripetute turbolenze, a prevalere in città è tuttora un diffuso sentimento di indulgenza politica.

Nessuno poteva ragionevolmente pensare che con l’avvento delle cinque stelle, gli innumerevoli problemi di Roma si sarebbero d’incanto risolti. Ma solo per stabilizzare l’intelaiatura politico-amministrativa c’è voluto un anno intero, peraltro ancora non del tutto. E durante questo prolungato assestamento, il ponte di comando del Campidoglio è stato tempestato da conflitti, crisi, dimissioni, contorsioni, avvicendamenti, ripensamenti, nomine incaute e revoche precipitose, forse congiure e di certo raggiri, oltreché da denunce, esposti, sentenze e inchieste ancora in corso.

La sindaca Raggi ha barcollato a più riprese, coinvolta anche direttamente tra avventatezze istituzionali e trame politiche. Si è perfino profilato il suo addio. Ma è riuscita a sopravvivere, provata ma tenacemente convinta ad andare avanti, soprattutto dopo aver ricevuto il sostegno, inizialmente sofferto ma alla fine risoluto, di Beppe Grillo in persona. E ora, superati inciampi e squilibri, con un assetto relativamente consolidato, si potrà forse comprendere meglio l’azione politica della giunta romana, la sua impronta culturale, i suoi intenti e i suoi metodi, le strategie, le pratiche, gli strumenti. Cosa che finora è apparsa sfuggente e contraddittoria, e per lo più manchevole.

Venezuela: le ragioni di un Paese sull’orlo del baratro

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela sull’orlo del baratro. Crisi economica drammatica (pil -11% nel 2016, inflazione al 700% l’anno passato e, per l’FMI, 1600% quest’anno), stallo politico totale, tessuto sociale a forte rischio di rottura con emergenza sanitaria e penuria alimentare, scontri e morti nelle strade (già una sessantina), chavismo nell’angolo e destra scatenata dall’odore di una rivincita attesa da vent’anni, crescente isolamento latino-americano e internazionale.

Se nei mesi (o settimane) a venire il punto di non ritorno sarà toccato e il governo del presidente Nicolás Maduro dovesse cadere in un modo o nell’altro (ma il modo conta, eccome), sarebbe un colpo fatale per il “socialismo del XXI secolo” sbozzato negli anni ’90 del ‘900 da Hugo Chávez e Fidel Castro. Dopo la sconfitta del peronismo kirchnerista di centro-sinistra e lo smaccato riflusso neo-liberista nell’Argentina del presidente Mauricio Macri; dopo la triste deriva del decennio di Lula e il golpe parlamentare anti-Dilma di Michel Temer (a sua volta, per fortuna, a forte rischio) in Brasile; dopo la deludente perfomance anche della seconda presidenza di Michelle Bachelet e la prospettiva di un prossimo ritorno della destra post-pinochettista di Sebastián Piñera in Cile; con le inquietanti incognite di una Bolivia in cui il pur popolarissimo Evo Morales, dopo il referendum perso di misura l’anno passato, non potrà ripresentarsi (salvo sorprese) alle presidenziali del 2020, e di una Cuba impegnata in una impervia transizione al post-castrismo (Fidel, il simbolo, morto nel novembre scorso, Raúl, il gestore, all’uscita di scena annunciata per il febbraio prossimo).

2017, l’anno cruciale di Atene

La crisi in Grecia

di Dimitri Deliolanes

Il 2017 sarà un anno cruciale nel lungo confronto tra il governo di Alexis Tsipras e le autorità europee che, proprio sul caso greco, dovranno prendere decisioni importanti anche per gli equilibri di tutta l’eurozona.

Un primo assaggio delle intenzioni della Commissione si avrà a metà gennaio, quando il “quartetto” (ex troika) tornerà ad Atene per concludere la seconda valutazione. Si tratta di una scadenza importante perché dalle loro conclusioni dipenderà l’ingresso della Grecia nel programma di quantitative easing della BCE e anche l’inizio di un primo tentativo di tornare ai mercati finanziari internazionali.

Se i creditori metteranno al primo posto delle loro richieste questioni che riguardano il nuovo diritto del lavoro, allora sarà evidente che si cerca una mediazione ragionevole. Il governo di Alexis Tsipras ha già manifestato la sua disponibilità ad andare incontro alle richieste europee, mantenendo in vigore il diritto del lavoro europeo. In pratica, si tratta di abbandonare le richieste radicali, espresse dal FMI l’anno scorso, di legalizzare le serrate e i licenziamenti in massa ma di mettere ordine nel diffuso lavoro nero, ridurre i casi di falso lavoro autonomo, disciplinare i permessi sindacali e altre questioni del genere.

Se invece i creditori adotteranno le richieste del FMI di imporre già da ora nuovi tagli di bilancio per 4,2 miliardi di euro per gli anni 2019- 2020, allora è evidente che sarà difficile trovare una mediazione.

Come ti faccio un governo uguale a quello di prima, solo più rabberciato

di Loris Campetti

Si può nominare ministro dell’agricoltura il presidente della Monsanto? Si può far dirigere il dicastero della sanità a Vanna Marchi? Si può assegnare a Dracula la guida dell’Avis? Si può mettere il lupo a guardia del gregge? Perché no, dipende dal programma politico del governo: se avessimo lasciato lavorare il povero Renzi, invece di dargli una tranvata costituzionale, forse qualcuno di questi obiettivi sarebbe stato raggiunto, magari dopo un radioso successo elettorale del PdR nel 2018, o anche prima.

Invece il governo prodotto dalla tranvata non poteva che essere un rabberciato restyling, sicuramente meno radioso dell’originale. Di conseguenza anche gli obiettivi programmatici del successore del sindaco d’Italia, il mancato sindaco di Roma Paolo Gentiloni, non possono che essere un po’ meno spettacolari. Eppure un colpo di genio si è visto, alla lettura dell’elenco dei nuovi ministri: Valeria Fedeli ministro della pubblica istruzione.

La genialità che ha portato il presidente a estrarre un siffatto coniglio dal cappello consiste nel fatto che, per far dimenticare a studenti e insegnanti la ex ministra Giannini, a tracciare le linee culturali, educative e politiche dell’istruzione sia stata scelta una signora in rosso – ex segretaria generale della Cgil tessili, senatrice anzi vice presidente di Palazzo Madama – non laureata. Il modo migliore per istruire gli studenti e inquadrare gli insegnanti che in massa hanno votato No è spiegar loro che tanto la laurea, come direbbe Montalbano, non serve a una minchia (quasi come il Parlamento), salvo a emigrare e invece bisogna restare in Italia, mostrando di credere nell’impegno programmatico del nuovo governo a cui serviranno molte mani (anche perché i cervelli sono emigrati).

Isola d’Elba: “Se perdo non solo vado a casa, ma mi ritiro dalla politica”

di Mauro Zani

“Se perdo non solo vado a casa ma mi ritiro dalla politica”. Detto e ripetuto. Di fronte a una tale assertività ancora una volta mi son fatto sviare.

Pensavo: a costui (che non ha niente a che fare , anche solo pallidamente con la mia idea del mondo), non mancano le palle. Uno che si gioca tutto in una volta sola. Innovativo. Sul serio. Con qualche larvata affinità (udite , udite) col mio modo di concepire e praticare la politica.

Come quando nel secolo scorso (1999) ebbi a mandare a fare in culo (Parigi non vale una messa) quanti nel mio partito mi avevano preparato un trappolone al solo scopo, di fermarmi, o almeno condizionarmi. Uno stile aperto e sfidante insomma. Tout azimut. E vada come vada.

Weberiana etica della convinzione. Mi sarebbe piaciuto un avversario così. Fossi stato ancora in politica.

Invece no. Faccia come il culo. La solita merda.

Emerge, alla luce di questo sole di dicembre, un semplice buffone. Il solito politicante che non merita l’onore delle armi. Uno senz’arte né parte. Né dignità personale. Craxi, che politicamente combattevo, ma il cui stile a volte apprezzavo (vedi sopra) a confronto è stato un gigante.

Adesso il poveretto cerca di fare il cartaro dietro le quinte. S’immagina che quel 40% sia tutto suo. La vedo dura.

Una bella mela «costituzionale»? Grazie, no

Costituzione della Repubblica italiana

Costituzione della Repubblica italiana

di Riccardo Petrella, professore emerito dell’Università Cattolica di Lovanio, promotore dell’Università del Bene Comune

La favola

C’era una volta una Repubblica italiana. I suoi cittadini erano fieri della loro Costituzione, dichiarata da un anfitrione nazionale – molto amato e stimato dal popolo – «la più bella Costituzione al mondo». Un giorno venne un principe, giovane, bello, soprattutto conquistatore. Pragmatico, spregiudicato. E forse per questo, agli occhi degli Italiani, accattivante, simpatico. Arrivò velocemente al potere politico massimo, senza esservi stato eletto, ma cooptato dai poteri forti. Voleva rottamare, diceva, il vecchio, l’inutile, i fossili.

Trovò che una parte importante della Costituzione non era più all’altezza dei compiti assegnati ai decisori, in assonanza con i tempi. A diverse riprese manifestò sintomi d’insofferenza nei riguardi della Costituzione, criticata per non permettere al governo, a suo dire, di agire rapidamente senza tante discussioni ai vari livelli istituzionali e territoriali della rappresentanza eletta. Per riuscire nel suo intento «riformatore» (pardon, rottamatore) ebbe l’idea di sedurre il popolo italiano, offrendogli una bella mela, lucida, dai colori smaglianti, senza incrostazioni o foruncoli sulla buccia, perfettamente rotonda, in stato eccellente di maturazione: la mela del costo della politica.

Mordere la mela avrebbe significato ridurre i costi della politica, soprattutto quelli della rappresentanza eletta, dare efficienza e velocità alle decisioni da parte di coloro che sanno e, soprattutto, che «hanno i numeri» (come è solito dire) per decidere (cioé, le chiavi del potere). Gli Italiani avrebbero guadagnato denaro, speso meno. Una manna. Difficile per gli Italiani resistere alla tentazione. Non sappiamo, però, ad oggi, com’é andata. Il futuro, assai prossimo, ce lo dirà.

Def 2016, un fallimento certificato

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di Sbilanciamoci.info

Il tentativo è quello di tirare il pallone in tribuna. O, meglio ancora, di alzare un polverone per sviare l’attenzione da quello che è l’atto più importante all’esame del governo, l’Aggiornamento del Def 2016, preludio della stagione di bilancio. Non si spiegherebbe altrimenti come un Presidente del Consiglio così attento comunicatore, proprio nel giorno del varo di un provvedimento così centrale decida di spararla grossa che più grossa non si può, dichiarandosi pronto alla ripresa dei lavori per il ponte sullo stretto e annunciando che ciò creerebbe la bellezza di 100 mila posti di lavoro.

In effetti, tutti i media hanno aperto sull’annunciata ripresa e le associate roventi polemiche, con l’Aggiornamento del Def che ha mancato di catturare l’attenzione che meriterebbe. Una cosa impensabile negli anni scorsi, quando il premier, presentando i documenti di bilancio, si spendeva in entusiastiche descrizioni delle prospettive di un Italia finalmente e saldamente guidata dal cerchio fiorentin-bocconiano.

Il fatto è che l’Aggiornamento del Def 2016 segna il punto forse più basso finora raggiunto da questo governo. Partiamo da quello che è forse l’unico dato positivo: come ha notato un autorevole esponente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, il deficit strutturale, quello corretto per l’andamento economico, non peggiora così tanto rispetto alle previsioni… ma solo perché la crescita è risultata talmente bassa che la correzione ciclica assorbe il peggioramento dei conti pubblici.

Terremoti: prevenzione, questa parola sconosciuta

Il terremoto in Friuli del 1976

Il terremoto in Friuli del 1976

di Anna Donati

Il 24 agosto 2016, alle 3,36, un altro grave terremoto ha scosso il Centro Italia, facendo 295 vittime ed oltre 500 feriti. I paesi di Amatrice, Accumuli e Pescara del Tronto sono crollati ed ora oltre 5000 persone sono sfollate alla ricerca di una casa provvisoria. La Protezione Civile ha coordinato da subito l’emergenza e l’Italia intera con generosità ha inviato aiuti e solidarietà.

Siamo bravi per questo mentre sembra ancora sconosciuta la parola prevenzione antisismica, cioè quella scienza e quella tecnica che consente di mettere in sicurezza gli edifici, di evitarne il crollo e lo schiacciamento e quindi morti e feriti. Non siamo bravi ad imparare dai nostri errori e nel dibattito di questi giorni poche riflessioni hanno ragionato sul perché di questa nostra incapacità, dato che i paesi compiti erano nelle zone 1 e 2 di massimo rischio sismico.

E’ noto che l’Italia è un paese sismico, che in media ogni cinque anni c’è un grave terremoto, che dal dopoguerra ad oggi è stato stimato che per sette gravi terremoti sono stati spesi oltre 121 miliardi per l’emergenza e la ricostruzione. Ben 21 milioni di persone vivono in zone classificate ad rischio sismico molto o abbastanza elevato (1 e 2), di cui 3 milioni nella sola zona 1 di massima esposizione. Altri 19 milioni di persone risiedono nei comuni localizzati in zona 3.