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Il Venezuela di Maduro e la crociata per il petrolio: lo spettro del modello Libia

di Maurizio Matteuzzi

Dopo il golpe blando in Brasile del 2016 contro il governo del PT – l’impeachment di Dilma Rousseff, la proscrizione di Lula mediante le manipolazioni giudiziarie del giudice Moro, la (ir)resistibile ascesa del proto-nazista Bolsonaro -, ecco il golpe del 23 gennaio in Venezuela contro il governo chavista di Nicolás Maduro.

Magari, come Dilma, Maduro è un pessimo presidente ma, come era Dilma, è il presidente legittimo. E tutto lascia credere che in Venezuela il golpe – dall’esito incerto, tuttora in corso in questi giorni, in queste ore drammatiche – non sarà blando come quello in Brasile. I morti, di entrambe le parti, negli scontri delle ultime settimane sono già una quarantina, gli arresti diverse centinaia.

Un golpe di nuova generazione. In slow motion. Prima i golpe si facevano all’ora x e quasi sempre in uniforme, con una sequenza precisa: prendere il potere all’interno e poi aspettare il riconoscimento internazionale. Con il golpe in corso in Venezuela, l’ordine dei fattori è invertito: prima si annuncia il golpe e si ricevono i riconoscimenti internazionali a cascata, poi si aspetta che il potere arrivi come una pera matura.

Dopo elezioni in Venezuela: Maduro e il tentativo di golpe post-chavista

di Maurizio Matteuzzi

È certo che Nicolás Maduro non è Salvador Allende. E nemmeno Hugo Chávez. Ma quelli che organizzarono e attuarono il golpe contro Allende nel 1973 e contro Chávez nel 2002 sono – anche questo è certo – gli stessi che dal 2013 stanno cercando di montare il golpe contro il Venezuela chavista o post-chavista.

È comprensibile che la destra venezuelana si aggrappi a un golpe militare e/o a un intervento risolutivo dall’esterno, magari truccato da “intervento umanitario” come chiesto dall’assatanato segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’uruguayano Luís Almagro. Perché né con le elezioni (24 con quelle di quest’anno, di cui 22 vinte) né con la mobilitazione di piazza (spesso al limite e oltre della guerriglia urbana) né con la “guerra economica” interna ed esterna (devastante e aggravata da una corruzione diffusa) è riuscita in questi 20 anni a scalzare il chavismo. Prima, quando era vivo Chávez, con tutto il suo straordinario carisma (e il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari), e dopo, quando morto Chávez nel 2013 gli è subentrato Maduro, senza carisma e con il prezzo del barile (90-95% delle entrate venezuelane) precipitato a meno di 30 dollari.

L’alleanza civico-militare su cui l’ex-colonnello Hugo Chávez aveva costruito il suo Movimiento V República, finora, ha tenuto, anche se di tanto in tanto filtra il rumore di qualche scricchiolio dentro le caserme, al di là delle speranze degli oppositori venezuelani e statunitensi, storicamente signori e padroni delle forze armate dell’America Latina.

Il “golpe” del 1964, il memoriale Moro e la seconda Repubblica: cosa non si è capito (e non si è fatto)

Golpe e omissis

di Sandro Padula

Il 16 luglio del 1964, di primo mattino, s’incontrarono il presidente della Repubblica Segni e il generale dei carabinieri De Lorenzo. Entrambi non vedevano di buon occhio la formula governativa del centro-sinistra e puntavano almeno a diluirne i contenuti programmatici. In occasione della crisi del primo governo guidato da Aldo Moro, una crisi apertasi il 26 giugno di quell’anno, lasciarono intendere che ci fosse nell’aria un colpo di Stato ma si trattava di un bluff.

I carabinieri, da soli e senza neanche l’avallo del governo degli Usa,a quel tempo diretto dal partito democratico, non potevano assolutamente realizzare un golpe. “Il tentativo di colpo di stato nel 64 – spiegò Aldo Moro nel 1978 – ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell’arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centro sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento. (….) Il Presidente Segni ottenne, come voleva, di frenare il corso del centro-sinistra e d’innestare una politica largamente priva di molti elementi essenziali di novità. L’apprestamento militare, caduto l’obiettivo politico che era quello perseguito, fu disdetto dallo stesso Capo dello Stato” (Memoriale di Aldo Moro – La crisi del 1964: il Presidente della Repubblica Segni e il piano del Gen. De Lorenzo; in Comm. Moro, 125; Comm. stragi, II 381-383; Numerazione tematica 1).