Stalking, i timori erano giustificati. Caro Orlando, la violenza non si risarcisce

di Nadia Somma

In uno dei monologhi di Mistero Buffo – Grammelot dell’avvocato inglese – Dario Fo raccontava di una legge medievale per cui il violentatore potesse salvarsi dalla condanna spargendo velocemente delle monete ai piedi della vittima a mo’ di risarcimento e recitando una formula rituale che lo rendeva intoccabile. Dario Fo ci parlava del Medioevo ma oggi?

Oggi accade in Piemonte. Una donna subisce stalking per mesi, viene controllata con appostamenti e inseguimenti, da casa sua fino al luogo di lavoro o verso casa del fidanzato. Ovunque vada, lui la segue e pedina. La sua vita non le appartiene più, viene sottratta da un uomo che la controlla quotidianamente, violando la sua privacy, imponendole una paura quotidiana. Quante volte avrà pensato alle donne aggredite, o peggio uccise, dai loro stalker? Quanta angoscia, rabbia, senso di impotenza avrà vissuto? Così si decide a denunciare lo stalker, che finisce in tribunale ma ne esce senza conseguenze. Ha il solo disturbo di pagare 1.500 euro, somma rifiutata dalla donna ma giudicata, a quanto pare, congrua dal gup (Giudice per udienze preliminari).

Questo è avvenuto grazie alla riforma del codice penale che porta il nome di Andrea Orlando, ministro della Giustizia del governo Gentiloni, che con l’obiettivo anche condivisibile e giusto di alleggerire il carico di lavoro dei tribunali e dare ai cittadini e alle cittadine una giustizia più veloce, ha commesso una svista. Ha introdotto le cosiddette condotte riparatorie per i reati procedibili a querela di parte (e che prevedono la possibilità di ritirare la querela) escludendo quelli ritenuti più gravi, ovvero procedibili d’ufficio.
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Incontro vittime-terroristi? Troppe nuvole coprono la verità

di Riccardo Lenzi

Quando ho letto che alcuni brigatisti, pm e familiari delle vittime si sono incontrati per «diradare le nuvole», speravo di leggere qualche inedita informazione sul caso Moro o sul sequestro Cirillo. In realtà si dava conto del percorso di “giustizia riparativa” intrapreso da alcune persone e delle opposizioni, dentro e fuori la magistratura, ad una richiesta di ospitalità dei protagonisti di quel percorso.

Premetto: la definizione “anni di piombo” è fuorviante e sostanzialmente sbagliata. Forse sarebbe più appropriato definirli “anni affollati”, come da anni suggeriscono le studiose Cinzia Venturoli e Ilaria Moroni. Basti pensare alle riforme progressiste realizzate negli anni Settanta. Forse il decennio più “lungo” del Novecento.
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