Sovranità nazionale, pace e giustizia sociale

di Alessandro Somma Alcune recenti pubblicazioni indicano l’affiorare di un filone letterario in controtendenza rispetto alla vulgata per cui la sovranità costituisce un concetto “odioso perché presuppone uno stare sopra” e dunque implica “subordinazione” [1]. Non è ancora un filone dai tratti particolarmente definiti, e tuttavia l’indicazione che se ne ricava è sufficientemente univoca: nella […]

Stefano Cucchi: nove anni per avere giustizia sono troppi

di Marcello Adriano Mazzola

Il caso Cucchi ci deve fare riflettere anche sui tempi irragionevoli della giustizia. A prescindere dalle responsabilità o meno anche di qualche magistrato. Perché sono trascorsi almeno 9 anni e passerà ancora del tempo prima di accertare con una sentenza (e forse anche definitiva) la responsabilità dei rei. Dei quali già oggi si sanno i nomi.

Ora è certamente il tempo del tributo a una grande e ostinata donna come Ilaria Cucchi, che contro ogni resistenza, ogni indicibile ostacolo, ogni spregevole omertà in divisa, ha insistito, ha sofferto. Ha destinato una parte importante della sua vita verso il traguardo della giustizia, della verità, della dignità di suo fratello.

Ora è certamente il tempo di riflettere sulla responsabilità di uno Stato incapace di individuare subito e in modo chiaro gravi responsabilità al proprio interno (di casi Cucchi ne abbiamo centinaia, alcuni noti come quello Uva e altri rimasti ignoti e di cui non si saprà nulla e in svariati campi; basti solo accennare al caso della contaminazione da pallottole all’uranio impoverito che ha coinvolto moltissimi soldati).

Ora è certamente il tempo della coscienza collettiva, di metabolizzare il fatto nella sua enorme gravità, di guardarsi dentro (quanti hanno taciuto o continuano a tacere, anche se non in divisa, dinanzi a fatti gravi, così rendendosi complici di episodi orribili o spregevoli?, quanti si voltano dall’altra parte perché è un problema che non li riguarda?) e di cogliere l’occasione per mutare con i fatti questa società.
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Perché il film su Stefano Cucchi è un piccolo capolavoro

di Giacomo Russo Spena

Sono 100 minuti di angoscia. Sulla mia pelle genera rabbia, dolore, frustrazione. Il film di Alessio Cremonini, presentato a Venezia e dal 12 settembre al cinema e su Netflix, narra senza sensazionalismo né voyeurismo – emblematica la scelta di non mostrare le immagini del pestaggio letale – una realtà cruda. E lo fa, con minuzia di particolari, riproducendo la vicenda tramite le testimonianze e gli atti giudiziari (oltre 10mila pagine di verbale). Una fedele ricostruzione, oggettivamente documentabile, in cui istantanea dopo istantanea si rivive con veridicità dei fatti l’ultima settimana di Cucchi, dal momento dell’arresto alla sua morte.

Alcune scene sono strazianti: lo spettatore è assalito da un groppo in gola tanto da sognare un’utopica fine, una fine diversa da quel che si conosce, una vana speranza che Cucchi si salvi e resti in vita. Perché tanto accanimento su quel corpo? E possibile che sia avvenuto nella “civile” Italia? Ebbene sì. La storia di Stefano Cucchi è terribile ma italianissima. Non certo un episodio isolato se guardiamo le cronache degli ultimi anni e la lunga lista di vittime per abusi delle forze dell’ordine: Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, per citare i casi più noti.

Evitando buonismi, Sulla mia pelle non fa sconti a nessuno. Neanche a Stefanino né alla sorella Ilaria né ai genitori e neppure ad uno Stato che sta facendo carte false per autoassolversi. Cucchi viene raccontato per quel che era, senza alcuna enfasi salvifica: un ragazzo trentenne – ex tossicodipendente, con piccoli precedenti penali, diventato un problema per la famiglia – che stava provando a risalire la china con un lavoro stabile, una casa propria e allontanando il vizio dell’eroina.
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Morti per amianto: ancora rinvii al “palazzo dell’ingiustizia”

del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio

Di amianto si continua a morire, i processi ritardano e l’ingiustizia continua. Dopo ripetuti rinvii e cambiamenti di giudici al Palazzo di Giustizia di Milano (che noi, vittime dell’amianto il Palazzo consideriamo “il palazzo dell’ingiustizia” per le continue assoluzioni dei manager imputati delle morti d’amianto) si è tenuta finalmente l’udienza del processo per l’amianto al Teatro alla Scala, che vede come imputati rinviati a giudizio 5 dirigenti del Teatro, accusati della morte di 10 lavoratori a causa dell’amianto.

Davanti al pm Maurizio Ascione e al nuovo giudice Mariolina Panasiti, presidente della 9° sezione penale, si è finalmente aperto il processo, subito rinviato dopo che la giudice ha giustificato i ritardi con la mancanza di organico. La prossima udienza si terrà il 19 marzo alle ore 9,30 nell’aula 9 bis. Anche nel Teatro alla Scala, il tempio della musica noto in tutto il mondo, era presente una grande quantità di amianto che ha avvelenato diversi lavoratori uccidendone 10, fra cui macchinisti di scena, un orchestrale, un cantante del coro e un vigile del fuoco. Data la massiccia presenza della sostanza cancerogena, è probabile che siano stati contaminati, negli anni, anche spettatori del Teatro.

Quali parti civili in questo processo, oltre al nostro Comitato (sempre presente a tutte le udienze), Medicina Democratica e Associazione Italiana Esposti Amianto – difese dall’avvocata Laura Mara – sono state ammesse altre associazioni: il Comitato Ambiente e Salute del Teatro alla Scala, il sindacato CUB Informazione Spettacolo, la CGIL, INAIL e ATS (ex ASL), ANMIL. Presenti all’udienza anche i responsabili civili (Fondazione Teatro Scala e Centro Diagnostico Italiano).
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Cambiare la giustizia in poche e facili mosse

di Luca Tescaroli

Una nuova legislatura si aprirà nell’anno appena iniziato. L’auspicio per la giustizia penale è che si assista a un fattivo impegno da parte della futura compagine governativa e degli operatori del diritto per disegnare un modello processuale capace di far fronte alle esigenze fondamentali del cittadino: accertare la verità, conoscere in tempi ragionevoli (non più di cinque anni una volta iniziato il processo) se un imputato, a prescindere dalla posizione sociale che riveste, sia colpevole o innocente e la certezza dell’espiazione della pena irrogata, che per tendere realmente alla rieducazione e al reinserimento sociale del condannato deve essere espiata in istituti penitenziari adeguatamente attrezzati.

Si tratta di elementari pilastri, negli ultimi 25 anni persi di vista, mai concretamente perseguiti, idonei a dimostrare se un processo funzioni, che necessita di regole semplici organicamente concepite fuori dalle logiche emergenziali del momento in codici penali e di procedura penale, che dovrebbero, temo, essere riscritti e approvati in tempi brevi per poter perseguire solo i fatti che compromettono concretamente i valori costituzionali basilari, descritti in modo semplice e chiaro, e per poter razionalizzare le garanzie degli imputati e delle vittime, concentrandole su quelle davvero essenziali.

Si potrebbe obiettare che il problema è rappresentato dal come raggiungere tali obiettivi. Solo qualche spunto di riflessione in tal senso. Sono davvero necessari tre gradi di giudizio, come accade oggi? O potrebbero bastarne due diversamente concepiti? Perché non rinunciare alla celebrazione dell’udienza preliminare, che molto spesso comporta inutili perdite di tempo (anche di anni) per traghettare il processo verso scontati dibattimenti?
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Insieme a Roma per la giustizia sociale

di Grazia Naletto

Eguaglianza e giustizia sociale sarebbero ottimi anticorpi contro la diffusione della xenofobia e del razzismo. Sarà questo il messaggio che sarà lanciato sabato 21 ottobre a Roma in una manifestazione nazionale che renderà visibile quella parte della società italiana che non si riconosce nelle urla e nelle violenze xenofobe e razziste e neppure nell’approccio prevalentemente securitario delle politiche migratorie e sull’asilo. Sono 5 milioni i cittadini italiani residenti all’estero secondo i dati diffusi ieri dalla Fondazione Migrantes nel Rapporto Italiani nel mondo. Solo nel 2016 sono partiti per l’estero circa 120mila connazionali, di cui 48 mila sono giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Cinque milioni e 47mila sono anche i cittadini stranieri residenti nel nostro paese.

Sono arrivati in Italia negli ultimi 40 anni, in grandissima parte per motivi di lavoro: qui vivono, studiano, lavorano stabilmente. Sono ormai parte integrante della società italiana. Tra loro vi sono anche i figli della migrazione, coloro che sono nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri e che il nostro paese si ostina a non voler riconoscere come propri cittadini, negando l’approvazione della riforma sulla cittadinanza. In tutto dieci milioni di persone di cui si parla pochissimo.

Un dibattito pubblico distorto preferisce rimuovere le cause strutturali che inducono gli uni e gli altri a lasciare i propri paesi per concentrarsi sulle “invasioni”, sul numero di persone che arrivano sulle nostre coste e sul “peso” insostenibile che eserciterebbero sul nostro mercato del lavoro, sul sistema di welfare e sulla finanza pubblica, sulle distorsioni del nostro sistema di accoglienza e sulle proteste popolari (molte delle quali spontanee solo in apparenza) che ne rifiutano l’esistenza e l’estensione. “Non possiamo permetterceli”.
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Capitalismo di Stato e normalità capitalistica ai tempi della crisi

di Alessandro Somma

Sino al crollo del Muro di Berlino il confronto tra capitalismo e socialismo aveva monopolizzato l’attenzione degli studiosi. Solo in seguito ci si è dedicati alle varietà di capitalismo, anche e soprattutto per promuovere la diffusione di quella più in linea con l’ortodossia neoliberale, da ritenersi oramai la normalità capitalistica. La crisi ha però incrinato molte certezze, tanto che alcuni hanno ipotizzato un futuro caratterizzato da un ritorno del capitalismo di Stato. Di qui uno dei tanti motivi di interesse per l’ultima fatica di Vladimiro Giacché: un’antologia degli scritti economici di Lenin introdotta da un ampio saggio in cui si sintetizza e commenta il percorso che ha portato a concepire il comunismo di guerra prima, e la nuova politica economica poi [1]. È in questa sede che si individuano alcuni punti di contatto tra le teorie economiche leniniane e la situazione attuale, alle quali dedicheremo le riflessioni che seguono.

Ci concentreremo inizialmente sullo scontro tra modelli di capitalismo e sulla possibilità di ricavare dal pensiero Lenin, pur nella radicale diversità dei contesti, alcuni spunti utili al dibattito. Verificheremo poi come attingere da quel pensiero per contribuire a un altro aspetto rilevante per la riflessione sulle varietà del capitalismo: la sua instabilità nel momento in cui prende le distanze dall’ortodossia neoliberale, ovvero l’assenza di alternativa tra il superamento del capitalismo e il ritorno alla normalità capitalistica.
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Il papa: abbassare l’età pensionabile, il sindacato torni a rappresentare gli esclusi

di Gabriele Polo

L’età della pensione va abbassata, il capitalismo non ha più un senso sociale, il sindacato è diventato troppo simile ai partiti e ha dimenticato i più poveri. Non è Maurizio Landini ma papa Francesco. Che ha dato una lezione di sindacalismo di fronte a una platea di dirigenti e delegati Cisl, alla vigilia del loro congresso, menando parecchi fendenti.

Per Bergoglio una società che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo “è miope e stolta” anche perché “obbliga un’intera generazione di giovani a non lavorare”. E così il papa, dopo aver condannato le recenti controriforme della previdenza, chiede “un nuovo patto sociale, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per permettere ai giovani, che ne hanno il diritto-dovere, di lavorare” ricordando che “le pensioni d`oro sono un`offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perchè fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni”.

Ma dopo la politica Francesco ha strigliato anche imprese e sindacato: “Il capitalismo del nostro tempo – ha detto – non comprende il valore del sindacato, perché ha dimenticato la natura sociale dell’economia, dell’impresa. Ma forse la nostra società non capisce il sindacato perché non lo vede abbastanza lottare nelle periferie esistenziali. Non lo vede lottare tra gli immigrati, i poveri”.
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Le “nuove” mutue e quella “triste” nostalgia del parastato

Ospedali e sanità

di Ivan Cavicchi

Al dottor Marco Vecchietti, consigliere delegato di Rbm Assicurazione Salute Spa, che, su Qs del 21 aprile, senza mai nominarmi apertamente, mi ha rivolto un sacco di critiche, desidero rispondere come si dice “per le rime”, cioè lealmente e direttamente, eliminando i sottintesi, le ellissi e soprattutto l’indicativo generico tipo “qualcuno dice” o “si dice”.

Caro dottor Vecchietti lasciamo perdere i giochetti e le tecnicalità, i nominalismi, e soprattutto la smetta di mostrarsi come l’uomo buono e giusto che vuole salvare il mondo, mostrando gli altri che contrastano i suoi interessi finanziari, come dei rottami ideologici del passato. Pensa davvero che non conosca la differenza tra le diverse specie di mutue? Se parlo genericamente di “mutue” sappia prima di tutto che lo faccio per farmi capire nel modo più semplice e per far capire che gli interessi che lei legittimamente rappresenta stanno mettendo in pericolo i diritti che, come avrà capito, altrettanto legittimamente io difendo. Per cui, se crede, facciamo una discussione seria ma a carte scoperte.

L’ideale della giustizia

Comincerei con una domanda: quando parliamo di sanità, di mutue, di seconda gamba, di universalismo, qual è il l’ideale regolativo di partenza? Lo scopo dello scopo?
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Il “socialismo realizzato” e la sua degenerazione: successi e fallimenti della transizione verso una società più giusta

Sinistra

di Valerio Romitelli

Dall'”utopia” alla “scienza”. Questa, la arcinota formula di Engels a proposito di ciò che egli nel 1880 riteneva fosse l’avvenire del socialismo, inteso come militanza politica dedita a rendere possibile la transizione verso il comunismo. O comunque verso una società più giusta. Da allora in poi due sono state le esperienze storiche maggiori che si sono compiute in nome del socialismo.

Una è stata quella della socialdemocrazia originariamente a modello tedesco, la quale si è diffusa nel mondo tramite la Seconda Internazionale: un’esperienza, questa, che si è praticamente estinta con la prima guerra mondiale, ma che è poi risorta in seguito, per avere infine il suo momento di successo maggiore nel secondo guerra, segnatamente nell’Europa di quelli che si sono chiamati i “trent’anni gloriosi”o l'”età d’oro” del capitalismo. Ciò che ha reso così singolare questa epoca tra il ’45 e il ’75 sono state infatti anzitutto le politiche di welfare aventi tra i primi promotori i partiti socialdemocratici all’interno della maggior parte dei paesi capitalisti, dentro e fuori il vecchio continente.

Allora in effetti fin dalla bocca di un ministro inglese potevano uscire motti, oggi inimmaginabili, come “dalla culla alla bara”: tale era infatti il livello al quale, secondo il laburista Beveridge, dovevano spingersi le politiche sociali dello Stato britannico all’uscita dalla seconda guerra mondiale. Salari alti, scolarizzazione e assistenza sociale di tipo universalistico, infoltimento del ceto medio sono stati notoriamente alcuni dei maggiori effetti positivi di questa straordinaria stagione tra il ’45 e il ’75, foriera a livello globale di un grado di giustizia sociale senza precedenti, né seguiti.
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