M5S: il nuovo bivio sulle alleanze

di Alfiero Grandi Il premier Giuseppe Conte sta tentando di ricucire la maggioranza gialloverde. Se ci riuscirà, il conto lo pagherà comunque il Movimento 5 Stelle. L’analisi del voto delle Europee non è andata abbastanza a fondo. Il M5S ha perso metà dei suoi voti in 12 mesi, ma quali sono le ragioni di fondo […]

L’Italia a tre teste, ovvero mission: impossible

di Guglielmo Ragozzino In Italia sono attivi tre partiti, di forza divergente. Uno di essi per ora rifiuta di chiamarsi partito, il Movimento 5 stelle (M5S). Gli altri, destra e sinistra, li possiamo considerare alla testa di altrettante possibili coalizioni: naturalmente spetta a loro raggiungere il risultato di lanciare e tenere insieme il raggruppamento: quello […]

Laurea honoris causa a Giuseppe Conte: sarà protesta pacifica alla John Cabot University

dei docenti e degli studenti della John Cabot University di Roma Alla John Cabot University di Roma hanno deciso di dare una laurea honoris causa a Giuseppe Conte. La cerimonia fa parte, come sempre, del commencement (graduation ceremony, o festa di laurea), che avviene una volta all’anno e che si terrà il prossimo 20 maggio, […]

Conte e la sindrome dell’8 settembre

di Salvatore Settis

Da una decina d’anni o giù di lì si è inventata in Italia l’inedita figura del quirinalista, esemplata su quelle del cremlinologo o del vaticanista. Si sente invece ancora, ed è una lacuna, la mancanza dello specialista in esternazioni dei presidenti del Consiglio. Sarà perché gli inquilini di Palazzo Chigi reggono poco, fino a una qualche congiura di palazzo (appunto); ma insomma la parte del palazzo-chigista qualcuno dovrebbe pur farla. Proviamoci.

L’8 settembre 2018 il presidente del Consiglio in carica teneva a Bari il discorso inaugurale dell’82^ Fiera del Levante. Il sito di Palazzo Chigi conserva il video, dove ricorre un passo su cui meditare (minuti 4:01-5:16). Riportiamolo fedelmente, con la precisazione che Giuseppe Conte non stava improvvisando, ma leggeva da un testo scritto, e dunque dopo matura riflessione: “Oggi è l’8 settembre. Una data particolarmente simbolica della nostra storia patria, perché in quell’estate di 75 anni fa si pose fine ad un periodo buio della nostra storia, culminato con la partecipazione dell’Italia a una terribile guerra. Con l’8 settembre inizia quel periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese.
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Il premier Conte e i concorsi universitari: l’ordine è quello di smorzare i toni

di Alessandra Maltoni

L’Italia è un groviglio di inchieste, e non bastano leggi, direttive o linee guida come quelle introdotte recentemente dal giudice dell’anticorruzione Raffaele Cantone che per sanare e correggere un’amministrazione pubblica tenacemente “indisciplinata” ha inasprito giustamente i toni. Ognuno di noi se decide di partecipare a un concorso pubblico sa a prescindere che, teoricamente, non potrà sussistere alcun rapporto di interessi tra chi lo giudicherà e tutti coloro che come lui saranno giudicati. Sappiamo che sono vietati i rapporti d’affari, di lavoro, di “coniugio” tra selezionatori e selezionati.

E invece a volte capita di vedere che giudicante e giudicato condividano le stesse pratiche d’ufficio per poi ritrovarsi anche alla prova concorsuale come coprotagonisti, ma seduti dalla parte opposta. Sarà esattamente quel che è capitato al premier Conte quando si vide arrivare come membro di commissione giudicante il professor Guido Alpa, con cui aveva pochi giorni prima condiviso “quanto meno” una prestigiosa causa in tribunale. Ma in gioco per lui c’era pure la prestigiosa cattedra di diritto privato. In teoria per buon uso non avrebbero neppure vedersi per un caffè.

Bene ha fatto il presidente Cantone, scoppiata la polemica, a sottolineare che il conflitto di interesse si ravvisa soltanto in presenza di affari e interessi economici ben comprovati e che non basta ai fini giuridici la comune gestione di rilievo meramente procedurale per pratiche di studio. Ma se la norma giuridica non è violata, quella di opportunità si che lo è. Siamo in un terreno politicamente scivoloso.
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Marco Bussetti, il neo ministro dell’istruzione

di Silvia R. Lolli

Sono molte le facce nuove del governo giallo-verde finalmente insediato e con piena fiducia; tra esse c’è il nuovo ministro dell’Istruzione, prof. Bussetti Marco. Un nome politicamente in quota Lega, ma una reale competenza per il ruolo assegnato, visto che ha lavorato per anni negli uffici ministeriali periferici ed insegnato legislazione all’Università Cattolica di Milano; la sua carriera ha inizio dall’insegnamento dell’educazione fisica; è stato, forse per pochi anni visto i suoi tanti incarichi organizzativi e più amministrativi, insegnante, poi dirigente scolastico.

La sua formazione di base è dunque quella di diplomato Isef, poi di laureato in scienze motorie. Un profilo di competenza per un ministero per il quale alla Camera per esempio sono state spese poche parole; del resto è un incarico che, nonostante l’importanza che dovrebbe rivestire in un paese democratico, è stato finora adombrato dagli altri ministeri.

La nostra speranza è di vedere rifiorire l’impegno per ricostituire una scuola in linea con i dettami costituzionali, richiamati spesso dal presidente del consiglio dei Ministri, Conte. Ma cosa ci attendiamo più nel dettaglio dal ministro che dovrebbe conoscere la situazione in cui riversa la scuola statale? Innanzitutto che non faccia l’ennesima riforma dall’alto degli scranni governativi, anche se ci auguriamo, forse troppo utopisticamente, che faciliti quella riforma dal basso per cui si stanno raccogliendo per l’ennesima volta le firme sulla proposta di legge popolare della scuola partendo appunto dalla Costituzione.
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Il governo del cambiamento: una farsa nera

di Tomaso Montanari

Nel Paese della commedia dell’arte il governo Conte nasce come una farsa, una pochade. Un governo che nasce mentre il presidente del consiglio incaricato viene nascosto in tutta fretta in un armadio del Quirinale, in tasca la lista dei ministri: mentre torna al talamo nuziale l’altro, il marito scacciato, e ora benevolmente riammesso.

Un governo del paradosso: con i due vicecapi che comandano il capo. Anzi: con un vicecapo che è il vero capo, e tiene gli altri due al guinzaglio. Un governo il cui vicepresidente tre giorni fa ha annunciato in diretta la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato che oggi lo ha nominato. Un governo che nasce con una manifestazione antifascista (del sedicente Fronte Repubblicano) in solidarietà di un presidente della Repubblica che ha appena nominato ministro della polizia e vice premier uno in cui Casa Pound si riconosce, uno che annuncia rastrellamenti di migranti “con le maniere forti”, uno che vuole gli italiani armati, uno che dice che “il fascismo ha fatto anche cose buone”. Un fascista.

Un governo che nasce con un presidente della Repubblica che prima forza la Costituzione per fermare Savona, nemico dell’Europa, e quattro giorni dopo nomina Savona ministro dell’Europa. E delle due l’una: o Mattarella ha dato disco verde perché è riuscito a imporre al governo il proprio indirizzo politico (violando la Costituzione); o Mattarella ha affidato il Paese a un governo che farà il disastro che egli ha descritto domenica 27 maggio.
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Mariano Rajoy scende, Giuseppe Conte sale

di Sergio Caserta

Alla fine Italia batte Spagna 1 a 0, almeno in politica, perché dal primo giugno, esiste da noi un nuovo governo, espressione di una maggioranza scaturita attraverso un accordo tra partiti,dopo le elezioni del 4 marzo. Soluzione che pone fine, almeno temporaneamente, alla crisi politica iniziata effettivamente il 4 dicembre 2016, quando Matteo Renzi capo del governo e segretario del maggior partito, fu battuto al referendum voluto per confermare la sua riforma costituzionale, dimettendosi da Presidente del Consiglio ma restando segretario del partito fino al rovescio elettorale.

In Spagna invece le dimissioni di Mariano Rajoy, scoperchiano la lunga crisi istituzionale e politica soffocata da oltre tre anni. In Spagna il potere di Rajoy, leader del partito popolare di destra, era già stato messo a dura prova dai procedimenti giudiziari iniziati nel 2011 ma ciò non gli ha impedito di reggere il governo anche dopo ripetute sconfitte elettorali che però non avevano consentito la formazione di maggioranze alternative al partito popolare.

Sulla base del sistema elettorale spagnolo ha governato pur non avendo i numeri e soprattutto il consenso, fino alla sfiducia votata a maggioranza che l’ha costretto alle dimissioni, aprendo la porta al governo di Pedro Sanchez segretario del PSOE che è andato al governo in quanto primo firmatario della mozione di sfiducia. In questi mesi la Spagna ha vissuto una delle peggiori crisi politico-istituzionali nel conflitto con la Catalogna desiderosa di esercitare con un referendum dichiarato illegale, secondo la costituzione spagnola, la sua autonomia, trasformandola in una vera e propria indipendenza.
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