Dignità e lavoro

La lettera di Michele prima del suicidio, la madre: “Di lui ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema”

Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto: «Di Michele – dice la madre – ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni».

di Michele

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
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Genitori ministri e figli: i Poletti, i Fornero e i luoghi in cui iniziare a fare pulizia

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di Loris Campetti

In fondo in fondo, il tanto bistrattato ministro del lavoro Giuliano Poletti un pregio ce l’ha: nei suoi profili e curricula non si è mai spacciato per laureato, limitandosi a presentarsi come un onesto diplomato agrotecnico, a differenza della sua collega Valeria Fedeli, plenipotenzaria di istruzione e università che non ha neanche un diploma di maturità, ma si faceva chiamare dottoressa.

Poletti è uomo tutto d’un pezzo, sempre fedele (non Fedeli) alla causa: consigliere e assessore Pci e Pds dalla Romagna a Bologna, prima presidente Legacoop a Imola, poi in Emilia Romagna, quindi vicepresidente nazionale e infine presidente nazionale dell’Alleanza cooperative italiane. E non basta, il suo fiore all’occhiello è la vicepresidenza della Federazione italiana di pallamano, la sua vera passione. È di origine proletaria, anzi contadina, preferisce darsi alla pallamano che all’ippica.

Anche il giovane Manuel ha seguito la carriera del padre nei meandri delle consociate postcomuniste: corrispondente dell’Unità prima di andare a dirigere la mitica testata Sette sere, settimanale ravennate della Cooperativa Media di Romagna accreditata di una tiratura di cinquemila copie, sostenuto grazie a un contributo di appena cinquecentomila euro di fondi pubblici. A Ravenna, mica a Berlino, o a Londra, o a Barcellona e questa è la prova provata che i cervelli italiani non fuggono come codardi ma stringono denti e combattono nella provincia italiana.
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“Caro Poletti, Lei si deve vergognare”

Giuliano Poletti
Giuliano Poletti

di Steven Forti [*]

Caro ministro Poletti, sono davvero indignato per le Sue parole riguardo alle migliaia di giovani italiani che vivono all’estero: “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Non so che persone conosca sinceramente, mi piacerebbe me lo spiegasse guardandomi negli occhi.

Un ministro non può, né deve permettersi di rivolgersi con tale arroganza e cafonaggine a chi ha abbandonato, per volontà propria o per necessità, il proprio paese perché questo non ha saputo dargli la possibilità per realizzarsi o, ancora più semplicemente, per vivere dignitosamente. Ancora più visto il ruolo che Lei ricopre e viste le Sue responsabilità rispetto all’attuale situazione del mondo del lavoro in Italia: oltre a dimostrare un minimo di rispetto, dovrebbe preoccuparsi di questa continua emorragia di giovani in un’Italia sempre più vecchia e, ormai da anni, stagnante economicamente e culturalmente. Sono centinaia di migliaia i giovani che hanno lasciato il nostro paese per cercare un lavoro e un futuro altrove.

Di errori ne sono stati commessi molti, moltissimi nell’ultimo quindicennio. Dai governi Berlusconi, e ancora prima a dire il vero, fino al governo Monti e alla grande coalizione di Letta. Ma di danni, al di là della propaganda che ci martella quotidianamente spiegandoci che viviamo nel Paese di Bengodi, ne sono stati fatti ancora più dalle riforme, o meglio sarebbe chiamarle contro-riforme, quali il Jobs Act promosse dal governo Renzi, di cui Lei fa parte. Riforme che hanno dato il colpo di grazia alle poche speranze che ancora esistevano tra le nuove generazioni.
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Il ministro fuori orario: merce, lavoro e fabbrica sono realtà differenti

Giuliano Poletti
Giuliano Poletti
di Bruno Papignani

Per il ministro del lavoro Poletti l’orario di lavoro è un concetto anacronistico, il futuro indica la via della “commissione” o del “progetto” che non è più misurabile in tempo di lavoro ma in oggetti, servizi, cose varie… insomma in merce. A esempio di questa tendenza il ministro porta la Ducati di Borgo Panigale, Bologna; dove si dimostrerebbe la fondatezza del suo pensiero. Ma che azienda avrà mai visitato il ministro Poletti a Borgo Panigale? Da quel che dice sorge il dubbio che non si tratti della Ducati Motor, o viene da chiedersi quale fosse il suo stato di salute mentale – o se non fosse perlomeno un po’ distratto – lo scorso 9 novembre, quando ha incontrato l’azienda, le Rsu, Fim, Fiom e Uilm per conoscere il contratto aziendale firmato il 4 marzo 2015.

La Ducati è una fabbrica. Una fabbrica con orari di lavoro, pause individuali, pause collettive, tempi assegnati, carichi di lavoro e turni diversi a seconda dei reparti. La Ducati ha una lunga storia contrattuale: oggi è di proprietà del gruppo Audi, ma il suo modello di relazioni industriali e sindacali più che tedesco è prima di tutto bolognese ed emiliano. Questa storia contrattuale ha permesso di raggiungere importanti accordi, anche negli ultimi mesi.

L’accordo di settembre 2014 sull’introduzione dei 21 turni nel reparto lavorazioni meccaniche (l’officina), ha permesso di consolidare occupazione e investimenti a Borgo Panigale e oggi costituisce in Italia un modello alternativo di orari di lavoro rispetto a quelli Fiat (a partire dai turni di Melfi). Perché per coprire anche il sabato e la domenica, prevede l’introduzione della quinta squadra, l’aumento dei lavoratori del reparto, la definizione di importanti indennità e soprattutto la riduzione degli orari in modo tale da portare le ore di lavoro su base settimanale a una media di 32.
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