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Sinistra, centrosinistra e quarto polo: dove stava la novità? Di certo non nell’unità

di Loris Campetti

Bisogna essere grati a Giuliano Pisapia che finalmente ha detto parole chiare sulla possibilità di costruire un quarto polo, a sinistra del partito di Renzi: quel matrimonio non s’ha da fare, perché l’unione delle sigle, dei movimenti e delle persone che non si rassegnano a sottomettersi al pensiero unico sarebbe contro natura, dato che senza e contro il Pd di Renzi non c’è futuro. Il futuro è nel centrosinistra, senza inventarsi rotture verticali con le politiche e i partiti socialdemocratici, laburisti e cattolici democratici (quelli, va detto, che stanno mostrando la corda in tutta Europa e oltre Atlantico).

Partiti da cui il popolo di sinistra è in fuga, ovunque. Semplicemente, Pisapia ha in mente una strategia entrista con l’obiettivo di trascinare il renzismo lungo una strada sminata dall’esplicito inquinamento della destra-destra. Perché la politica è l’arte del possibile, perché Machiavelli la sapeva lunga, perché il liberismo mitigato da avanzi di welfare è meglio del turboliberismo. Amen.

Ma è davvero una novità, la fine di un presunto bipolarismo l’operazione verità di Pisapia? O non è vero, al contrario, che a far precipitare lo scontro a sinistra è stata semplicemente la deflagrazione delle incompatibilità personali, la più vistosa quella tra l’ex sindaco di Milano (ex per sua scelta, va ricordato) e l’ex presidente del consiglio nonché ex ministro nonché ex segretario del partito erede del Pci, Massimo D’Alema? Pisapia non ha mai davvero creduto in un progetto alternativo a quello renziano.

Pisapia: insieme a chi e per fare cosa? Vogliono essere alternativi, ma sarà così?

di Loris Campetti

“Insieme” è il titolo della kermesse del 1° luglio a Roma promossa da Giuliano Pisapia con i fuoriusciti dal Pd dell’Mdp capitanati da Luigi Bersani. Insieme a chi, e per fare che cosa? “Dobbiamo essere alternativi”, dicono i promotori del progetto di costruire un nuovo partito a sinistra del Pd renziano. Ma alternativi a chi? E fino a quando? Al Pd stesso, nel primo turno delle elezioni politiche del prossimo anno, per poi magari allearsi al Pd nel secondo, o comunque in Parlamento e al governo?

A queste domande non hanno risposto né Pisapia né Bersani; e il motto del meeting “Nessuno dev’essere escluso” nella piazza S.S. Apostoli che fu di Romano Prodi non trova conferma nella decisione dei promotori di negare il diritto di parola (e dunque di presenza) tanto a Sinistra italiana di Fratoianni e Vendola quanto ai promotori del partecipatissimo incontro al teatro Brancaccio di due settimane fa organizzato da Montanari e Falcone in cui si era parlato finalmente di contenuti (lavoro, diritti, democrazia, scuola, immigrazione, partecipazione).

Esclusioni che al califfo Matteo Renzi non bastano, lui con Dalema, Bersani, Speranza non vuole avere niente a che fare. E anche Pisapia comincia a dargli fastidio, guardando con occhi sempre più languidi al resuscitato Berlusconi. Al punto che la minoranza orlandiana del Pd chiede che l’ipotesi di un accordo con l’ex cavaliere venga sottoposto a referendum tra gli iscritti.

In risposta a Michele Serra: ecco perché sbaglia nel biasimare la sinistra del no

Michele Serra

Michele Serra

di Loris Campetti

Caro Michele Serra, ho letto con attenzione e interesse – come sono abituato a fare con i tuoi scritti – l’articolo pubblicato come editoriale sulla prima di Repubblica di venerdì titolato “Quella sinistra del no, no, no” che mi ha rimandato a una vecchia e anche un po’ scema canzone che impazzava quando eravamo piccoli: “È una bambolina / che fa no, no, no, no, no”.

Nell’ultima strofa del testo quella bambolina cantata da Michel Polnareff finiva, neanche a dirlo, per dire Sì. Purtroppo, dopo aver letto il tuo editoriale non sono arrivato alla stessa conclusione della bambolina. E ti spiego, in poche parole, cosa non mi convince del tuo ragionamento che motiva con serietà le critiche di una parte della sinistra alla proposta di Giuliano Pisapia – altra persona che apprezzo da decenni – di mettere insieme un’alleanza di sinistra capace di dialogare con il Pd e, una volta scoloriti i Verdini e gli Alfano, farci un governo insieme.

Milano: da Moratti a Moratti, il lascito del sindaco Pisapia

Giuliano Pisapia

Giuliano Pisapia

di Guido Viale

Da Moratti a Moratti: alla fine il bilancio della giunta Pisapia è questo. Pisapia era stato eletto sindaco nel maggio del 2011 sull’onda di una mobilitazione culminata nella vittoria dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali e contro il nucleare. La sua elezione poneva fine a venti anni di potere della destra e altrettanti di dominio craxiano ed era stata sostenuta da una straordinaria partecipazione di base alla campagna elettorale: comitati per Pisapia (poi comitati per Milano, ma subito rinsecchiti) in tutti i quartieri della città, intellighenzia (quel che ne resta), creativi, borghesia d’antan, parrocchie e persino centri sociali.

Poi, contestualmente a quella dei referendum abrogativi nazionali, la vittoria in cinque referendum consultivi cittadini. I quesiti di quei referendum e la loro articolazione non erano un piano di governo della città, ma ne fornivano importanti indirizzi, peraltro in linea con il programma della candidatura di Pisapia. Nessuno degli impegni previsti da quella consultazione ha trovato attuazione.

Si può capire, per il costo dell’intervento, che non sia stato realizzato il ripristino della rete dei navigli – limitandosi alla riapertura della darsena – anche se ben 40 milioni sono stati sprecati nel progetto delle nuove “vie d’acqua”, che avrebbero dovuto portare in barca all’expò i visitatori; ma che, strada facendo, si sono trasformate in una fogna per raccogliere gli scoli dei suoi padiglioni. Ma un referendum chiedeva il potenziamento drastico del trasporto pubblico e la riduzione drastica del traffico privato; interventi non riducibili alla decantata area C, che poco ha innovato rispetto all’ecopass già introdotto dalla Moratti.