Giorno della memoria e falsa verità del razzismo

di Andrea Pascale Nel mondo in cui viviamo, parlare di razzismo significa affrontare una ricerca. Nulla di quello che il passato ci ha proposto vale a spiegare una sola riga del nostro presente. Questo è il sentimento che ha provato la generazione che è nata dopo la seconda guerra mondiale: un mondo nuovo non più […]

Riflessioni sull'olocausto

A proposito del Giorno della Memoria: perché è importante ricordare

di Claudio Cossu

Ha scritto Elena Loewenthal (Add ed. Torino, 2014): “Appena il treno giunse ad Auschwitz – erano circa le ore 21 del 26 febbraio 1944 -, i carri furono rapidamente fatti sgombrare da numerose Ss, armate di pistola e provviste di sfollagente; e i viaggiatori obbligati a deporre valigie, fagotti e coperte lungo il treno. La comitiva fu tosto divisa in tre gruppi: uno di uomini giovani e apparentemente validi, del quale vennero a far parte 95 individui; un secondo di donne, pure giovani – un gruppo esiguo, composto di sole 29 persone – e un terzo, il più numeroso di tutti, di bambini, di invalidi e di vecchi… Si ha ragione di credere che il terzo sia stato condotto direttamente alla camera a gas di Birkenau e i suoi componenti trucidati nella stessa serata…”

Come si fa a scendere a patti con una storia così? Come si fa a farci i conti? A togliersela dalla testa, a non trasformarla in un’ossessione, a evitare che ti si aggrovigli dentro? A pensare che possa lasciarti in pace anche soltanto per un momento, per tutti i giorni della tua vita? Rimuovere la Shoah dall’universo della mia coscienza e del mio inconscio, soprattutto.

Ebbene, a questa tentazione, a questa volontà di rimozione, io dico con determinata fermezza: no. Voglio che il ricordo di tutto questo orrore resti incatenato a una perenne immobilità, voglio incatenare la visione di quei vagoni piombati, la sofferenza di quelle torture, quel numero tatuato sul braccio di ognuno, quelle urla disumane dei guardiani, quel latrare di cani, quelle fucilazioni di massa.
Leggi di più a proposito di A proposito del Giorno della Memoria: perché è importante ricordare

Stragi naziste a Civago e Cervarolo - Archivio Istoreco

Giorno della memoria: fare i conti con la storia, finalmente

di Marino Sinibaldi, direttore di Radio3

L’enorme tensostruttura bianca montata da qualche giorno di fronte all’ingresso di Birkenau per accogliere le celebrazioni del settantesimo anniversario della liberazione dei lager nazisti pare il simbolo più evidente delle difficoltà, gli incagli, gli equivoci che gravano sulla nostra memoria.

Con il suo ingombro accecante, con il suo lindo nitore, il tendone deforma irrimediabilmente – anche se temporaneamente – la cifra di quel luogo. Birkenau si estende infatti come un nudo spazio di sterminio, senza volumi né colori, un’enorme spianata putrida e decomposta da sempre, anche quando era “in piena attività” (formula oscena, che non si può non virgolettare quando alluda al funzionamento spietato della macchina del genocidio), un territorio arido e fangoso squadrato dalla logica dell’orrore e destinato unicamente alla nullificazione delle esistenze che riceveva in consegna: ogni cosa – le baracche tutte uguali, la scarna rete di viali, i famosi, tragici binari, perfino le fragili betulle ai margini – converge verso le camere a gas con i crematori capaci di lavorare a ritmi mai visti, liquidando migliaia di persone al giorno.

Non c’è altro, non avrebbe senso cercarci altro. Il cosiddetto campo base di Auschwitz, per dire, è già diverso: ci sono edifici, padiglioni, angoli di strade, spazi trasformati in musei. Nulla di meno feroce: il cieco cortile con lo stretto “muro della morte” è visione di ineguagliabile atrocità. Ma perfino la terribile esibizione dei resti del lager, le raccolte di oggetti, valigie, capelli strappati alle vittime, contengono una traccia di umanità, consentono un’emozione e una narrazione. A Birkenau nulla di tutto questo sembra possibile, come non ci fossero appigli per i nostri pensieri e le nostre parole.
Leggi di più a proposito di Giorno della memoria: fare i conti con la storia, finalmente

Giornata della memoria: “Io, sopravvissuto perché abile al lavoro”

Enzo Zilio - Foto Messaggero del Veneto
Enzo Zilio - Foto Messaggero del Veneto
di Manuela Battistutta

Corno di Rosazzo. È la mattina del 7 ottobre 1945 ed è domenica quando Enzo Zilio torna a Corno di Rosazzo col fratello dopo nove mesi destinati a condizionare profondamente il corso di una vita. Ha solo 19 anni, ma ne passeranno altri tre a causa degli strascichi di una pleurite prima di potersi ristabilire completamente e “iniziare” a vivere. Il ritorno alla vita, dopo la deportazione, coincide con l’innamoramento per Giuseppina Francovig, che diventa impegno a costruire una famiglia solo dopo aver ottenuto dal medico di fiducia, il dottor D’Osualdo, la garanzia di essere in buona salute per potersi impegnare seriamente.

Enzo e Giuseppina. Oggi, dopo 67 anni, quel legame e quella complicità tra Enzo e Giuseppina sono ancora forti, un affiatamento che si percepisce incontrandoli nella loro casa poco distante dal Santuario di Madonna d’Aiuto a Corno di Rosazzo. Ma quei nove mesi, dal maggio 1944 all’ottobre 1945, sono vivi nella memoria di Enzo, ricchi di volti, incontri, luoghi e lingue diverse, sofferenza, pietà e gratitudine. E c’è in lui quasi un imperativo morale, una necessità di ricordare, non voler dimenticare, col pudore per la sensibilità altrui.
Leggi di più a proposito di Giornata della memoria: “Io, sopravvissuto perché abile al lavoro”

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi