Donald Trump

Da Trump ai 5S, la critica a senso unico

di Nadia Urbinati

Circola sui giornali americani una gustosa immagine del presidente Trump: “Non è che a lui non piaccia la politica partigiana, a lui non piacciono gli altri partigiani”. Non ci potrebbe essere pennellata più efficace per tratteggiare i caratteri dell’iper-partigiano, la figura che meglio descrive i populisti al governo. Leader che quando stavano all’opposizione, si stracciavano le vesti per denunciare anche la più piccola smagliatura del comportamento della maggioranza. Amici della critica senza se e senza ma.

Ottima cosa la democrazia, perché non consente a chi governa di dormire sonni tranquilli. Ottima cosa, anche perché non fa distinzione: chiunque sta al potere è oggetto di sorveglianza e critica. E qui si vede la stoffa del democratico. A Trump come ai nostri pentastellati piace il gioco della critica solo a patto che sia unidirezionale: da loro contro gli altri. Il senso contrario di marcia li infastidisce. E allora sparano offese e minacce. Amici della critica fino a quando a criticare erano loro. Trump ha revocato al gionalista della Cnn il permesso di partecipare alla consueta conferenza stampa, reo di aver chiesto al presidente che cosa intedeva fare con la carovana di migranti che, partiti a piedi dall’America Centrale alcune settimane fa, arriveranno alle frontiere statunitensi a fine novembre.
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Giornali e informazioni

L’informazione e le sue contorsioni: pluralismo assente e notizie (politiche) opache

di Sergio Caserta

Secondo il raking del World Press Freedom Index l’Italia mantiene rispetto alla libertà di stampa ed alla qualità dell’informazione il suo 73° posto al di sotto di un bel po’ di paesi africani e asiatici. Non c’è da andar fieri per uno dei membri principali della comunità europea, in cui si oscilla dal primo posto della Finlandia al trentottesimo della Francia. È una nostra prerogativa: l’informazione è nelle mani di pochi gruppi editoriali con molti conflitti d’interesse e la TV pubblica in quelle dei partiti, tra poco secondo il disegno di Renzi nelle mani del solo governo.

Così vanno le cose nel nostro spensierato Paese, e del resto l’abbiamo già vissuta per vent’anni con Berlusconi quella gran cassa, tant’è che ci sembrava poca cosa la “trincea” di RAI tre che fungeva da canale informativo dell’opposizione civile alla “videocracy” del “signore di Arcore”. Poi c’è stata la crisi che è esplosa nel 2008 ma che nei nostri telegiornali ha fatto capolino almeno tre anni dopo, perché fino al 2010 la “nave di Silvio” andava alla grande anche se erano già evidenti tutti gli effetti della crisi. Nel 2011 c’è stato il “botto” e non si è potuto più nascondere che eravamo stati commissariati dell’Europa e che avevamo come suol dirsi “le pezze al sedere”.

Dopo Berlusconi però l’informazione se possibile s’è ancor più istituzionalizzata, ovvero la gestione della crisi nei tre governi non eletti che si sono succeduti (Monti, Letta ed ora Renzi) è stata ed è all’insegna del “c’è solo una ricetta, there is not alternative”. Il caro tg3 ha tolto il basco rosso e ha infilato la marsina a coda di rondine del ciambellano di governo. Nell’informazione locale la situazione non è certo migliore, c’è una sistematica manipolazione di senso: si va dal silenzio assoluto, all’esaltazione di tutto ciò che fa riferimento ai soggetti al potere.
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Il lavoro deve essere pagato, caro Sofri

Lavoro - Foto di Daniela
Lavoro - Foto di Daniela
di Marco Nurra

La domanda/risposta che ha suscitato maggior polemica è la sedicesima, riguardante la retribuzione del lavoro giornalistico. “Il lavoro deve essere sempre pagato?”

“[…] Io non credo che il lavoro debba essere pagato. Io credo che qualunque tipo di lavoro possa conoscere anche delle retribuzioni, delle soddisfazioni più varie che non sono necessariamente monetizzate. Trovo bizzarro che noi stessi che andiamo dicendo che la nobiltà del nostro lavoro deriva da altri fattori, come il servizio alla comunità o la qualità dell’informazione, poi pretendiamo allo stesso tempo che questi aspetti vengano quantificati in sistemi economici e monetari. No, esistono quantità di altre motivazioni e occasioni in cui possiamo liberamente lavorare gratis senza sentirci sfruttati. Anche io, qui, al Festival del giornalismo, lavoro gratis […]” continua guardando il video min. 54:55

Il senso dell’affermazione/provocazione di Luca Sofri è che la retribuzione monetaria del lavoro non deve essere “un assioma”, perché esistono anche altre “motivazioni”, per cui non bisogna essere “ideologici” su questo aspetto. Non perderò tempo a ricostruire la polemica nata in seguito a queste affermazioni, anche perché Sofri (a mio giudizio, sbagliando) ha chiuso le porte a qualsiasi dibattito o approfondimento, limitandosi a pubblicare questo post, che poco apporta rispetto a quanto già detto dal giornalista. Quindi se avete visto il video (guardatelo) potete benissimo partire da lì per capire di cosa stiamo parlando.
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M5S: Grillo, l’informazione e i confini della libertà puntellati da cinque stelle

Foto di Sara Fasullodi Francesca Mezzadri

Per il Movimento 5 Stelle non ti candidi, ma ti candidano. Basta presentare un CV, una fedina penale pulita e non avere tessere di partito. È andata così nelle candidature per le imminenti elezioni della Regione Sicilia, si stanno scegliendo ora i candidati per le future elezioni del Lazio. E proprio in questi giorni su un portale è uscita la notizia di una prima candidatura: una donna sorridente a rappresentare i grillini per il Lazio, con link a profilo facebook del Movimento 5 Stelle dei Castelli Romani. Peccato che il profilo Facebook sia falso (ora è stato cancellato) e la notizia una bufala. Sul web succede.

Del resto, da sempre, uno dei pilastri del Movimento 5 Stelle, è stata l’informazione libera sul web. L’informazione è “uno dei fondamenti della democrazia e della sopravvivenza individuale” recita il blog (o sito ufficiale) del movimento elencando proposte che così, nero su bianco, sembrano meravigliose e moderne come: la cittadinanza digitale dalla nascita, copertura completa nazionale dell’ADSL, abolizione della legge sul copyright e dell’ordine dei giornalisti e così via. Però a Beppe Grillo e, in generale, al Movimento 5 Stelle, i giornalisti non piacciono. Non è una notizia, non è una novità. Il leader del movimento li definisce sul suo profilo Twitter – nel migliore dei casi – “venduti”, “macchina del fango”, “cancro del paese” e non si conta il numero di minacce di querele rivolte ai quotidiani colpevoli di scrivere falsità e di rendere “la verità menzogna e le menzogne verità”.
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