Valentino Parlato: il giornale sempre, prima di tutto

di Luciana Castellina

Sono parecchie le foto del manifesto delle origini in cui appare il gruppo fondatore del giornale. Ora che Valentino è scomparso, «vive – mi dice Rossana al telefono accorata – sono rimaste solo le donne, tu ed io. Perché le donne sono più longeve». Anche Lidia Menapace, che sebbene proveniente da tutt’altra storia politica si unì assai presto alla nostra avventura, corre ancora per l’Italia – a 95 anni – a fare riunioni.

Sarà forse un vantaggio del nostro genere, ma non ne sono sicura: per me la morte di Valentino, nonostante i nostri non infrequenti litigi, è un pezzo di morte mia di cui ora, infatti, non riesco a capacitarmi. Si capisce: abbiamo vissuto accanto, per quasi settant’anni, dentro il contesto di una straordinaria vicenda politica, quella dei comunisti italiani. Prima ortodossi, poi critici, poi eretici.

È per via di questa storia che Valentino, quando gli chiedevano se si definiva ancora comunista, rispondeva di sì. Lo conobbi che aveva poco più di 18 anni ed era appena sbarcato in Italia dalla Libia: re Idriss lo aveva espulso dal paese dove era nato e vissuto, nella grande casa del nonno siciliano che in quel paese era stato colono.
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“Coglione, sei un coglione”, quando Alfredo Reichlin ci dirigeva all’Unità

di Rocco di Blasi

“Coglione, sei solo un coglione”: Alfredo Reichlin era in piedi davanti alla porta della sua stanza. Io ero a 60 metri più in là, appena uscito dall’ascensore. Il lunedì mattina, a Roma, era sacro perché c’era la “riunione grande”, quella che impostava idee per tutta la settimana. E così il c’erano sempre tutti i “santoni” del giornale, notisti politici e parlamentari come Giorgio Frasca Polara, Candiano Falaschi, Fausto Ibba, Enzo Roggi, una bella signora molto colta come Letizia Paolozzi; l’amabile Ugo Baduel, che tante ne aveva viste e tutto riusciva a sdrammatizzare.

Un gruppo di giovani molto valenti

E poi tutti i condirettori e redattori capo e un manipolo di giovani che lo stesso Reichlin aveva chiamato a raccolta. Valorizzato e messo in concorrenza tra loro: Caldarola, Cingolani, Adornato, Sansonetti, Capranica, Sergi, Cavallini, io stesso e tanti altri. Ma il coglione, quella mattina, ero io e me lo gridava nel corridoio davanti a tutti. Un’offesa bruciante.

Una voce dai toni inimitabili

Che avevo fatto? Qui dovreste sentirlo, perché la voce di Reichlin è unica (anche se non inimitabile, visto che abbiamo passato una vita a imitarlo. Sansonetti è quello che ci riesce meglio). La voce di Reichlin incazzato è ancora più esclusiva. “Sei stato a un convegno, hanno applaudito Ingrao per cinque minuti e tu non te ne sei nemmeno accorto. Neanche una riga. Ne-an-che u-na ri-ga co-glio-ne!”.

Il convegno era dei giovani comunisti. Che dei ragazzi applaudissero Ingrao per me era “naturale”. Probabilmente, in quel caso, avevo ragione io, ma passai una settimana da coglione. Anzi da co-glio-ne.
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Arrivati a questo punto: note sul Manifesto

Il futuro del manifesto
Il futuro del manifesto
di Marino Magno, del Circolo del Manifesto di Avellino

Le note di “Arrivati a questo punto”, scritte alcuni mesi fa e che offro qui sotto ai lettori del blog dell’associazione Il manifesto in rete di Bologna, sono andate come accompagnamento della seconda brochure del Circolo del Manifesto di Avellino nelle edicole della provincia. Le riporto qui per rimarcare che la situazione non mi sembra cambiata di molto. Norma Rangeri ha rilanciato il riacquisto della testata da parte della cooperativa che gestisce attualmente il giornale, in un momento difficile in cui il “piccolo mostro” di Firenze ha fatto un taglio retroattivo sull’editoria, per non parlare dell’attacco di un giornalista di destra che, utilizzando il metodo Boffo, ha ipotizzato il coinvolgimento del Manifesto nel bailamme di “mafia capitale”.

Vedremo cosa accadrà a fine anno quando ci dovrebbe essere l’asta per la vendita del giornale. Intanto, va detto amaramente anche come supporto a ciò che ha scritto qui Mauro Chiodarelli sull’argomento, che il dibattito aperto sul Manifesto è del tutto debole (per essere generosi). Tutti i nodi di cui si è discusso da tre anni a questa parte sono assenti. Possibile che nessuno voglia riprenderli?

Arrivati a questo punto… Offriamo ai lettori che a suo tempo non l’avessero ricevuta la 2° brochure del Circolo del Manifesto di Avellino (la prima era dedicata a Di Vittorio e chi volesse riceverla può mettersi in contatto con chi scrive). Lo facciamo per informazione innanzitutto ma anche per rimarcare una crisi de “Il manifesto” che, lungi dall’essersi conclusa, si è semmai aggravata dopo la fuoriuscita (o, sostanzialmente, l’espulsione) di una parte notevole dei giornalisti storici, siano essi redattori o collaboratori, e dei due padri fondatori Rossanda e Parlato.
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Né verità né rivoluzione. Risposta a Norma Rangeri

Il Manifestodi Mariuccia Ciotta, Angela Pascucci, Loris Campetti, Maria Teresa Carbone, Alessandra Cicchetti, Ida Dominijanni, Sara Farolfi, Marina Forti, Cinzia Gubbini, Maurizio Matteuzzi, Valentino Parlato, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Doriana Ricci, Roberto Silvestri, Roberto Tesi (Galapagos), Gianna Zanali e Guido Ambrosino

Verità, rivoluzione. Parole grandi, impegnative, che purtroppo non si attagliano alla frattura che si è operata all’interno del Manifesto e alla sua situazione attuale, ma servono solo a nascondere una sostanza dagli aspetti miserevoli. Quella che ben emerge dalla risposta di Norma Rangeri all’intervista su Repubblica a Rossana Rossanda.

Risposta che meriterebbe di essere ignorata se non fosse gravemente offensiva della realtà e dei sentimenti più profondi di un gruppo di persone che non hanno affatto “abbandonato la nave, pensando solo a se stessi, senza alcun interesse per la sorte del Manifesto“, ma sono state costrette ad andarsene. Non è necessario che gli ostracismi siano formali. Basta rendere l’aria irrespirabile giorno dopo giorno, far capire ai compagni storici che la loro presenza in redazione non è più gradita, trattare i bastian contrari, che pretendono di discutere le modalità di uscita dalla crisi e gli obiettivi futuri per rilanciare un giornale alle corde, come dei sabotatori, nemici della sopravvivenza. Quel che segue porta a una fine nota e inevitabile.
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Incontro con Rossana Rossanda. “Io, eterna madre della sinistra uccisa dai figli”

di Simonetta Fiori

“No, non ci capiamo più. Li ho ascoltati per tanti anni, un lungo miagolio sulle mie spalle. Venivano dalla madre a raccontare le delusioni esistenziali. Gli amori, le speranze, le difficoltà. Ma ora davvero non ci capiamo più”. Lo sguardo è severo e insieme sorridente, l’incarnato candido come le camelie che fioriscono nel giardino qui intorno. Da qualche mese Rossana Rossanda vive a Brissago, un angolo del Canton Ticino dove si fermerà fino alla fine di agosto. “Sì, è un bel posto. Dall’ospedale di Parigi vedevo solo la periferia, qui c’è il lago per fortuna increspato dal vento. Per chi non la conosce, la Svizzera può essere incantevole. Ma pare che chi ci vive la trovi insopportabile”.

Azzurro ovunque, le vele bianche, anche i monti innevati, una bellezza quasi sfacciata e intollerabile allo sguardo ferito di chi abita nella grande casa di vetro affacciata sul lago Maggiore. “La prego”, si rivolge con famigliarità all’infermiere, “può dare un po’ d’aria alle rose?”. La stanza è luminosa, sul comodino la bottiglia di colonia e la biografia di Furet, un po’ più in là l’ultimo libro di Asor Rosa, I racconti dell’errore. “È un bellissimo libro sulla vecchiaia e sulla morte. Ma noi vogliamo parlare d’altro, vero? I necrologi lasciamoli da parte”.

Per i più vecchi, nella famiglia del Manifesto, è stata l’eterna sorella maggiore, la quercia sotto cui ripararsi nella tregenda. Per i “giovani” – così li chiama, anche se giovani non sono più da tempo – è la madre temuta e ingombrante. “Sì, una madre castratrice. Mi hanno sempre visto così, anche se io non mi sono mai sentita tale. Ho sempre cercato di capire, di dar loro spazio, ma forse è una legge generazionale. I figli per crescere hanno bisogno di uccidere i padri e le madri. E ora è toccato anche a me”.
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Convegno Pintor - Foto di Vincenzo Fuschini

A dieci anni della scomparsa, il ricordo di Luigi Pintor e la sua eredità da portare avanti

di Vincenzo Fuschini

L’appuntamento era a Cagliari lo scorso 15 maggio. E tema centrale è stata la memoria e l’eredità intellettuale di Luigi Pintor nel decimo anniversario della sua morte. Un appuntamento che inizia con la commemorazione ufficiale a cui è stato presente il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, presso la sala consiliare. Nonostante l’ufficialità, non sono mancati momenti di ricordo personale di quel grande giornalista comunista da parte di chi lo ha conosciuto. Inoltre, alcuni giornalisti e docenti universitari hanno ricordato il Pintor letterato e polemista, attraverso i suoi libri e i suoi articoli.


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Foto di Leonardo Zanchi

Il futuro del Manifesto: il circolo di Bologna, per ricominciare va recuperato uno spirito eretico

In più occasioni ci è stato chiesto di esprimerci non solo su “di chi è il Manifesto” ma anche su “che cosa deve essere il Manifesto“. Proviamo a farlo, concentrandoci su alcuni punti che riteniamo fondamentali per definire il progetto politico di un Manifesto (in)possibile.

Condividiamo le analisi che leggono, nella gestione della crisi da parte degli stati e degli organismi internazionali, il disegno di attuare una ristrutturazione del sistema capitalistico di libero mercato a spese del lavoro e del sistema di protezione sociale conquistato nei decenni passati, mettendo in atto una lotta di classe del capitale contro il lavoro di un’asprezza che non si vedeva da tempo. Le ricette imposte per uscire dalla crisi, a cominciare dal pareggio di bilancio nella Costituzione e dal fiscal compact, da un lato riducono la sovranità nazionale, rendendo irrilevanti gli esiti del voto popolare e conducendo gran parte delle società esposte, in particolare nel Sud dell’Europa, verso un disastro sociale che può mettere a rischio la tenuta stessa della democrazia; dall’altro riproducono verso l’esterno l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri, aumentando le distanze tra i paesi “sviluppati” e quelli sempre più martoriati da condizioni di vita insostenibili per la grande maggioranza della popolazione.

Per questo, un’alternativa allo stato di cose presenti, in direzione anticapitalista, non può oggi che svilupparsi su un campo – politico, sociale, economico e sindacale – che abbia una dimensione quantomeno europea, ma che deve tendere a superare anche questa scala. In questa dimensione il Manifesto deve (ri)trovare una sua ragion d’essere, ricucendo i fili delle analisi e delle proposte e dando voce a lotte e azioni di cambiamento che giungono da ogni lato del pianeta.
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Foto di Claudio Riccio

Il futuro del Manifesto: la proposta di statuto per la nuova cooperativa elaborata dal circolo di Bologna

Ecco la proposta di statuto (pdf, 169 kB) che il circolo del Manifesto di Bologna a inviato a Roma, al giornale, per contribuire al futuro del giornale. Dopo l’invio, Mauro Chiodarelli ha ricevuto questa risposta da Rossana Rossanda:

Caro compagno, ho ricevuto ieri la tua lettera e oggi il quadro dello statuto. Se vorrai potrai leggere quel che penso da tempo. Non è semplice. Per me l’essenziale è quale politica a medio termine si vuole perseguire. Spero che l’assemblea lo decida o almeno ne imposti la discussione. Grazie intanto a te e ai compagni di Bologna per quel che fate.

Venendo alla proposta di statuto, alla fine dopo un lungo articolato e faticoso lavoro, condotto con grande maestria culturale e politica da Guido Ambrosino e Giacinto Cimmino, il circolo di Bologna ha approvato la proposta di statuto di cooperativa di lettori, sostenitori e collaboratori, giornalisti e poligrafici, destinata a rilevare la testata del Manifesto, se sarà la volontà collettiva e condivisa di tutti coloro che parteciperanno a questa discussione.
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