La Francia delle fratture

di Bruno Giorgini

A Parigi e nel resto di Francia, da Strasburgo a Marsiglia da Bordeaux a Toulouse, e lungo le strade coi blocchi, il movimento dei Gilet Jaunes (GJ) scende in piazza per il sedicesimo sabato consecutivo. Nessuno all’inizio c’avrebbe creduto, e invece decine di migliaia di persone si mobilitano da tre mesi, in modo militante occupando strade e piazze, spesso scontrandosi con la polizia. Nella capitale si muovono due cortei, stavolta inquadrati dalla polizia e con in nuce un servizio d’ordine dei manifestanti, fatto del tutto inedito.

Sugli Champs, dove c’è l’Eliseo e gli altri palazzi del potere, il dispositivo di sicurezza è molto fitto. D’altra parte Macron si era premurato di dire e ribadire in più occasioni che chi partecipa a una manifestazione dove possono avvenire violenze, nel caso in cui accadano, ebbene egli se ne rende complice per il solo fatto di stare lì. Dichiarazione che, se presa alla lettera, viola qualunque criterio proprio allo stato di diritto e democratico.

Ma a forte impatto politico. Comunque sia, le manifestazioni parigine a colpo d’occhio segnano la fine, almeno per oggi, della fase anarco insurrezionale del movimento, non discostandosi per nulla dai normali cortei sindacali col proprio servizio d’ordine che concerta passo a passo il percorso con le forze di polizia. Nonostante qualche singolo e piccolo gruppo scalpiti, per esempio lungo gli Champs quando si è cominciato a urlare “Non siamo delle pecore” quando la polizia si faceva asfissiante pretendendo di dettare addirittura l’andatura. Così qualcuno ha scantonato nelle vie laterali, seguito da vicino dai guardiani in armi, alcuni dei quali sbuffavano perché portano addosso una sorta di armatura che pesa venti chili, e gli indisciplinati manifestanti correvano: “Lo fanno apposta per farci affaticare” e si capisce che usare il manganello non gli dispiacerebbe troppo. Però bonariamente.
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La trasformazione dei gilet gialli

del Collettivo Parti-e-s- pour la décroissance, traduzione di Alberto Castagnola

Ormai da molte settimane, il movimento dei “gilet gialli” scuote la Francia: mobilizzazione di massa dei cittadini, strade bloccate, economie in stallo. Il governo di Macron e di Philippe traballa fortemente. Si è anche fatto ricorso allo stato di emergenza per fronteggiare una situazione semi insurrezionalista. Sarebbe quindi legittimo chiedersi che cosa si nasconde dietro un movimento così eterogeneo e così ostile all’ordine stabilito. Sarebbe legittimo anche porsi delle domande sulla sua organizzazione, sulle sue modalità di contestazione e sulla sua violenza.

In effetti si potrebbe. Ma la cosa essenziale è prendere coscienza degli insegnamenti profondi che dobbiamo trarre dai “gilet gialli”. Come siamo giunti ad una situazione simile? Quali sono i collegamenti con le problematiche che stimolano gli obiettori della crescita? Quali posizioni può prendere la Decrescita? Quali meccanismi della sicurezza sociale possono essere proposti per affrontare serenamente la transizione ecologica?

Siamo già convinti che il movimento dei “gilet gialli” non è basato soltanto sulla semplice contestazione della fiscalità ecologica, o, in senso più ampio, è contro le tasse? Certamente, la tassa sui carburanti ha svolto la funzione di detonatore, non perché il “gilet gialli” contestano l’ecologia, ma perché contestano l’ingiustizia. È proprio perché un numero crescente di cittadini si trova nella impossibilità di vivere con dignità il motivo per cui è emerso questo movimento.
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Stefano Palombarini: “I gilets jaunes costituiscono una coalizione piuttosto inedita”

di Lionel Venturini. Traduzione di Leonarda Martino

La crisi è ormai politica, e l’insurrezione dei “gilets jaunes” pone delle domande sulla sua capacità di durare. Per Stefano Palombarini, autore con Bruno Amabile de “L’illusion du bloc bourgeois” [1] la crisi politica francese non è legata a lotte d’apparato o personali ma alla difficoltà di formare un nuovo blocco dominante. Perché Macron, eletto aggregando le classi medie attorno alla borghesia, vede restringersi sempre di più la sua base sociale.

Quello dei “gilets jaunes” è un movimento composito. Come spiega il fatto che non si disintegri?

SP Il sondaggio Ifop [Institut français d’opinion publique] sulla natura del sostegno ai “gilets jaunes” fa apparire tre categorie che supportano il movimento: gli impiegati (63%), gli operai (59%) e i lavoratori autonomi (62%, auto-imprenditori, commercianti, artigiani). Questa coalizione sociale è piuttosto inedita in Francia. A colpire, nella lista delle rivendicazioni inviata ai media, è che tutti gli interventi reclamati si indirizzano al governo, non ai datori di lavoro. La sola rivendicazione salariale è la SMIC [2] che è fissata dal governo, con la richiesta di portarla a 1300 Euro, vale a dire 150 Euro più di oggi, cosa molto ragionevole. Quanto al potere d’acquisto, il nocciolo delle rivendicazioni è una riduzione delle imposte. È precisamente l’abbandono delle rivendicazioni salariali tradizionali a permettere l’unificazione del movimento tra categorie che altrimenti non riuscirebbero ad accordarsi tra loro.
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Chi sono e cosa vogliono i gilet gialli

del quotidiano britannico The Economist e di Internazionale, traduzione di Federico Ferrone

“Non stiamo bloccando il traffico, semplicemente lo filtriamo”, spiega Loup, un ex assistente scolastico di 64 anni, con entrambe le mani in tasca e un orecchino d’argento su entrambe le orecchie. Con indosso uno dei gilet gialli che dà il nome al movimento, Loup e decine di altre persone hanno messo in piedi una protesta in una rotonda alla periferia di Evreux, nella Normandia meridionale. Sul terreno fangoso, delle cassette di legno sono state incendiate, mentre alcune pile di croissant sono accatastate su un tavolo da campeggio. I manifestanti hanno bloccato una corsia della strada, e gli automobilisti che passano di lì suonano i clacson non per la rabbia ma in segno di sostegno.

Due settimane fa i gilet gialli sono emersi dal nulla, grazie a Facebook, e hanno bloccato le strade di tutta la Francia. La rabbia scaturita per l’aumento delle tasse sul gasolio si è allargata fino a diventare una protesta contro il presidente Emmanuel Macron. “Alla fine del mese, semplicemente non posso permettermi di riempire il serbatoio”, spiega Sandra, un altro gilet giallo e madre single di due bambini piccoli, che lavora in un negozio di ottica e guida per venti chilometri ogni giorno per raggiungere il posto di lavoro. “Non siamo ricchi, ma non siamo poveri. È un attacco alle classi medie che lavorano”.
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La Brexit e i gilet gialli sono le rivolte degli esclusi

di Pierre Haski (France Inter), traduzione di Andrea Sparacino

Ci sono due modi di valutare l’accordo raggiunto il 25 novembre a Bruxelles tra Theresa May e gli altri 27 paesi dell’Unione europea. Il primo è quello di chiedersi se l’accordo otterrà la maggioranza al parlamento britannico, se sopravviverà ai giochi di potere interni al Partito conservatore e cosa succederà a britannici e continentali in caso di fallimento e dunque di Brexit “dura”.

Il secondo, più complesso, è legato agli interrogativi sollevati in Francia dal movimento dei gilet gialli. Pensate che i due temi non abbiano niente in comune? Forse vi sbagliate. Il “sì” alla Brexit di due anni fa è scaturito dal voto dell’Inghilterra e del Galles, con una notevole eccezione: l’isolotto di prosperità rappresentato da Londra. La Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato in maggioranza per l’adesione all’Unione europea.

Così come succede con la base sociologica e geografica dei gilet gialli, le regioni in cui la Brexit ha ricevuto più voti sono quelle che si sentono penalizzate dalla globalizzazione che favorisce le grandi metropoli. In Inghilterra esiste una tradizionale frattura tra nord e sud, che si è allargata dopo gli anni ottanta e soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008 e segnata dalla de-industrializzazione, dal disimpegno dello stato e dalla fuga dei giovani. Questo fossato ha creato un’opportunità politica, costruita anche sul risentimento verso l’effetto calamita della metropoli londinese, adattatasi meglio alla globalizzazione finanziaria.
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