Demani civici in Sardegna

Sardegna: la poca voglia di gestire bene i demani civici

di Stefano Deliperi

Passano gli anni, cambiano le Amministrazioni regionali, eppure in Sardegna continua il colpevole disinteresse verso la corretta gestione di circa un quinto dell’Isola. I demani civici sardi e i diritti delle relative collettività locali rimangono alla mercè dei tanti interessi particolari e degli abusi. Perché? Proviamo a vedere gli ultimi sviluppi.

L’azione legale ecologista

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha rivolto (21 ottobre 2015) una puntuale istanza al Presidente della Regione autonoma della Sardegna Francesco Pigliaru, all’Assessore regionale dell’agricoltura Elisabetta Falchi e al Direttore generale del medesimo Assessorato perché provvedano a dar corso ai procedimenti di accertamento dei diritti di uso civico e dei demani civici in ben 120 territori comunali, nonché diano corpo agli interventi regionali sostitutivi previsti dalla legge (art. 22 della legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.) per il recupero di terreni a uso civico illegittimamente occupati da privati nei tantissimi casi di inerzia dei Comuni interessati.

Coinvolti, per opportuna informazione, il Commissario per gli usi civici per la Sardegna, il Procuratore regionale della Corte dei conti per la Sardegna, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari. I terreni a uso civico e i demani civici (legge n. 1766/1927 e s.m.i., regio decreto n. 332/1928 e s.m.i., legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.) costituiscono un patrimonio di grandissimo rilievo per le Collettività locali in Sardegna, sia sotto il profilo economico-sociale che per gli aspetti di salvaguardia ambientale, che si rivelerà – al termine delle operazioni di accertamento previste dalla legge – interessante con probabilità circa un quinto del territorio isolano, circa 400 mila ettari.
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“Spese pazze” in Regione, manca la cultura della sobrietà

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia
Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia
di Sergio Caserta

La crisi economica si aggrava ulteriormente, nonostante le “luci in fondo ai tunnel” che non illuminano alcuna ripresa, il governo delle larghe intese procede sempre più a fatica, senza una vera ragione fondamentale che non sia, l’ormai del tutto inadeguata osservanza dei diktat della trojka. In questo quadro incerto e veramente preoccupante, le vicende degli scandali per “spese pazze” del consiglio regionale dell’Emilia Romagna, risuonano come una sinfonia stonata, contribuendo a incupire un clima certamente già poco sereno.

Di là dalle responsabilità individuali o dei gruppi, sul piano legale e su quello politico, penso debba essere posto l’accento sull’irrazionalità, ancora perdurante, all’interno della pubblica amministrazione, sia essa la Regione o qualsiasi altro ente o istituzione, del sistema di gestione dei conti che non dimentichiamolo sono pubblici, perché riguardano risorse dei cittadini e dei soggetti giuridici, almeno di quelli, che pagano le tasse.

Non sarebbe mai stato ammissibile e non lo è a maggior ragione oggi, che la logica di spesa debba procedere senza l’applicazione di criteri di misura e sobrietà e senza sistemi di controllo a monte e a posteriori adeguati. E non si tratta solo delle spese dei gruppi politici, che dovrebbero più di altre, essere controllate.
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