Dal condono di Ischia alla modifica della Costituzione per introdurre il vincolo di mandato?

di Alfiero Grandi

Come era inevitabile stanno emergendo tensioni nella maggioranza parlamentare e soprattutto nel M5Stelle sui provvedimenti. La ragione di governo, cioè sostenere il governo Lega/5Stelle ad ogni costo, anche su provvedimenti che contraddicono quanto detto e promesso in precedenza, si scontra con orientamenti che i 5Stelle avevano sostenuto fino a poco prima con forza. Però non tutti i deputati e senatori sono disponibili ad ingoiare il rospo, in alcuni casi veramente indigesto, di provvedimenti votati a scatola chiusa solo perché voluti dalla Lega o, in alcuni casi, perché rappresentano una giravolta a 180 gradi dei 5 Stelle stessi.

Nel caso del condono per Ischia ovviamente la situazione è ancora più pesante perché non si può invocare un ricatto vero o presunto della Lega ma è solo un cambio di orientamento del M5Stelle. Il decreto per Genova, appena convertito in Parlamento, appartiene a questo genere, forse più grave perché la giravolta non deriva da una pressione della Lega, come nel caso del decreto sicurezza voluto da Salvini, ma è contenuto in un provvedimento legislativo costruito sotto la guida dei 5Stelle e anche l’emendamento ha questa origine. Per questo lo sconcerto è più grave e le reazioni sono state più decise. Va aggiunto che la parte che riguarda il condono per Ischia non c’entra con Genova.
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Perché dobbiamo nazionalizzare le nostre autostrade: il 20 ottobre tutti in piazza a Roma

di Paolo Gerbaudo, Senso-Comune.it

La tragedia del crollo del ponte Morandi lo scorso 14 agosto a Genova, con il suo tragico bilancio di 43 morti, grida vendetta contro gli effetti deleteri della privatizzazione dei servizi pubblici. A partire dagli anni ’90 governi di centrosinistra e centrodestra hanno fatto a gara a svendere pezzi fondamentali del patrimonio pubblico. Con la scusa che lo stato fosse per sua natura inefficiente e che i privati fossero necessariamente più efficienti: la ormai nota retorica del “carrozzone pubblico” sprecone.

Tuttavia in Italia, e in molti altri paesi, come la Gran Bretagna e la Francia dove cresce la domanda di nuove nazionalizzazioni, ci si è ormai resi conto che questo argomento è fallace. I servizi privatizzati si sono spesso dimostrati più inefficienti e più costosi di quando erano sotto controllo pubblico. Gli unici a guadagnarci sono stati grandi imprenditori e gli investitori capaci di rastrellare facili profitti da servizi essenziali di cui i cittadini non possono fare a meno, a dispetto del prezzo e dell’effettiva qualità del servizio.

Il caso delle autostrade, per la cui nazionalizzazione è stata indetta una manifestazione sabato 20 ottobre con partenza da Piazza della Repubblica – lanciata da USB e Potere al Popolo e a cui aderiscono altri movimenti come Senso Comune – è emblematico del fallimento della “stagione delle privatizzazioni”. La “modernizzazione” che doveva essere portata dalla cessione totale o parziale delle grandi imprese di stato, dall’Ilva alla Telecom, dall’Alitalia a Eni e Enel si è tradotta in una evidente regressione per l’economia del nostro paese.
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Troppe grandi opere e zero competenze logistiche

di Guido Viale

Invece di discutere utilità e rischi delle Grandi opere, il crollo del ponte Morandi – uno dei tanti gigantismi che ha fatto del ‘900 “il secolo dell’automobile” – sembra averlo chiuso: per lo meno nel mondo politico e sui media: occorre farle tutte e subito, il Tav, il terzo Valico, il Tap, le autostrade, il ponte sullo stretto, prima di un altro ripensamento. «La competizione internazionale lo esige», «Il progresso non si può fermare», «Non ci si può opporre alla modernità», «Vogliamo tornare al medioevo?».

Difficilmente troverete sulla bocca dei politici o nei commenti della stampa qualche argomentazione meno vacua di queste. Ma siamo sicuri che la modernità, qualsiasi cosa si intenda con quel termine, sia proprio questo? Che il progresso debba portarci necessariamente verso la moltiplicazione dei disastri (e verso quello che li ricomprende tutti: un cambiamento climatico irreversibile)? E che l’unica regola che deve governare il mondo, e le nostre vite, sia la competizione e non la cooperazione?

Un recente saggio, chiaro e sintetico, di Sergio Bologna, uno dei pochi esperti capace di un approccio intermodale ai temi del trasporto – sul sito di Officina dei saperi – mette una pietra tombale su tutte le Grandi opere. L’Italia non ha bisogno di nuove grandi infrastrutture di trasporto; ne ha già persino troppe. Quello che manca è la capacità di utilizzarle a fondo; mancano le competenze logistiche e gli operatori per accorpare e smistare i carichi utilizzando al meglio i mezzi e le infrastrutture a disposizione. Oltre, ovviamente, agli interventi per rendere operative le interconnessioni modali.
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Genova e l’Italia delle infrastrutture: vittime, folle e potere

di Marco Bouchard, tribunale di Firenze

I funerali delle vittime di Genova

Funerali di Stato a Genova per le vittime del ponte Morandi. Il Presidente della Repubblica è stato acclamato ma quando sono entrati nei padiglioni della Fiera i viceministri Salvini e Di Maio c’è stata addirittura un’ovazione. È stata una presenza organizzata? Forse, in parte, perché il povero segretario del PD, al contrario, gironzolava sperduto mentre alcuni lo contestavano.

Per il resto credo che si sia trattato di un abbraccio autentico che risponde alle nette prese di posizione del governo contro i “padroni” delle autostrade che si sono arricchiti e che avrebbero arricchito i governanti precedenti sulla pelle di decine di vittime, morte per mancata manutenzione e mancati controlli.

Anche se la strada della revoca della concessione invocata per “giusta causa” – come ha detto il Ministro dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali – appare impervia, non c’è dubbio che quella prospettiva ha dato corpo giuridico alle richieste e alle promesse di “farla pagare” ai sicuri responsabili.
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Privatizzazioni ed etica del pubblico: nel dolore di una nazione ferita

di Alessandra Maltoni

La vicenda del crollo del ponte di Genova ha scosso profondamente la nostra emotività sino al punto di interrogarci tutti, destra e sinistra, su quale sia ancora l’effettiva portata dell’etica pubblica. È mia abitudine confrontarmi con i fatti che accadono tentando di leggerli e interpretarli in una chiave che sia il più possibile ampia e storicizzata. Questo continuo confronto mi induce inevitabilmente e amaramente a ritenere che lo Stato italiano, inteso come quel progetto unitario e duraturo in cui molti di noi e dei nostri avi avevano posto tante speranze, è ormai scivolato via, piegato dalle dinamiche di “liberalizzazione selvaggia” che, prima di divenire scelta politica, si sono imposte come “nuova mentalità”, un nuovo “umanesimo” delle relazioni pubbliche. Quella mentalità che piace a un certo tipo di impresa che insegue il profitto e la speculazione, senza etica, per la quale l’interesse e le istanze dei cittadini, i loro diritti, le richieste di sicurezza e di amministrazione capace diventano e sono un ostacolo.

Pian piano, in assenza di discussioni feconde e di fervore politico, il cambiamento ha cambiato l’Italia. Le nuove privatizzazioni e un uso costante di decretazioni d’urgenza (l’eccezione divenuta regola) ci hanno inondati di decreti governativi che hanno “stratificato” un po’ alla volta un innovamento privo di discussione sui contenuti, con aule parlamentari blindate a priori dietro il diktat della “fiducia” senza emendamenti. Un fiume di regolamentazione spesso mascherato “d’altro” ha inondato l’Italia e pezzo per pezzo ha smontato e raggirato il sistema, riscrivendo Scuola, Lavoro, controlli amministrativi, regole sulla formazione dei provvedimenti e sulle decisioni delle pubbliche amministrazioni per facilitare forme di “silenzio assenso”, sempre più flessibili e meglio raggiungibili dal privato.
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Ponte Morandi, perché l’Italia decise di privatizzare: la vera storia di una tragedia assurda

di Loretta Napoleoni

Il crollo del ponte Morandi a Genova è una catastrofe da terzo mondo, impensabile nella terza economia di Eurolandia o in una nazione che far parte del G7. Eppure è successo. Quei cadaveri seppelliti sotto le macerie di un ponte che doveva essere antisismico, ma guarda caso non lo era, che avrebbe dovuto essere ricostruito, ma non è stato fatto e così via, confermano ciò che da decenni ci rifiutiamo di sentire: che il nostro è un Paese corrotto, mal governato, impoverito da una classe dirigente che ne ha fagocitato la ricchezza, una nazione dove le diseguaglianze sono la regola e dove tutto, ma proprio tutto, anche la democrazia è in vendita per chi ha i soldi per acquistarla.

L’incipit della tragedia risale al 1992 quando politici e poteri forti iniziano a tessere la favola del benessere sullo sfondo dell’implosione della lira che non regge la banda di oscillazione dello Sme, e della minaccia della mafia che fa fuori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Stiamo calmi, è il messaggio che arriva dai vertici del potere, esiste una soluzione e si chiama euro. In altre parole la moneta unica viene venduta ai cittadini come il biglietto d’ingresso al club delle nazioni ricche del Nord Europa, come se bastasse quella monetina a rilanciare l’economia, sconfiggere la mafia e fare dell’Italia un Paese ricco e solido. Grazie al tam-tam della stampa e alla propaganda della casta questa certezza assurda, specialmente alla luce del fiasco del serpente monetario, si fa strada nel subconscio della maggior parte degli italiani e ci rimane fino alla crisi del debito sovrano degli anni 2011 -2012.
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Carmelo Maiorana: “La maggior parte dei nostri ponti sta messa male”

di Alberta Pierobon

«Da quando l’ha saputo, ha passato ogni minuto della giornata a pensarci. Va da sé, la tragedia di Genova ha sconvolto tutti ma su di lui ha scavato un baratro. Perché nella sua testa, come in un film, si sono succedute le immagini della radiografia del ponte Morandi crollato e l’elenco delle responsabilità». Lui si chiama Carmelo Maiorana, ha 64 anni, non procede per ipotesi, piuttosto per analisi: è ingegnere strutturista, ordinario di Scienza delle costruzioni all’università di Padova. Ma prima delle questioni tecniche e delle relative spiegazioni, per forza si fa strada con angoscia un’analisi anche questa strutturale. Purtroppo strutturale, che riguarda un malcostume tutto italiano.

Come mai, professore, nessuno ha colto i segnali che hanno portato a questa tragedia?

«Questo è il problema. In Italia siamo indietro e tanto. La maggior parte dei nostri ponti ha necessità di un monitoraggio ininterrotto e di manutenzione costante. Operazioni che hanno dei costi».

Quindi è mancato il monitoraggio?

«Qui un altro problema. Io sostengo che chi si occupa dei controlli dovrebbero essere persone fuori dai giochi, persone che dicano la verità, libere di dire la verità. Invece spesso proprio chi è incaricato di monitorare, la verità non la dice: il perché è facile da spiegare. Perché dicendola teme di non avere più lavori di consulenza. E’ semplice, ed è questo il malcostume».
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Maurizio Maggiani: “Era un ponte verso il sol dell’avvenire. Ora Genova è morta”

di Eleonora Martini

È triste e addolorato, Maurizio Maggiani, e anche molto arrabbiato. Ma soprattutto sembra già struggere di nostalgia per quel ponte con cui aveva fatto «amicizia», di cui aveva «imparato a fidarsi», come tutti i genovesi. E sì che lui, giornalista, fotografo e scrittore, insignito di prestigiosi premi per le sue opere narrative (Campiello, Viareggio, Strega e numerosi altri) è un genovese d’adozione, proveniente dalla Val di Magra, l’ultima propaggine ligure prima della Toscana che Dante Alighieri cita nel Purgatorio. Ma lui come tutti quelli cantati in Genova per noi, «la superba» l’ha sognata e desiderata. E raccontata, con uno sguardo onirico, in una sorta di guida anche fotografica.

In «Mi sono perso a Genova», edito da Feltrinelli, c’è tutta la sua prospettiva «sghemba» sulla città. E tra le immagini che ha selezionato ci sono quelle del ponte Morandi. Perché?

Perché senza quel ponte come si fa? Ogni volta che lo guardiamo, che precipitiamo dentro uno di quegli svincoli «micidiali», come diceva il cantante (De Gregori, ndr), quel ponte ci terrorizza. Perché è insieme tragico e bello. È qualcosa di spropositato che attraversa la valle.

Lo conosce bene?
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Polizia e tortura: un appello a sostegno del pm Enrico Zucca

di Altreconomia.it

Alla Diaz, così come a Bolzaneto, fu tortura. L’ha sentenziato la Corte europea dei diritti dell’uomo, più volte. La “colpa” del sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Genova è di ricordare che le prescrizioni della Corte di Strasburgo sono state disattese.

Da tempo ci occupiamo a vario titolo della tortura praticata in Italia e delle risposte offerte dallo Stato e perciò crediamo che Enrico Zucca, nel suo intervento di ieri a un convegno a Genova, abbia espresso una verità che ci trova pienamente concordi.

La risposta delle istituzioni alle torture compiute su decine e decine di persone nelle giornate del G8 di Genova del 2001 è stata gravemente inadeguata e ha tradito largamente lo spirito e la lettera delle sentenze di condanna contro l’Italia inflitte dalla Corte europea per i diritti umani per i casi Diaz e Bolzaneto.

Sono state disattese sia le indicazioni sulle misure necessarie a prevenire nuovi abusi (vedi la contorta e inapplicabile legge dell’estate scorsa e la mancata introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise), sia le prescrizioni circa la necessaria rimozione dei funzionari condannati in via definitiva (abbiamo invece avuto protezioni, promozioni, inopinati ritorni al vertice).
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Modello Genova: macelleria che non appartiene al passato né è stata un’eccezione

G8 di Genova - Foto di Altreconomia

di Sergio Sinigaglia

L’intervista al quotidiano Repubblica del capo della polizia Franco Gabrielli sta provocando a mio avviso un colossale “equivoco”, anzi una grande mistificazione. Gli elogi piovuti da più parti, anche da parte di esponenti della sinistra, sul presunto coraggio nell’ammettere (dopo 16 anni) le responsabilità delle forze di polizia nel massacrare, torturare, cercare di annientare un intero movimento, e, soprattutto, un’intera generazione che per la prima volta si misurava con l’impegno politico, rischiano di far passare in secondo piano un aspetto fondamentale.

Non è vero che “Genova” appartiene al passato. Non è vero che sia stata un’eccezione. “Genova” è diventata un modello di gestione dell’ordine pubblico, sia nella sua dimensione quotidiana, nelle relazioni che intercorrono tra chi è etichettato come “deviante sociale”, o presenza anomale nel tessuto urbano e le forze dell’ordine, sia nella gestione delle manifestazioni di movimento. La “Zona rossa” è ormai una prerogativa che disciplina lo spazio dei territori dove viviamo, dai terremoti, ai decreti per “il decoro”, alle politiche contro i migranti.

Un vero e proprio paradigma fondativo di una modalità di relazione tra istituzioni e le persone, autoritario e gerarchico. Il cosiddetto “daspo urbano” è lì a confermarlo. Un provvedimento abnorme e liberticida, paragonabile, per la sua gravità, al fermo di polizia degli anni Settanta, frutto tossico e micidiale che affonda le sue radici nella macelleria italiana delle giornate di luglio di 16 anni fa. Le cronache di questi ultimi anni ci hanno proposto casi eclatanti di cittadini, per lo più giovani, che finiti casualmente sotto i controlli delle forze di polizia, ne sono usciti morti.
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