Gaza, l’indomabile. Diario di viaggio

di Alessandra Mecozzi

Arrivo a Gaza, via Erez, il 12 agosto, dopo aver passato tre controlli: prima quello israeliano, poi quello della ANP, a cui mi accompagna il servizio di navetta che va avanti e indietro, e poi, prima di quello di Hamas, trovo gli amici italiani e palestinesi del Centro culturale Vik, diretto dall’infaticabile Meri Calvelli. Il caldo umido è potente ma sono veramente contenta di aver raggiunto questa striscia di terra quasi inaccessibile. Il Centro Vik si trova da pochi giorni in una nuova bella sede, piena di luce e di aria, da cui si vede il mare.

Un mare calmo, che di solito evoca un’idea di libertà, qui ci ricorda invece che questa popolazione è imprigionata: i pescatori hanno il mare ma non possono pescare, se non a rischio di essere colpiti dai proiettili, cosa che è avvenuta di frequente. C’è divieto di bagnarsi, a causa dell’inquinamento dovuto al sistema idrico di riciclo delle acque reflue che non funziona, anche se i ragazzini ci sguazzano allegramente. Le navi della Flottiglia per Gaza, solo pochi giorni fa, sono state sequestrate al largo dalle forze militari israeliane e portate al porto di Ashdod, oltre alle persone, fermati anche i medicinali e gli aiuti umanitari.

La quiete dopo la tempesta

Sorprende la calma di questa incredibile cittadina di mare, con gli ombrelloni e tante persone sulla spiaggia, mentre solo pochi giorni prima i bombardamenti israeliani hanno compiuto l’ennesimo massacro. Anche i luoghi della cultura sono stati aggrediti, secondo abitudini terroristiche che abbiamo visto all’opera in vari paesi da parte di Daesh o Al Qaida (in Siria, in Afghanistan, come alla sala Bataclan di Parigi nel 2015).
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Ricostruzione di Gaza: zero costruzioni, massimi profitti

Palestina - Foto di Ryan Rodrick Beiler / Activestills.org
Palestina - Foto di Ryan Rodrick Beiler / Activestills.org
di Edo Konrad, traduzione di InvictaPalestina

L’ultimo attacco israeliano a Gaza ha lasciato almeno 2.000 palestinesi uccisi e 17.000 case distrutte, rendendo oltre 110.000 persone senza casa e trasformato gran parte della striscia di macerie. A seguito di palesi violazioni israeliane del diritto internazionale umanitario, la crisi umanitaria già esistente nella Striscia di Gaza assediata è stata ulteriormente peggiorata.

Non solo Israele è riuscito a evitare condanne per la sua responsabilità, ma ha anche beneficiato economicamente dalle rovine che ha causato. La ricerca sul caso Nesher, l’unico produttore di cemento israeliano, mostra come il mercato israeliano delle costruzioni trae profitto dalla distruzione che Israele ha provocato nella Striscia di Gaza.

L’accordo trilaterale delle Nazioni Unite: garantire profitto israeliano

Nel mese di settembre 2014, l’accordo trilaterale delle Nazioni Unite stipulato tra le Nazioni Unite, Israele e l’Autorità Palestinese ha fornito un quadro normativo temporaneo per l’industria di ricostruzione di Gaza. Questo accordo è stato indicato come un mezzo per superare l’embargo e alleviare la sofferenza umana nella Striscia di Gaza, in base all’accordo Israele avrebbe fornito con misure di sicurezza e di controllo sul movimento degli aiuti, le merci di ricostruzione e i materiale.
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Palestina

Verità e giustizia sulla Palestina: un appello ai giornalisti

In vista della presentazione del libro Gaza e l’industria israeliana della violenza di Alfredo Tradardi, Diana Carminati ed Enrico Bartolomei, riportiamo l’attenzione sulla questione Palestina con questo articolo

di Patricia Tough e Raffaele Spiga, Coordinamento Campagna BDS Bologna (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni nei confronti dell’economia israeliana)

L’indifferenza sull’ingiustizia dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi da parte dell’Europa e del mondo è inaccettabile così come è inaccettabile il modo in cui la maggioranza della nostra stampa e i media TV presentano il conflitto israelo-palestinese.

Non è accettabile che nei nostri TG si parli di Israele per intendere anche la Palestina. Non è accettabile che nei nostri TG si definiscano terroristi i Palestinesi che usano violenza ad Israeliani mentre gli Israeliani che usano violenza ai Palestinesi non meritano questo brutto appellativo.

Non è accettabile che si parli di Palestina solo quando si tratta di avvenimenti che colpiscono Israele, non si parla mai nei maggiori quotidiani italiani delle continue violenze gratuite da parte dei soldati nei confronti di Palestinesi, ai check point imposti dappertutto, dove vengono bloccati senza motivazioni, anche se si tratta di andare in ospedale a partorire, persone anziane vengono umiliate, giovani donne e uomini vengono maltrattati-e fino a ferirli-e gravemente o peggio, eccetera.
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La guerra a Gaza - Foto di Radioblackout.org

L’Unione Europea vis-à-vis Ucraina e Gaza: due pesi, due misure

di Serafina Lombardo

La netta presa di posizione sui combattimenti e sul disastro aereo in Ucraina accompagnata dall’imbarazzante silenzio sugli avvenimenti nella Striscia di Gaza sono stati i momenti più importanti dell’ultimo Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea che si è tenuto il 22 Luglio scorso a Bruxelles.

Il 22 luglio scorso si è tenuto il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europa, che riunisce i 28 ministri degli esteri degli stati membri. Il tema principale della discussione ha riguardato la situazione ucraina ed il disastro del volo malese Mh17, a proposito del quale il Consiglio Europeo ha unanimemente espresso dure accuse nei confronti della Russia e dei separatisti ucraini.

È stato infatti dichiarato che sarà essenziale “assicurare il pieno accesso immediato, sicuro e protetto al sito e alla zona circostante, tra cui un corridoio di sicurezza vitale, al fine di procedere con l’identificazione delle vittime, nonché a recuperare i resti prevedendo un rapido, professionale e dignitoso rimpatrio delle vittime. L’UE si aspetta che tutti gli attori coinvolti preservino il luogo dell’incidente, astenendosi dal distruggere, spostare rottami, attrezzature, detriti o oggetti personali”.
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Gaza: lettera aperta agli ebrei italiani da un’ebrea italiana

La guerra a Gaza - Foto di Radioblackout.org
La guerra a Gaza - Foto di Radioblackout.org
di Stefania Sinigaglia

Sono un’ebrea italiana della generazione post-1945, ebrea da generazioni da parte di entrambi i genitori. Sento il bisogno impellente in queste ore di angoscia e di guerra tra Gaza Palestina e Israele di rivolgermi ad altri ebrei italiani perché non riesco a credere che non provino lo stesso sgomento e la stessa repulsione per la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza. Non si mira a distruggere un nemico armato, non sono due eserciti ad affrontarsi: si sta sterminando un’intera popolazione civile, perché il nemico è ovunque, in un fazzoletto di terra che stipa in 365 km2 un milione e ottocentomila persone, il nemico è sotto la terra sopra la quale c’erano case e scuole e negozi e ospedali e strade, c’è la gente, e se vuoi colpire chi sta sotto la terra è giocoforza ammazzare chi ci sta sopra a quella terra, anche un bambino lo capisce:, ma fanno finta di non saperlo gli strateghi sottili di questo orrore infinito che si dipana sotto i nostri occhi. Come facciamo a tacere di fronte a questa ingiustizia suprema, noi che per millenni siamo stati costretti a nasconderci nei ghetti per vivere, che venivamo additati come responsabili di nefandezze mai sognate, obbligati a convertirci a volte per non essere bruciati sui roghi? 

Israele ha fondato uno Stato nel 1948 su terra altrui, sappiamo come e perché, ciò è stato accettato dal consesso internazionale e nel 1988 è stato accettato dall’OLP. I Palestinesi hanno riconosciuto il diritto di Israele a esistere, ma Israele dal 1967 occupa terra non sua, e lo sa. Per anni e anni si è detto: quella terra occupata serve a fare la pace: territori in cambio di pace. Questo è stato il refrain che però è stato nel corso del tempo sepolto da guerre non più di difesa come nel 1967, ma di attacco, a partire dalla sciagurata invasione del Libano. 
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La guerra a Gaza - Foto di Radioblackout.org

Per capire quanto sta succedendo a Gaza: intervista a Dimi Reider

di Vincenzo Maccarrone

La trattazione della maggior parte dei media nostrani (e di quelli internazionali) delle vicende sanguinose che coinvolgono Gaza è stata spesso insoddisfacente, a parte alcune eccezioni (bisogna dare atto al Manifesto dell’ottimo lavoro svolto). Cercheremo di porre rimedio a queste mancanze intervistando Dimi Reider. Dimi è un giornalista Israeliano ed è fellow allo European Council on Foreign Relations (ECFR). I suoi lavori sono apparsi su The New York Review of Books, The New York Times, The Guardian, Foreign Policy, Haaretz, Daily Beast, Jerusalem Post e Index on Censorship.

VM: una delle argomentazioni usate del governo israeliano (si veda questa intervista fatta da Channel4 al portavoce del governo israeliano Mark Regev) e dai suoi sostenitori è che Hamas stia usando la popolazione di Gaza come un grande “scudo umano”. Questa argomentazione è stata rilanciata anche da alcuni siti e media nostrani. Qual è la tua posizione al riguardo?

DR: penso che questo sia un modo per spostare l’attenzione dal problema principale. Anche se Hamas usasse civili come scudi umani – il che, a quanto ne sappia io, è accaduto in rari casi – le persone a Gaza stanno morendo non perché siano state “usate” come uno scudo ma perché è l’esercito israeliano che le ha colpite.
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Gaza Burns - Foto di Al Jazeera English

Solidarietà alla Palestina: 98 premi Nobel, artisti e intellettuali chiedono un immediato embargo militare a Israele

L’appello. Da Peres Esquivel a Brian Eno, da Rigoberta Menchù a Mike Leigh e Roger Waters: «Facciamo appello alle Nazioni Unite e ai governi di tutto il mondo ad adottare misure immediate per attuare un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele, simile a quello imposto al Sud Africa durante l’apartheid».

«All’instaurarsi di un rapporto di oppressione, la violenza ha già avuto inizio. Mai nella storia la violenza è partita dagli oppressi. … Non ci sarebbero gli oppressi se non ci fosse stata prima una violenza per stabilire la loro sottomissione». Paulo Freire

Israele ha ancora una volta scatenato tutta la forza del suo esercito contro la popolazione palestinese imprigionata, in particolare nella Striscia di Gaza assediata, in un disumano e illegale atto di aggressione militare. L’assalto in corso di Israele su Gaza ha finora ucciso decine di civili palestinesi, ne ha ferito centinaia e ha devastato le infrastrutture civili, compreso quelle del settore sanitario che sta affrontando gravi carenze.

La capacità di Israele di lanciare impunemente attacchi così devastanti deriva in gran parte dalla vasta cooperazione militare e compravendita internazionale di armi che Israele intrattiene con governi complici di tutto il mondo.

Nel periodo 2008–2019, gli Stati Uniti forniranno a Israele aiuti militari per un totale di 30 miliardi di dollari, mentre le esportazioni militari israeliane verso il mondo hanno raggiunto la somma di miliardi di dollari all’anno. Negli ultimi anni, i Paesi europei hanno esportato in Israele miliardi di euro in armi e l’Unione europea ha concesso alle imprese militari e alle università israeliane fondi per la ricerca militare del valore di centinaia di milioni di euro.
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Vittorio Arrigoni / 2: restare ancora umani

di Paolo Morandi

La Palestina è arrivata fino a me durante l’Operazione Piombo Fuso. Ventidue giorni di bombardamento con più di milleduecento civili della Striscia di Gaza uccisi delle forze armate israeliane. Era la fine del 2008, il 27 dicembre, e qui in Italia si pensava più al cenone di capodanno che ad altro. Vittorio invece era lì, a Gaza, insieme a un gruppetto di internazionali, gli unici non palestinesi a raccontarci cosa stava succedendo.

Scriveva articoli su il manifesto e sul suo blog, guerrillaradio, ma non era un giorrnalista: era un attivista dell’International Solidarity Movement, accompagnava i contadini gazawi nei loro campi mentre i soldati israeliani sparavano loro addosso, saliva sulle barche dei pescatori mentre la marina di Tel Aviv le assaltava per non farle allontanare dalla costa.

“I Palestinesi meritano una punizione da vivi, nel tentativo di sopravvivere… ma anche da morti”, disse Vittorio nel corso incontro presso il centro sociale Vag 61, nel novembre del 2009, mentre raccontava dell’omicidio di un ragazzino di quindici anni e del tentativo, da parte dei familiari insieme ad alcuni compagni e compagne dell’ISM, di recuperarne il cadavere. Il ragazzo era stato ucciso da cecchini israeliani nella buffer-zone della Striscia di Gaza, dove era rimasto per più di cinquanta giorni senza vita, a causa dell’esercito che sparava a chi volesse avvicinarsi.
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Vittorio Arrigoni / 1: non dimenticare Gaza

Vittorio Arrigoni
Vittorio Arrigoni
di Rosanna Picoco

Il 15 aprile è un giorno particolare, per tante persone questa data risveglia ferite mai rimarginate: il 15 aprile di tre anni fa Vittorio Arrigoni fu ucciso. Scrivere di lui non è mai semplice: come si può racchiudere in poche righe la vita di un uomo che ha saputo dare tanto e dimostrare che si può e si deve restare umani?

Non è del giorno della sua morte che vorrei parlare, ma della sua vita, del suo coraggio e della sua grande empatia, la sua capacità di stare al fianco degli ultimi, di dare corpo ai suoi sogni e ai suoi ideali. La sua vita continua a raccontare e la sua memoria è diventata impegno di tanti. Caldo, era molto caldo quel pomeriggio di agosto del 2008.

Accalcati sul piccolo molo di Gaza, centinaia di palestinesi in attesa dell’arrivo delle due imbarcazioni della Free Gaza Boat. Sì, perché l’arrivo di due imbarcazioni nel porto di Gaza non si vedeva dal 1967, un evento storico a causa del blocco navale che da anni tiene prigioniera la popolazione in un striscia di terra di 360 kmq, la più grande prigione a cielo aperto del mondo.
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Reportage dalla Palestina: far fiorire il deserto / 2

Foto di Firdaus Usmandi Handala

Sono in un appartamento di Tel Aviv. Seduti davanti a me ci sono Tom e Schlomo, due giovani attivisti israeliani. Discutiamo da un’ora su ciò che meno conosco e comprendo, ovvero il punto di vista israeliano sull’occupazione. Occupazione che viene ridotta, anche lessicalmente, a conflitto, termine che suggerisce uno scontro tra attori sullo stesso piano. Alla fine, poi, il conflitto stesso viene normalizzato, diventa una quotidianità indifferente e allo stesso tempo si allontana, si fa silenzioso, viene digerito e interiorizzato.

L’intera società israeliana è pervasa dalla guerra, anche al suo interno. Il militarismo è l’altra faccia del sionismo. La mobilitazione totale ne è condizione necessaria. Schlomo racconta: “L’esercito è una presenza costante agli occhi dei bambini. Ricordo un gioco, alla materna, che consisteva nel collegare un’immagine ad un’altra immagine della stessa categoria. C’era un fucile disegnato, e bisognava tracciare una riga che portasse ad una colomba o ad un ramo d’ulivo. Alle elementari invece ci facevano scrivere letterine di ringraziamento ai soldati, e preparavamo per loro dei dolcetti da portare in caserma. Alle superiori spesso il supplente era una soldatessa che ci raccontava l’importanza e la bellezza di servire il proprio Paese”.

Prosegue Tom: “L’esercito è la cosa più sacra, è intoccabile, non si può criticarlo in nessun modo. Ancora oggi, gli obiettori di coscienza possono evitare la leva obbligatoria solo per ragioni di salute o di salute mentale. Sennò vai in carcere, finché non vieni considerato non idoneo al servizio militare. Senza contare le pressioni familiari e sociali che devi subire se decidi di non prendere parte alle politiche di questo Stato di Apartheid”.
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