Polizia e tortura: un appello a sostegno del pm Enrico Zucca

di Altreconomia.it

Alla Diaz, così come a Bolzaneto, fu tortura. L’ha sentenziato la Corte europea dei diritti dell’uomo, più volte. La “colpa” del sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Genova è di ricordare che le prescrizioni della Corte di Strasburgo sono state disattese.

Da tempo ci occupiamo a vario titolo della tortura praticata in Italia e delle risposte offerte dallo Stato e perciò crediamo che Enrico Zucca, nel suo intervento di ieri a un convegno a Genova, abbia espresso una verità che ci trova pienamente concordi.

La risposta delle istituzioni alle torture compiute su decine e decine di persone nelle giornate del G8 di Genova del 2001 è stata gravemente inadeguata e ha tradito largamente lo spirito e la lettera delle sentenze di condanna contro l’Italia inflitte dalla Corte europea per i diritti umani per i casi Diaz e Bolzaneto.

Sono state disattese sia le indicazioni sulle misure necessarie a prevenire nuovi abusi (vedi la contorta e inapplicabile legge dell’estate scorsa e la mancata introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise), sia le prescrizioni circa la necessaria rimozione dei funzionari condannati in via definitiva (abbiamo invece avuto protezioni, promozioni, inopinati ritorni al vertice).
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Lettera da Amburgo: Maria chiede aiuto agli amici di Feltre, la petizione per lei e per Fabio

di Gigi Sosso

Grido di dolore e libertà. Inchiostro blu, che racconta sofferenza ma allo stesso tempo speranza, nella lettera su un foglio a righe che Maria Rocco ha mandato agli amici feltrini dal carcere amburghese di Billwerder. La donna è detenuta ormai da più di due settimane, dopo le manifestazioni contro il G20. Mentre Fabio Vettorel, l’altro feltrino fermato dalla polizia tedesca, è stato trasferito fin dal primo momento nel carcere minorile di Hahnofersand, dal momento che ha appena 18 anni e lassù si diventa maggiorenni a 21.

La 23enne di Cesiomaggiore lancia un appello al mondo politico e culturale, sia a livello locale che nazionale, perché ritiene di essere vittima di un ingiustizia: c’è il rischio che rimanga in carcere, come minimo, fino alla fine di agosto. Ma se non dovesse cambiare la misura cautelare decisa dal tribunale di Amburgo per «grave violazione dell’ordine pubblico con resistenza a pubblico ufficiale», la carcerazione preventiva parte da 12 mesi, in attesa del processo.

I legali della famiglia (Prade di Belluno e Carponi Schittar di Venezia) stanno esplorando tutte le strade per riportarla in Italia, compreso un ricorso; nel frattempo il difensore della prima ora Serrangeli fa un po’ da portavoce e invoca un intervento deciso delle istituzioni: «La nostra diplomazia non si è proprio mossa e siamo di fronte a una grossa ingiustizia che riguarda dei cittadini italiani.
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Modello Genova: macelleria che non appartiene al passato né è stata un’eccezione

G8 di Genova - Foto di Altreconomia

di Sergio Sinigaglia

L’intervista al quotidiano Repubblica del capo della polizia Franco Gabrielli sta provocando a mio avviso un colossale “equivoco”, anzi una grande mistificazione. Gli elogi piovuti da più parti, anche da parte di esponenti della sinistra, sul presunto coraggio nell’ammettere (dopo 16 anni) le responsabilità delle forze di polizia nel massacrare, torturare, cercare di annientare un intero movimento, e, soprattutto, un’intera generazione che per la prima volta si misurava con l’impegno politico, rischiano di far passare in secondo piano un aspetto fondamentale.

Non è vero che “Genova” appartiene al passato. Non è vero che sia stata un’eccezione. “Genova” è diventata un modello di gestione dell’ordine pubblico, sia nella sua dimensione quotidiana, nelle relazioni che intercorrono tra chi è etichettato come “deviante sociale”, o presenza anomale nel tessuto urbano e le forze dell’ordine, sia nella gestione delle manifestazioni di movimento. La “Zona rossa” è ormai una prerogativa che disciplina lo spazio dei territori dove viviamo, dai terremoti, ai decreti per “il decoro”, alle politiche contro i migranti.

Un vero e proprio paradigma fondativo di una modalità di relazione tra istituzioni e le persone, autoritario e gerarchico. Il cosiddetto “daspo urbano” è lì a confermarlo. Un provvedimento abnorme e liberticida, paragonabile, per la sua gravità, al fermo di polizia degli anni Settanta, frutto tossico e micidiale che affonda le sue radici nella macelleria italiana delle giornate di luglio di 16 anni fa. Le cronache di questi ultimi anni ci hanno proposto casi eclatanti di cittadini, per lo più giovani, che finiti casualmente sotto i controlli delle forze di polizia, ne sono usciti morti.
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Carta di Genova: contro il debito, in difesa dei popoli e del pianeta

Debito, popoli e pianeta
Debito, popoli e pianeta
A 15 anni dal G8 di Genova e nell’anno del Giubileo della misericordia ci siamo dati appuntamento per condividere una delle questioni globali più urgenti: il progressivo indebitamento dei popoli dell’intero pianeta. Su questo tema abbiamo deciso di confrontarci con pensatori laici e credenti impegnati da anni su questo tema.

La responsabilità collettiva della misericordia, che è il dare opportunità di vita a tutti, richiede di giungere ad una denuncia pubblica delle indifferenze, delle riserve, e ad una pubblica, concorde assunzione di responsabilità al fine di snidare i privilegi e le ipocrisie, che contribuiscono a rendere sempre più ricche e prepotenti le classi dominanti e sempre più povere e vessate le parti sfruttate ed emarginate delle popolazioni.

Da diversi anni il debito è agitato, su scala internazionale, nazionale e locale, come emergenza allo scopo di far accettare come inevitabili le politiche liberiste di alienazione del patrimonio pubblico, mercificazione dei beni comuni, privatizzazione dei servizi pubblici, sottrazione di democrazia e di diritti. Di fatto, il debito rappresenta lo shock che serve “a far diventare politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccettabile”.

Anche in Europa, sta prevalendo l’ideologia della finanza e dei vincoli di bilancio che hanno creato debito, diseguaglianze, risvegliato egoismi, nazionalismi e spinte isolazionistiche che ampliano il solco di un’Europa senza anima, riportando indietro l’orologio della storia a periodi caratterizzati da drammatici conflitti.
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Capire Genova ci aiuta a pensare al futuro della nostra politica

di Christian Raimo

La pagina di Wikipedia dedicata ai fatti del G8 di Genova è impostata come il racconto di una battaglia. Sono indicati gli schieramenti contrapposti: da una parte l’arma dei carabinieri e la polizia di stato, dall’altra il Genova social forum. I rispettivi comandanti: Vincenzo Canterini e Francesco Colucci versus Vittorio Agnoletto e Luca Casarini. E le perdite – per gli attivisti: una vittima (Carlo Giuliani).

Che Wikipedia ricordi così quello che successe esattamente quindici anni fa, tra il 19 e il 21 luglio del 2001, non è singolare. La memoria di quell’evento epocale è la memoria di una battaglia, persa. E i nomi che la puntellano sono quelli del ricordo di un massacro: Diaz, Bolzaneto, piazza Alimonda. Per molti basta semplicemente evocarli per sentire l’odore del gas lacrimogeno, il rumore angosciante degli elicotteri.

Nonostante il grande racconto collettivo che si è fatto di Genova 2001, quello che accadde prima, durante e dopo il G8 è ancora il grande rimosso della politica italiana. Da un punto di vista giudiziario la condanna delle violenze feroci delle forze dell’ordine è stata del tutto insufficiente, con una minimizzazione delle colpe individuali e una schifosa indulgenza su quella che Amnesty international definì “la più grave violazione dei diritti umani occorsa in una democrazia occidentale dal dopoguerra”: la notizia di dieci giorni fa della multa di 47 euro comminata al carabiniere Massimo Nucera, che aveva dichiarato al tempo un falso tentato omicidio da parte di un manifestante (fingendo di essere stato accoltellato, aveva mostrato il suo giubbotto lacerato), è il simbolo della sostanziale autoassoluzione dei corpi di polizia dello stato.
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G8 di Genova: Arnaldo Cestaro, l’uomo che ha fatto condannare l’Italia per tortura

dell’Huffington Post

Arnaldo Cestaro è l’uomo che ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo per vedere riconosciuto quello che da anni testimoniava, e cioè di essere stato vittima di tortura durante l’irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Ha vinto, e ora riceverà 45mila euro dallo Stato italiano come risarcimento.

All’epoca Cestaro, originario di Agugliaro (Vicenza), aveva 61 anni. Era partito per Genova con gli amici delle sezioni di Rifondazione comunista di Vicenza e Montecchio Maggiore e mai avrebbe pensato di finire nel mezzo di un vero e proprio massacro a opera delle forze dell’ordine.

La sera del 21 luglio, dopo aver manifestato tutta la giornata, aveva trovato un posto dove dormire all’interno della Diaz, messa a disposizione dal Genoa Social Forum e dal Comune di Genova. Stanco, si era addormentato al piano terra dell’edificio ma si era svegliato improvvisamente per il rumore dei celerini che erano entrati con violenza nell’edificio.
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Carlo Giuliani, ragazzo: lettera aperta di una madre

Carlo Giuliani
Carlo Giuliani
di Haidi Giuliani, la madre di Carlo

Ora che l’Italia è stata condannata dall’Europa e nessuno può negare le violenze delle forze dell’ordine durante il G8 di Genova, c’è chi se la prende ancora con Carlo. A parte la signora Santanché, una vera ossessione la sua, che non perde occasione di indignarsi per un’ aula di Montecitorio che non esiste, altri continuano a dare notizie false o falsamente riportate.

Ieri, durante la bella festa per la Liberazione, un giovane amico mi ha chiesto se ero a conoscenza di una lettera piena di insulti indirizzata al padre di Carlo e diffusa tramite facebook e come intendevo reagire. Non l’avevo letta, naturalmente, non sono iscritta a fb: penso che sia uno splendido strumento di lavoro e di comunicazione per lo più usato male, in troppi casi utile solo come cassa di risonanza per chi è convinto di dovere pontificare su tutto. Spesso senza conoscere nulla. Comunque non è mia abitudine dare importanza alle affermazioni ignoranti dell’ennesimo sputasentenze. Così gli ho detto.

Tornando a casa però ho pensato che avevo torto: non mi interessa rispondere a una simile lettera, è vero, ma quel ragazzo e tante altre persone in buona fede che l’hanno letta hanno diritto a un chiarimento. Per questo motivo lo faccio qui, per chi fosse interessato:
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La legge beffa sulla tortura e le riforme “impossibili”

G8 di Genova - Foto di Altreconomia
G8 di Genova - Foto di Altreconomia
di Lorenzo Guadagnucci

Possiamo già chiamarla legge beffa. All’indomani della clamorosa sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo sul caso Diaz, il parlamento si appresta ad approvare un testo di legge sulla tortura che si discosta nei punti chiave dagli standard internazionali e dalle stesse indicazioni della Corte di Strasburgo.

Avremo quindi presto una legge che qualifica la tortura come reato generico, che non prevede la imprescrittibilità e – dopo i cambiamenti introdotti in commissione alla Camera – con una definizione di che cos’è tortura così articolata e ricca di sfumature da risultare difficilmente applicabile (un modo classico per svuotare le norme dall’interno).

Che la tortura sia un reato specifico del pubblico ufficiale è una nozione di senso comune ed è anche il motivo per il quale è oggi necessario introdurre una legge ad hoc: l’Italia è un paese dove la tortura si è praticata e si pratica in troppe occasioni (vedi i Rapporti di Amnesty International) ed è quindi necessario che arrivi alle forze dell’ordine un messaggio molto forte, in grado di avviare un cambiamento di rotta nei comportamenti e un aggiornamento dei parametri culturali di riferimento.

Quanto alla prescrizione, la Corte di Strasburgo si è espressa più volte negli anni scorsi sulla necessità di escluderla in materia di violazione dei diritti umani e lo ha ribadito nella sentenza dell’altro giorno, richiamando precise indicazioni venute sia dal Comitato europeo di prevenzione della tortura, sia dal presidente della nostra Corte di Cassazione. Ma il parlamento ha fatto finta di non sentire e di non vedere.
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G8, Bolzaneto: un libro riapre il caso

Gridavano e piangevano
Gridavano e piangevano
di Mauro Barberis

Fa discutere Gridavano e piangevano. La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto (Einaudi, 2014, € 18), il libro scritto da Roberto Settembre, il giudice estensore della sentenza di appello recentemente confermata in Cassazione. Il libro sarà oggetto di un dibattito a Genova, a Palazzo Ducale, il 12 giugno alle 17 e 30, con la partecipazione, fra gli altri, di Giuseppe Pericu, sindaco di Genova ai tempi del G8 e forse dell’attuale sindaco Doria. Ne parliamo con l’autore.

Hai lavorato mesi a stendere le 679 pagine della sentenza d’appello. Cosa ti ha spinto, appena andato in pensione, a riprendere in mano quelle pagine, rientrando in quell’incubo?

Il libro è nato dall’esigenza di dar voce alle vittime, facendole diventare, da oggetti passivi, soggetti attivi della narrazione. Gli eventi, che tanto facilmente si dimenticano, quando sono narrati penetrano nella coscienza e ne fanno scaturire emozioni e ragioni, che in qualche modo delimitano la strada della democrazia. Per questo non ho voluto selezionare pochi fatti esemplari, come se, ricordati quelli, si fossero ricordati tutti. Finito il processo, credevo che l’imponenza stessa della sentenza sarebbe stata sufficiente a ridare dignità alle vittime, producendo una riflessione collettiva sul senso di quegli eventi: ma evidentemente mi sbagliavo, e allora ho scritto questo libro.
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