La carovana della vergogna

di Alessandra Maltoni

Era l’alba del 9 settembre 1943 quando, immediatamente dopo l’annuncio di accettazione dell’armistizio e dell’uscita dalla guerra, il capo del governo italiano Badoglio e alcuni tra i suoi più importanti generali come Puntoni e Zanussi si apprestavano all’immediata fuga. Insieme ai vertici del potere politico e militare, il re e gli esponenti della real casa non attesero a lungo prima di decidere che l’unica alternativa fosse solo la fuga con però un unico dubbio: se scappare verso il più vicino mar tirreno o dirigersi verso l’Adriatico.

Erano già le prime ore del mattino e, come da “copione”, erano tutti saliti a bordo con bagagli e servitù mettendo in scena un “real” protocollo che sarebbe diventato una delle pagine più squallide e precipitose di chi a capo di un popolo, nei momenti della maggiore disperazione, non trova né per sé né per gli altri un po’ di coraggio e dignità.

D’altronde, chiediamoci, chi erano queste persone? tra loro il capo dello stato maggiore fu tra i primi a prendere posto fra i fuggiaschi. Si trattava di quel tal Marco Roatta di cui la Jugoslavia a lungo proverà a chiedere l’estradizione per responsabilità negli atroci e spietati crimini contro l’umanità… crimini compiuti a danno di cittadini inermi, fucilati, presi in ostaggio, bruciati vivi negli incendi e annientati nei loro villaggi, colpevoli solo di appartenere ad un popolo, quello slavo, considerato “inferiore”.
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Così stanno uccidendo la sanità pubblica

di Gloria Riva

Quella mattina del 24 agosto Giuseppe Teori, ortopedico all’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti, se la ricorda benissimo, anche se ha perso il conto dei volti scioccati che gli sono passati davanti. Su 240 barelle allineate c’erano i corpi martoriati degli abitanti di Amatrice. Lesioni, ferite di ogni tipo, fratture da schiacciamento. Nella notte, mentre dormivano, la terra aveva tremato e le case erano crollate su di loro. «È stato un miracolo», racconta l’ortopedico.

Già, ma il miracolo l’hanno fatto soprattutto i 400 giovani medici accorsi da tutte le province del Lazio per salvare vite umane: «Molti di loro li conosco, è gente che da 16 anni tira avanti con un contratto a termine, sono giovani che prendono 100 euro per una guardia medica notturna o si accontentano di 20 euro e una pizza per fare il medico alla partita di pallone». E un altro miracolo, quel giorno, l’hanno fatto i macchinari dell’ospedale che una volta tanto non si sono inceppati, nonostante vent’anni di carriera e rattoppi continui, che spesso obbligano il dottore a ripetere più volte gli esami.

Quella dell’estate 2016 è stata una situazione straordinaria, estrema, in cui il Sistema sanitario nazionale ha dimostrato di essere all’altezza di una catastrofe. Ma poi ci sono poi i miracoli ordinari, nelle corsie d’Italia. Quelli che si fanno tutti i giorni da dieci anni, da quando è cominciato il mantra dei tagli: meno 70 mila posti letto, meno diecimila professionisti, meno 175 ospedali. Giovani medici precari, macchinari nell’83 per cento dei casi obsoleti. E vecchi primari: il 52 per cento dei camici bianchi ha più di 55 anni, record europeo.
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Abdi

“La Somalia è senza diritti, ecco perché sono scappato”

di Andrea Guccio Parolin

“La Somalia vive una situazione di guerra da ormai 25 anni, e anche se oggi non se ne parla praticamente più, i conflitti non si arrestano, e la popolazione è costretta a vivere senza un governo e senza diritti. Per un bambino la guerra è la normalità, quando ci cresci in mezzo, le opzioni che hai non sono molte: o accetti di prendere in mano un fucile e ti arruoli o vieni ucciso. Altrimenti tenti la fortuna e scappi, provando a raggiungere l’europa”. Abdi è un ragazzo somalo di 25 anni ed è arrivato in Italia nel 2007. Con queste parole comincia il racconto del lungo viaggio per arrivare in Europa.

“Sono nato a Mogadiscio, e ho sempre vissuto in mezzo alla guerra. Non puoi non averci a che fare, ti tocca sempre, anche se tu la guerra non la fai. Mi ricordo che una volta mentre giocavamo in mezzo alla strada, sono arrivati due gruppi e hanno cominciano a spararsi. Noi eravamo lì, in mezzo, e lì è facile morire. Ho perso mio papà quando ero molto piccolo, circa sei anni, non ricordo bene, e mia sorella”.

A 12 anni decide di fuggire: “Non hai scelta, o ti arruoli o scappi. Se ti rifiuti vieni ucciso”. Uno dei gruppi somali più forti, Al Shabab (I giovani) arruola ragazzi tra i 10 e i 15 anni. “Sono bambini cresciuti in mezzo alla guerra, che non hanno mai avuto la possibilità di studiare, gli danno in mano un fucile e li crescono con le loro idee”.
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