Un letterato, dunque un niente: Franco Fortini nel centenario

di Luca Mozzachiodi

Con queste parole prendeva congedo nel suo ultimo scritto pubblico Franco Fortini, ma a dare una rapido colpo d’occhio alla sua biografia, in realtà una delle tante di intellettuali militanti, oggi categoria estinta o, anche peggio, totalmente a buon mercato e soprattutto a mercato troviamo ben altro che un dotto poeta professore.

Perseguitato da giovane per le sue origini ebraiche si convertì al cristianesimo evangelico e più tardi durante la guerra l’armistizio lo colse in servizio militare e dovette rifugiarsi in Svizzera da dove rientrò in Italia per combattere con le formazioni partigiane della Repubblica dell’Ossola. Nei campi profughi dove si raccoglievano gli esuli di tutta Europa scoprì l’internazionalismo proletario, lesse Marx, si iscrisse al Partito Socialista.

Tornato in Italia collaborò a quasi tutte le principali riviste di cultura e di riflessione politica legate alla classe operaia dal Politecnico di Vittorini, di cui fu redattore principale, a Discussioni e Ragionamenti; negli anni Sessanta fu tra coloro che per primi e più lucidamente si avvidero dei cambiamenti in seno alla classe operaia, alla politica dei partiti e all’industria culturale e fu vicino ai gruppi di sociologi e scrittori militanti di Quaderni Rossi e Quaderni Piacentini; in queste riviste che animò sempre con grande fervore, convinto com’era che la costruzione dei propri strumenti e delle comunità di lavoro fosse nei fatti anche la costruzione del socialismo, pubblicò alcuni saggi e scritti fondamentali per tutto il ripensamento delle nuove categorie di pensiero, di cultura e di lotta politica degli anni Sessanta.
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Un ricordo di Franco Fortini attraverso “Tutte le poesie”

Franco Fortini
Franco Fortini
di Luca Mozzachiodi

È certamente doveroso scrivere qualche parola per Franco Fortini, che del giornale Il Manifesto è stato assiduo collaboratore, e per il quale ha scritto alcune delle sue pagine più memorabili e illuminanti, è doveroso soprattutto perché si tratta, con evidenza, di un autore rimosso: non ve ne è traccia nelle antologie scolastiche, non nei dibattiti della sinistra che pure egli animò, non nelle analisi della cultura contemporanea, e in questo, con molti suoi libri, era stato un maestro e così via.

Anche nella poesia, ovviamente, Fortini non gode di molta considerazione, vuoi perché accusato, velatamente o più esplicitamente, di aver prostituito la poesia a motivi politici contingenti, vuoi perché tacciato di ideologia, naturalmente nel senso di maxima culpa dell’era della feroce e armata ideologia dell’antideologia, che non si capisce mai bene cosa significhi, probabilmente uno dei molti modi mistificanti per indicare semplicemente il nemico, perché Fortini era anche questo; era nemico di quelli che hanno vinto e amico di quelli che hanno perso, bisogna dirlo chiaramente, anche per questo Fortini non è oggi un poeta alla moda, come quasi tutti i grandi poeti che hanno scritto per la stessa causa, spariti inesorabilmente dagli scaffali delle librerie sotto il trionfo dell’intimismo e sostituiti dalla, nemmeno numerosa, poesia cosiddetta civile, ecco un’altra espressione che oggi proprio non si capisce, che il più delle volte si muove entro i ristretti confini del buonsenso borghese, invitando a non discriminare, altro termine del pastrocchio che è la koiné sinistrorsa dei nostri giorni, ma d’altro canto è impossibile parlarne senza darne esempio, questo e quello, o che qualche cattivissimo signore della guerra ha ucciso qualcuno, lasciando però totalmente e perfettamente immutati e occultati i reali rapporti di forza.
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