Ue: nuove nomine per la solita politica neoliberista

di Alfonso Gianni Il parto è stato lungo e difficoltoso, tre giorni di vertice, uno dei più lunghi della storia europea, ma alla fine il risultato delle nomine conferma le tendenze che si potevano prevedere sia prima che soprattutto dopo il voto per il rinnovamento del Parlamento europeo. In sostanza l’asse, formato da popolari, socialisti […]

La Francia delle fratture

di Bruno Giorgini

A Parigi e nel resto di Francia, da Strasburgo a Marsiglia da Bordeaux a Toulouse, e lungo le strade coi blocchi, il movimento dei Gilet Jaunes (GJ) scende in piazza per il sedicesimo sabato consecutivo. Nessuno all’inizio c’avrebbe creduto, e invece decine di migliaia di persone si mobilitano da tre mesi, in modo militante occupando strade e piazze, spesso scontrandosi con la polizia. Nella capitale si muovono due cortei, stavolta inquadrati dalla polizia e con in nuce un servizio d’ordine dei manifestanti, fatto del tutto inedito.

Sugli Champs, dove c’è l’Eliseo e gli altri palazzi del potere, il dispositivo di sicurezza è molto fitto. D’altra parte Macron si era premurato di dire e ribadire in più occasioni che chi partecipa a una manifestazione dove possono avvenire violenze, nel caso in cui accadano, ebbene egli se ne rende complice per il solo fatto di stare lì. Dichiarazione che, se presa alla lettera, viola qualunque criterio proprio allo stato di diritto e democratico.

Ma a forte impatto politico. Comunque sia, le manifestazioni parigine a colpo d’occhio segnano la fine, almeno per oggi, della fase anarco insurrezionale del movimento, non discostandosi per nulla dai normali cortei sindacali col proprio servizio d’ordine che concerta passo a passo il percorso con le forze di polizia. Nonostante qualche singolo e piccolo gruppo scalpiti, per esempio lungo gli Champs quando si è cominciato a urlare “Non siamo delle pecore” quando la polizia si faceva asfissiante pretendendo di dettare addirittura l’andatura. Così qualcuno ha scantonato nelle vie laterali, seguito da vicino dai guardiani in armi, alcuni dei quali sbuffavano perché portano addosso una sorta di armatura che pesa venti chili, e gli indisciplinati manifestanti correvano: “Lo fanno apposta per farci affaticare” e si capisce che usare il manganello non gli dispiacerebbe troppo. Però bonariamente.
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Foto di Michele Cattani

I migranti rischiano la vita attraverso le Alpi

di Annalisa Camilli

Porta sulle spalle una grossa sacca di tela verde che lo costringe a camminare con la schiena piegata. Ha le gambe sottili e un cappello nero che gli copre la fronte dal freddo. Un cappotto più grande della sua taglia lo avvolge fino alle ginocchia. Il termometro segna meno otto gradi, quando Tidiane Ouattara scende dal treno che arriva da Torino.

Alla stazione di Oulx, in val di Susa, Ouattara, l’ivoriano, si accoda ai pendolari che tornano a casa dal lavoro, ma poi mentre tutti rapidamente scompaiono, rimane da solo fino a quando lo raggiungono di corsa due amici: Camara e Ousmane. Tutti e tre indossano diversi strati di vestiti, ma tremano dal freddo. Sono le 18.30 ed è già notte nella stazione di frontiera.

Camara, il guineano, non passa inosservato: ha un cappello di lana bianco, rosso e verde, i colori della bandiera italiana, e un giubbotto mimetico. Da qualche giorno lo hanno dimesso dal centro di accoglienza in cui viveva a Rovigo. Dopo un anno e mezzo di attesa, non ha ottenuto l’asilo ed è diventato irregolare. “Sono scappato dal mio paese a 16 anni per ragioni familiari, non per questioni politiche, né dalla guerra. Per quelli come me non ci sono permessi di soggiorno”, mi racconta con amarezza, seduto sulle panchine di legno della sala d’attesa della stazione.
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La trasformazione dei gilet gialli

del Collettivo Parti-e-s- pour la décroissance, traduzione di Alberto Castagnola

Ormai da molte settimane, il movimento dei “gilet gialli” scuote la Francia: mobilizzazione di massa dei cittadini, strade bloccate, economie in stallo. Il governo di Macron e di Philippe traballa fortemente. Si è anche fatto ricorso allo stato di emergenza per fronteggiare una situazione semi insurrezionalista. Sarebbe quindi legittimo chiedersi che cosa si nasconde dietro un movimento così eterogeneo e così ostile all’ordine stabilito. Sarebbe legittimo anche porsi delle domande sulla sua organizzazione, sulle sue modalità di contestazione e sulla sua violenza.

In effetti si potrebbe. Ma la cosa essenziale è prendere coscienza degli insegnamenti profondi che dobbiamo trarre dai “gilet gialli”. Come siamo giunti ad una situazione simile? Quali sono i collegamenti con le problematiche che stimolano gli obiettori della crescita? Quali posizioni può prendere la Decrescita? Quali meccanismi della sicurezza sociale possono essere proposti per affrontare serenamente la transizione ecologica?

Siamo già convinti che il movimento dei “gilet gialli” non è basato soltanto sulla semplice contestazione della fiscalità ecologica, o, in senso più ampio, è contro le tasse? Certamente, la tassa sui carburanti ha svolto la funzione di detonatore, non perché il “gilet gialli” contestano l’ecologia, ma perché contestano l’ingiustizia. È proprio perché un numero crescente di cittadini si trova nella impossibilità di vivere con dignità il motivo per cui è emerso questo movimento.
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Chi sono e cosa vogliono i gilet gialli

del quotidiano britannico The Economist e di Internazionale, traduzione di Federico Ferrone

“Non stiamo bloccando il traffico, semplicemente lo filtriamo”, spiega Loup, un ex assistente scolastico di 64 anni, con entrambe le mani in tasca e un orecchino d’argento su entrambe le orecchie. Con indosso uno dei gilet gialli che dà il nome al movimento, Loup e decine di altre persone hanno messo in piedi una protesta in una rotonda alla periferia di Evreux, nella Normandia meridionale. Sul terreno fangoso, delle cassette di legno sono state incendiate, mentre alcune pile di croissant sono accatastate su un tavolo da campeggio. I manifestanti hanno bloccato una corsia della strada, e gli automobilisti che passano di lì suonano i clacson non per la rabbia ma in segno di sostegno.

Due settimane fa i gilet gialli sono emersi dal nulla, grazie a Facebook, e hanno bloccato le strade di tutta la Francia. La rabbia scaturita per l’aumento delle tasse sul gasolio si è allargata fino a diventare una protesta contro il presidente Emmanuel Macron. “Alla fine del mese, semplicemente non posso permettermi di riempire il serbatoio”, spiega Sandra, un altro gilet giallo e madre single di due bambini piccoli, che lavora in un negozio di ottica e guida per venti chilometri ogni giorno per raggiungere il posto di lavoro. “Non siamo ricchi, ma non siamo poveri. È un attacco alle classi medie che lavorano”.
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La Brexit e i gilet gialli sono le rivolte degli esclusi

di Pierre Haski (France Inter), traduzione di Andrea Sparacino

Ci sono due modi di valutare l’accordo raggiunto il 25 novembre a Bruxelles tra Theresa May e gli altri 27 paesi dell’Unione europea. Il primo è quello di chiedersi se l’accordo otterrà la maggioranza al parlamento britannico, se sopravviverà ai giochi di potere interni al Partito conservatore e cosa succederà a britannici e continentali in caso di fallimento e dunque di Brexit “dura”.

Il secondo, più complesso, è legato agli interrogativi sollevati in Francia dal movimento dei gilet gialli. Pensate che i due temi non abbiano niente in comune? Forse vi sbagliate. Il “sì” alla Brexit di due anni fa è scaturito dal voto dell’Inghilterra e del Galles, con una notevole eccezione: l’isolotto di prosperità rappresentato da Londra. La Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato in maggioranza per l’adesione all’Unione europea.

Così come succede con la base sociologica e geografica dei gilet gialli, le regioni in cui la Brexit ha ricevuto più voti sono quelle che si sentono penalizzate dalla globalizzazione che favorisce le grandi metropoli. In Inghilterra esiste una tradizionale frattura tra nord e sud, che si è allargata dopo gli anni ottanta e soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008 e segnata dalla de-industrializzazione, dal disimpegno dello stato e dalla fuga dei giovani. Questo fossato ha creato un’opportunità politica, costruita anche sul risentimento verso l’effetto calamita della metropoli londinese, adattatasi meglio alla globalizzazione finanziaria.
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Macron liberista europeo coloniale

di Bruno Giorgini

Macron impazza in giro per il mondo telefonando a Trump per l’intervento militare in Siria mentre attiva e lancia la sua quota di missili assieme alla Gran Bretgna, alla TV francese in una torrenziale intervista dove trascorre con leggerezza dalla laicità all’islam, dai pensionati agli alti dirigenti pubblici, dai ricchi ai poveri, dagli squatter ai sindacati eccetera, nessun argomento dello scibile politico sembra sfuggirgli, per poi arrivare di corsa al Parlamento di Strasburgo mettendo in allarme che in Europa “sta emergendo una sorta di guerra civile” e rischiamo di essere “sonnambuli” come furono le genti, e i governi, prima della Grande Guerra, insomma o si fa l’Europa o si muore. Il che probabilmente è vero.

Però chissà se il modo migliore di fare l’Europa è schierare missili e bombardieri contro la Siria, mentre la Germania dice che non se ne parla nemmeno di un suo intervento attivo, seguita da Italia e Spagna, per dire i maggiori paesi. Così come la politica francese contro i migranti – che spesso degrada in violazione dei diritti umani più elementari come quello a partorire – non è proprio un bel biglietto da visita per una politica di collaborazione e inclusiva verso i popoli rivieraschi del Nord Africa, Algeria, Tunisia, Marocco, Libia.

Intanto nella madrepatria molti concittadini di Macron sono in rivolta contro le riforme cosiddette proposte dal Presidente. In rapido incompleto elenco sono in sciopero gli impiegati del settore pubblico, i lavoratori del metrò, i ferrovieri, i lavoratori di Air France, quelli di Carrefour, gli elettrici e gli operai del gas, quindici università sono occupate, e moltissimi licei, dunque se volete andare a Parigi, beh non vi sarà facile.
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La frontiera dove l’Europa ha perso l’anima

di Marco Revelli

Colle del Monginevro, 1.900 metri di quota, a metà strada tra Briançon e Bardonecchia. È su questa linea di frontiera che oggi batte il cuore nero d’Europa. È qui che la Francia di Emmanuel Macron ha perso il suo onore, e l’Europa di Junker e di Merkel la sua anima (quel poco che ne rimaneva). In un paio di mesi, in un crescendo di arroganza e disumanità, i gendarmi francesi che sigillano il confine hanno messo in scena uno spettacolo che per crudeltà ricorda altri tempi e altri luoghi.

È appunto a Bardonecchia che si è verificata l’irruzione di cinque agenti armati della polizia di dogana francese nei locali destinati all’accoglienza e al sostegno ai migranti gestiti dall’associazione Rainbow4Africa, per imporre con la forza a un giovane nero con regolare permesso in transito da Parigi a Roma di sottoporsi a un umiliante esame delle urine, dopo aver spadroneggiato, minacciato e umiliato i presenti.

Davanti a quello stesso locale, a febbraio, ancora loro, gli agenti di dogana francesi, avevano scaricato come fosse spazzatura il corpo di Beauty, trent’anni, incinta di sette mesi e un linfoma allo stadio terminale che le impediva il respiro. Aveva i documenti in regola, lei, ma non Destiny, il marito, così l’implacabile pattuglia l’aveva fatta scendere dal pullman che da Clavier Oulx porta alla terra promessa, quella dove lo jus soli avrebbe permesso al loro figlio di nascere europeo, e incurante delle condizioni disperate l’aveva abbandonata a terra, al gelo.
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Codice del lavoro in Francia: Emmanuel Macron e i favori alla proprietà

di Rossana Rossanda

L’ultimo giorno di agosto, Emmanuel Macron ha reso pubblico il suo primo radicale intervento sul codice del lavoro, destinato a modificare in profondità le regole che finora definivano il processo delle assunzioni e dei licenziamenti nelle imprese francesi. Le prime misure divise fra cinque capitoli e trenta provvedimenti riguardano le imprese piccole e medie, considerando tali quelle che hanno meno di cinquanta dipendenti (dimensione che per l’Italia sarebbe già rispettabile).

Si tratta di una misura interessante sotto il profilo politico e quello sindacale: la proprietà potrà decidere il sistema dei rapporti di lavoro assieme a un dipendente, anche non incaricato dal sindacato e non eletto dall’insieme dei salariati, per le aziende “piccole”. Per quelle che superano i cinquanta dipendenti ma non appartengono alle categorie delle grandi imprese, la discussione o trattativa dovrà essere fatta al meno con un delegato del complesso dei salariati. Anche il ricorso ad un eventuale referendum potrà esser preso, per le piccole imprese, dalla proprietà assieme a un dipendente non delegato sindacale ne dell’assemblea di tutti i salariati. Una serie di altri provvedimenti potranno essere discussi con i rappresentati di settore cui l’azienda appartiene.
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Elezioni francesi: Emmanuel Macron e quella voglia di politica fuori dai palazzi

di Rossana Rossanda

Emmanuel Macron non viene dall’universo politico. Tre anni fa il suo nome era praticamente sconosciuto. 39 anni, giovane, abbiente, attraente, competente, era stato inserito nel Governo di François Hollande dallo stesso Presidente circa tre anni fa, come Ministro delle Finanze alla Porte de Bercy. Proveniva dal gabinetto d’affari Rothschild. Ma venendo a scadenza l’elezione del presidente della Repubblica nel 2017 ha deciso di gettarsi in politica, cominciando con il rendere pubblici entità e provenienza dei suoi averi, in modo da inaugurare uno stile diverso: si era in pieno scandalo per gli impieghi illegali di François Fillon, già primo ministro di Sarkozy, che aveva fatto pagare allo Stato come assistenti parlamentari la consorte e i figli.

Da quel momento, la bolla degli scandali diventava irrefrenabile, pulizia significava soprattutto non aver avuto a che con la società politica e appartenere alla quella civile, e come mero prodotto sociale Macron lanciava contemporaneamente un suo movimento – qualcosa di meno che un partito – En Marche! e trovava l’appoggio di un uomo rispettato della politica, François Bayrou, già ministro dell’Istruzione e leader del centrista MODEM, incaricandolo di studiare un progetto di moralizzazione della vita pubblica e di presentarlo alla Camera prima delle elezioni legislative.

Macron si presentava alle presidenziali nell’aprile 2016. Hollande non lo appoggiava, ne ostacolava, malgrado che il candidato ufficiale del Partito socialista fosse Benoît Hamon, esponente di una fronda di sinistra e quindi poco amato dai notabili: né gli ha giovato presso gli elettori l’incontestata onestà né il presentare come asse del suo programma una proposta di “reddito di cittadinanza” avallata dal noto l’economista Piketty.
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