Fiat - Foto di Martin Abegglen

Garibaldo: “Fiat, un’azienda quasi unica. Nessuno è mai stato così aiutato e così monopolista”

di Sergio Caserta

Questione Fiat: per cercare di comprendere più a fondo ciò che è accaduto, che sta accadendo e possibilmente quali sono le prospettive future, ne abbiamo parlato con il ricercatore Francesco Garibaldo, già esponente della direzione della Fiom Cgil oltre che essere stato segretario generale della Fiom della Regione Emilia-Romagna.

La Fiat, ormai FCA, di fatto multinazionale con il cuore produttivo a Detroit, sposta le sue sedi dall’Italia, domicilio Legale ad Amsterdam, sede fiscale a Londra; quanti soldi gli italiani, attraverso gli interventi dello Stato, hanno tirato fuori per sostenere la maggiore industria automobilistica privata? La Cgia di Mestre ha azzardato dei conti e ha tirato fuori 7,6 miliardi di interventi pubblici, controbilanciati da 6,2 investiti dall’azienda ti ci ritrovi in questo ragionamento?

Sì, la Fiat ha avuto non solo i soldi dallo Stato italiano ma la tutela della sua posizione monopolistica. Quando si trattò di trovare una soluzione alla crisi dell’Alfa Romeo, nel 1986, il governo Italiano (Bettino Craxi) e l’IRI (Romano Prodi) scelsero di dare l’azienda alla Fiat, invece che alla Ford, sancendo il monopolio produttivo della Fiat in Italia. Lo stesso copione si è ripetuto quando la Fiat correva il rischio di fallire, prima che Marchionne subentrasse nel 2004. Non si prese in considerazione alcuna alternativa. È una condizione quasi unica in Europa e nel mondo, quasi ogni paese, con una significativa produzione automobilistica, ha più produttori. Questa condizione ha consentito alla Fiat di spadroneggiare non solo verso i dipendenti, i sindacati, i fornitori, i poteri locali e i governi nazionali ma anche di interpretare la competizione quasi solo come un problema di disciplina, cioè di disponibilità illimitata della forza lavoro, e di costi.
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Crisi, sciopero e lavoro, Garibaldo: “Dal contagio non si scappa e a rischio ci sono gli standard sociali”

Francesco Garibaldodi Sergio Caserta

È sciopero generale, oggi, ed è anche il momento, forse uno dei principali, in cui fermarsi e riflettere su tempi, modi e prospettive di lavoro, mercato e crisi economica. Per questo abbiamo posto alcune domande al sociologico Francesco Garibaldo, gà direttore della Fondazione Istituto per il Lavoro e dal 2006 vicepresidente del “Research Committee on Participation, organizational Democracy”. Con un percorso professionale nella Fiom Cgil e poi all’Ires (Associazione Internazionale di Sociologia), ecco quali considerazione formula.

Mercoledì 14 novembre, è il primo sciopero unitario dei sindacati in Europa che viene proclamato da quando è esplosa la crisi economica e sociale, secondo te non è fuori tempo massimo e perchè ci sono tante differenze nel movimento dei lavoratori europeo di fronte alla crisi ed alle politiche della “troika”?

Sì, è molto fuori tempo ma almeno un segno si è prodotto. La difficoltà nasce dal totale spiazzamento del movimento sindacale europeo di fronte ai processi di globalizzazione ed in specifico alla nascita della Unione Europea(UE) come are economico-produttiva integrata. da un lato infatti vi è la più assoluta libertà di movimento dei capitale e la possibilità per le imprese di sfruttare legalmente tutte le differenze legali,sociali ed economiche interne alla UE; dall’altra i sindacati sono rimasti prigionieri di uno schema nazionale, schema che prima garantiva forme più avanzate di regolazione sociale che oggi vengono messe in discussione proprio dal modo con il quale si è costruita la UE: una asimmetria costituzionale tra misure correttive del mercato, cioè quelle che promuovono la protezione sociale, l’eguaglianza e la partecipazione sociale e quelle di costruzione del mercato, cioè quelle pro-business.
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